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Outcast, Kirkman e la ricorrenza dei temi

Outcast
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Le aspettative possono rappresentare il più pesante fardello di un’opera in procinto di presentazione;
un demone che aleggia sull’obiettivo e ne riduce progressivamente vitalità e lucentezza, quasi come un respiro che inesorabilmente dissipa ossigeno.
Se dietro l’opera in questione, poi, c’è un team che ha già solcato una linea di demarcazione oltre la quale rannicchiarsi ed aspettare solo la complicità del tempo per vedere il proprio primo lavoro (The Walking Dead) divenire inevitabilmente un cult, allora fattori quali prospettiva e fiducia del pubblico divengono realmente determinanti, positivamente e negativamente, in ottica futura.

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E’ ciò che sta accadendo col nuovo colosso, dalla potenza mediatica non indifferente, di Robert Kirkman: Outcast.

 

Può, così, l’aspettativa divenire “il peccato che oscura la neve e macchia la lana”?

 

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Outcast, al momento al quinto episodio in prima tv italiana, nasce con l’apparente obiettivo di ripercorrere le orme della serie che ne è stata predecessore e finire per ricoprire il buco che in futuro è destinata a lasciare.
Questo perché c’è pur sempre da ricordarsi che The Walking Dead è ormai quasi a metà del suo percorso, secondo le stime dei produttori.
Una delle impressioni che annoveriamo ad un primo e sfuggevole sguardo ad Outcast, infatti, è quella di non avere di fronte una trama dagli sviluppi brevi e concisi, bensì potenzialmente prolissi e fluidi nella disposizione narrativa; a rafforzare tale impressione è la piega che sembra tagliare talvolta il clima horror della serie, con alcuni meccanismi che sembrano virare verso un’impostazione a tratti crime, con la ricorrente abitudine dei due protagonisti a catapultarsi da un caso all’altro (casi talvolta avulsi dalla trama principale); casi che possono fungere da espediente per una maggiore “diluizione” con l’abuso del sempreverde utilizzo del filler.

Outcast 2
Il tema della morte e quello della fine del mondo, dunque, tornano ad assediare le menti del pubblico che crede nello sfogo creativo di Kirkman e la sua percezione di mortalità.
Con quello che è un ansioso, conturbante e tenebroso diorama dal punto di vista visivo, l’identità maligna assume una forma, e Kirkman ritratta il tema della morte andando stavolta oltre ciò che è fisico, ma con lo scopo di materializzarlo come ancor più fisico della morte vista come causa di risurrezione, con termini essenzialmente più profondi e paradossalmente tangibili. Più di un’orda di zombie, insomma.
Nella fittizia cittadina di Rome nel West Virginia, il male e la morte prendono forma e perturbano i sensi come un miasma denso e melmoso, attraverso il disagio e l’inquietudine di Kyle Barnes ed alla visione dei pregevoli virtuosismi scenici tuttavia troppe volte fini a sé stessi.
Il lavoro svolto sull’assetto visivo ed ambientale è quindi complesso ed ambizioso, così articolato, tuttavia, da non godere a volte dell’inquietante semplicità che spesso turba e puntando maggiormente sull’istinto adrenalinico tipico del genere thriller, offrendo una varietà di sensazioni che promettono di sposarsi bene, a tempo debito.
Non mancano inoltre, come in molte serie tv moderne, gli elementi intertestuali di tributo (più o meno nascosti) alle serie tv che hanno fatto, o che stanno facendo, la storia: dal poster di X-Files con la celeberrima citazione “I want to believe” nella camera di Kyle, a quello nell’ufficio del comandante della polizia raffigurante uno slogan contro gli effetti della “meth“, o come alcune inquadrature della lunga strada che porta alla cittadina
di Rome col cartello che segnala l’ingresso in paese, che ricordano molto le già sfruttate inquadrature prima da Twin Peaks, poi da Wayward Pines proprio come tributo.
Outcast sembra voler trattare principalmente, sfruttando anche le sotto-trame secondarie grazie alle quali disporre dei giusti elementi di ricostruzione, un mistero proveniente dal passato e sepolto soltanto dall’inerzia di una vita ridotta ai minimi termini di rassegnazione emotiva e di isolamento, risvegliato da un evento apparentemente fortuito che presenta analogie con gli scabrosi avvenimenti passati.
E’ a causa di tale spunto di trama che diviene necessaria e funzionale la scelta dei flashback nella serie.
Enigmatici ed angosciosi frangenti del passato risalgono a galla con imponente prepotenza alla percezione di ogni singolo dettaglio da parte di ogni personaggio, e l’immersione ed il coinvolgimento sono il motore di un’esperienza tanto intensa quanto frammentata.
Un “reietto” ai margini della società costretto a fare i conti con un traumatico passato e con un “dono” mai desiderato, un reverendo non convenzionale che sembra essere l’unico a riconoscere la verità circa i trascorsi che hanno ingiustamente etichettato il nostro protagonista come pregiudicato, un grande mistero proveniente dal passato, ed una piccola cittadina dalle fitte maldicenze: Kirkman sembra aver fatto i compiti, studiato la storia e capito quali sono gli elementi da sfruttare per un mistery costruito per durare.

Outcast Rome

 

Con questi elementi, Kirkman sembra voler presentare il male da un punto di vista idiomatico diverso, deresponsabilizzando il genere umano e la sua propensione all’immoralità:
il male viene disegnato come un fattore comune sempre estirpabile e giammai intriso nella personalità; un male che finisce per avere come scudo la stessa religione che ne afferma l’esistenza e cerca di annullarlo.
L'”oppio dei popoli” finisce per divenire una scappatoia, un’espediente per inscenare la propria scomparsa e fingere di essere stato debellato.
A conferma di tale visione, è emblematica la scena che mostra la lugubre e straordinaria Grace Zabriskie (meglio conosciuta per il ruolo di Sarah Palmer in Twin Peaks) nelle vesti di Mildred, un’anziana signora vittima in passato di una possessione demoniaca ed ormai da tempo “liberata” dal reverendo Anderson, che si rivelerà non essere mai stata effettivamente salvata. Il demone, infatti, è presente in lei da sempre e la pratica dell’esorcismo è stata più deleteria che utile, fornendo al male una via d’uscita, un diversivo grazie al quale fingersi estirpato.
Una piacevole antinomia concettuale (che complica una lotta già complessa), ironica quasi quanto l’inadeguata propensione alla volgarità del caratteristico reverendo Anderson.

 

Le premesse sono forti e radicate, le atmosfere dal fantastico surrealismo sinistro e sospensivo sono il punto forte di una serie che, a primo acchito, sembra aver risvegliato quella voglia di “onirico”, per gli amanti del genere, di recente sopita e non sollecitata dai tempi di American Horror Story Asylum.
Come cita il revedendo Anderson: “Se i peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianco come neve e se fossero rossi come porpora, diventeranno lana“.
Così, la nostra domanda iniziale gode di risposta:
Outcast avrà il più arduo compito di mutare le aspettative da quel morbo nero che possono rappresentare, al bianco candore della neve.

 

 

Grazie agli amici di Outcast – Italia!

Scritto da Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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