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Outcast: dove eravamo rimasti

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“Outcast” ci ha salutati con l’ultimo episodio, “This Little Light”, toccando l’apice di un climax angosciante

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Tirando le somme, come descrivere la prima stagione del prodotto di Robert Kirkman, il padre di “The Walking Dead”?

Sicuramente uno show che identifica nel “Male” la sua ratio, la chiave di volta.

Protagonista un giovane uomo, un rinnegato dal passato macchiato, dotato di un potere dal retrogusto di maledizione. Kyle Barnes (Patrick Fugit) dovrà farsi largo tra le anime “perdute” di Rome, le quali sembrano non volerne sapere di smettere di tormentarlo. Potremmo fermarci qui per avere una sinossi didascalica ed essenziale di “Outcast”. Ma sarebbe una fotografia completa e organica?

Che cos’è il “Male”?

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In questo Supernatural a tinte thrilling, come sapientemente scritto dalla penna del nostro Vincenzo Bellopede “il male viene disegnato come un fattore comune sempre estirpabile e giammai intriso nella personalità; un male che finisce per avere come scudo la stessa religione che ne afferma l’esistenza e cerca di annullarlo” … “Con quello che è un ansioso, conturbante e tenebroso diorama dal punto di vista visivo, l’identità maligna assume una forma” (per leggere l’articolo completo, cliccate qua).

Probabilmente un’analisi migliore sul nucleo centrale di “Outcast” non poteva esserci.

Ciò a cui assistiamo è insindacabilmente una metamorfosi dell’idea stessa di “Male”. Sdoganato dalla solita iconografia, lontano dalla visione ereditata dal manicheismo. Un male diverso, sommerso ed estraneo, tale da spiazzare la religione stessa, invitando a ulteriori e possibili spunti di riflessione sul valore e la portata di ciò che viene chiamato fede.

Certo è che, per materializzare tali conclusioni, erano indispensabili tempo e idee in sviluppo. Il tutto traducibile in un work in progress che ci ha fatto gridare al filler per i primi episodi. Ecco allora come il motore del prodotto targato Cinemax ci ha messo un po’ a carburare, tagliando poi il traguardo di fine stagione a pieni giri.

Accompagnata da un comparto tecnico su costanti livelli di eccellenza, tra scelte di sceneggiatura a volte forzate ma fisiologiche nel bilancio globale, “Outcast” ha coinvolto gli spettatori in una vicenda travagliata, con ancora molti interrogativi da sciogliere e situazioni in fase di definizione.

A passo lento… ma sicuro

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E pensare che la prima stagione era cominciata a passo lento, scandita da ritmi piatti che poco ci stavano convincendo. Chi l’avrebbe detto che la trama si sarebbe aperta così ad ampio respiro, delineando un’atmosfera torrida di doglianza?

Ma se il male è il fulcro dell’intero plot, “Outcast” è una Serie Tv dove il collante è il concetto di “legame”, in ogni sua possibile accezione. Famiglia, amicizia, amore, fiducia. Paradossalmente anche le stesse anime dei posseduti possono dirsi “legate” all’ospite che le insidia. Assistiamo così a un rapporto simbiotico, che pare divenire inscindibile col tempo. Ci accorgiamo infatti che non esiste né ruolo, né vicenda isolata rispetto a un mosaico che tende a sintetizzarsi in un quadro complessivo dinamico e che profuma d’inevitabile.

Tant’è che, nel corso dei dieci episodi, assistiamo a numerosi ribaltamenti di fronte

In primis il quadro familiare dei Barnes, dove un isolato Kyle si scoprirà unico responsabile della figlia Amber, ora che un’Allison confusa e turbata a causa dei ricordi affiorati, pare aver abbandonato ogni speranza.

Una menzione speciale merita proprio il ruolo della piccola Amber Barnes, interpretata da Madeleine McGraw. Una bambina “vera”, non edulcorata o resa bizzarra dal contesto surreale in cui si trova. La relazione con il padre e la scoperta di possedere un potere comune vengono gestiti con il giusto equilibrio.

Altro tema è la parabola discendente del pastore evangelico, il reverendo John Anderson (Philip Glenister). Da guida della comunità di Rome e araldo della lotta alle forze oscure, finirà screditato e in imbarazzo agli occhi di tutti dopo quanto accaduto nel Giorno della Memoria. Una deriva umana, per un personaggio che, preda dei suoi stessi principi, cadrà vittima della negligenza.

Contemporaneamente ecco che assistiamo al disgregarsi della “pacifica” e oscura cittadina di Rome, che vede rompersi la sua quotidianità.

A risaltare per prestazione è il Byron Giles di Reg. E. Cathey, Capo del dipartimento di polizia. Con il rischio di scadere in un ibrido di confusione e zelo, ecco emergere un personaggio maturo, capace di districarsi in una situazione altalenante.

In questa cornice le certezze vengono a crollare, lasciando i protagonisti in balia degli eventi, con Sidney a fare capolino sulla scena, in attesa dell’avvento di qualcosa che pare imminente.

Il destino del reietto

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Sembra passata un’eternità dal giorno in cui Kyle e il reverendo si sono avventurati nell’esorcismo del piccolo Joshua. Da lì la scoperta che il sangue di Barnes è capace di espellere il male che alberga nei posseduti. Un’escalation di eventi che hanno portato il protagonista ad acquisire coraggio, umanità e ora con una rinnovata consapevolezza si trova a dover affrontare la realtà che lui e i suoi cari non saranno mai al sicuro dai demoni.

Oltre allo sbocciare del protagonista, la prima stagione ci ha lasciato in dote questioni ancora aperte e non completamente approfondite.

Eccoci dunque a caccia di risposteCosa sono queste “entità” che prendono possesso delle persone? Qual è il loro obiettivo e la relazione che li lega indissolubilmente al “reietto”? Davvero il Diavolo si cela dietro il misterioso personaggio di Sidney? Quale ruolo ha per Kyle?

D’altro canto la prima stagione si è limitata a introdurre i protagonisti, gettando le basi per una storia generosa di sfumature.

Dal punto di vista narrativo sarà curiosa e decisiva l’evoluzione della famiglia Barnes: il ruolo di Amber e la gestione della figura di Allison, al quale Kyle sembra non voler rinunciare.

Lanciandosi nelle ipotesi, un  ruolo nevralgico potrebbe essere quello di Megan, cosciente (a sue spese) della verità. In virtù del suo legame con Kyle, pare scontato che il rapporto tra i due finisca con il cementarsi ulteriormente.

La situazione più travagliata è sicuramente quella del reverendo Anderson. Allontanato dalla chiesa dai diaconi, nell’ultimo episodio ha incoscientemente dato alle fiamme il luogo dove alloggiava Sidney, uccidendo Aaron. Vedremo quali conseguenze avrà tutto ciò nel suo rapporto con Patricia. Siamo a dispetto di un ruolo in divenire, pronto ad abbandonare i panni di guida per assumere quelli di spalla.

Dicevamo di un Kyle in fuga per ricominciare, ma che ci è stato mostrato circondato in una stazione di servizio. Un monito che quanto accaduto è soltanto il vulnus che porterà a qualcosa di inesorabile.

Appuntamento al 10 aprile

Con nuovi personaggi all’orizzonte e dinamiche ancora in fase di definizione, ciò che chiediamo ad “Outcast” è “coerenza”: che si dimostri sui livelli degli ultimi episodi, senza scadere nel banale, alimentandosi nelle giuste dosi della componente di horror e bilanciando quel profilo drama sin troppo invadente nei primi episodi.

Per saperne di più non resta che darci appuntamento a lunedì. Buona visione!

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Written by Paolo Tomassoli

Di giorno giurista, di notte serialista. Tra Italia, Giappone e Russia, con le Serie Tv mi sento a casa ovunque mi trovi.

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