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La verità è che Rosita Espinosa meritava di meglio

Se ci viene chiesto di pensare a una serie post-apocalittica, una fra tante sarà sempre la prima risposta per eccellenza: The Walking Dead; il prodotto che ha aperto la strada ai successori e spianato il loro parziale successo, senza però essere mai superato. I suoi albori hanno come base le opere fumettistiche del disegnatore statunitense Robert Kirkman, pubblicate tra il 2005 e il 2020 dall’editore Image Comics, mentre la prima messa in onda della serie televisiva risale al 31 ottobre 2010, sulla rete televisiva via cavo AMC. Nel corso degli anni la sua ascesa è stata inevitabile, tanto da rientrare di diritto nell’Olimpo dei prodotti di maggior successo, oltre che posizionarsi al vertice del suo genere. Da lei, sono derivate in seguito altre trasposizioni televisive, appartenenti allo stesso universo: a cominciare da Fear The Walking Dead, per poi passare a The Walking Dead: World Beyond, Tales of The Walking Dead, The Walking Dead: Dead City, The Walking Dead: Daryl Dixon e The Walking Dead: The Ones Who Live (al momento). Però, come ben sappiamo, anche le cose devono finire, o quasi: la serie madre ha visto la sua ultima puntata il 20 novembre 2022, ponendo fine a un’era, seppur facendone cominciare un’altra, quella dei tanti e già citati spin-off.  In parallelo a questa necessaria conclusione, ce n’è stata servita un’altra dalla sceneggiatrice, Angela Kang, ovvero un’ultima morte, quella di uno dei personaggi principali: Rosita Espinosa.

Interpretata da Christian Serratos, l’aggiunta del suo personaggio alla narrazione venne comunicata nel lontano 2013, durante una puntata dell’aftershow statunitense Talking Dead. Fu introdotta al grande pubblico con lo pseudonimo di Jordana Barraza, accompagnato da una breve descrizione: “Sui venticinque anni, di origini latine, forte e bella. Si vergogna del proprio passato”, una didascalia che poco si è dimostrata fedele allo sviluppo vero e proprio del personaggio. Fatto sta che i fan delle opere originarie si mostrarono incerti e subito pensarono si trattasse solo di un nome fittizio, e che in realtà il personaggio in questione fosse proprio Rosita Espinosa (presente nei fumetti dal fascicolo 53 al 145). Non a caso, le teorie formulate si rivelarono veritiere, dal momento che Rosita venne introdotta al fianco di Abraham Ford (Michael Cudlitz) ed Eugene Porter (Josh McDermitt) nel decimo episodio della quarta stagione (Inmates), andato in onda il 16 febbraio 2014

The Walking Dead

Quello che da subito colpì, ancor prima di poter assistere alla stratificazione caratteriale del personaggio, è stato il suo aspetto curato e provocante, diverso da quello degli altri personaggi femminili: più audace, estremamente sicura di sé e delle sue doti. Impossibile dimenticare la tenacia e il caldo temperamento della ragazza, racchiuso  di tutto punto nei suoi stivaletti neri, il completo verde militare e l’iconico cappello beige, che l’accompagnerà per tutta la durata del suo percorso (un insieme di indumenti che, tra l’altro, sono stati donati all’attrice al termine delle riprese finali). Quella di Rosita è stata una strada, tutto sommato, non semplice e lineare da percorrere, bensì frastagliata e fortificata da severi pregiudizi nei suoi confronti. Nelle prime stagioni della sua apparenza, il pubblico difficilmente è riuscito distaccarsi dall’idea estetica formatasi dai primi istanti, oggettificandola e limitandola a una bella presenza, solo un piacevole diversivo in uno scenario desolato e colmo di tormento. Mentre, quando si provava a vederla nel complesso, oltre l’apparenza, quello che rimaneva era l’eponimo della “ragazza di Abraham”, la sua compagna e spalla destra, nonché l’oggetto dei suoi desideri e bramosie; poi lasciate per addentrarsi in una nuova breve avventura, quella con Sasha Williams (Sonequa Martin-Green). Insomma, Rosita era la bella ragazza dell’apocalisse oppure l’ex-ragazza di un uomo defunto, ucciso dalla superficie spinosa di Lucille, per mano di Negan Smith (Jeffrey Dean Morgan).

Inutile dirvi che in realtà Rosita Espinosa non è soltanto questo, mai lo è stata.

L’audacia poco fa accennata, non è da rilegarsi unicamente al suo aspetto estetico, anzi tutt’altro, bensì alle sue doti militari, mediche e ingegneristiche: ella ha ricevuto una formazione militare, affrontando una routine non da poco e che l’ha preparata alla scenario che il loro mondo si è ritrovato a dover fronteggiare. Orfana da parte di padre e unica figlia di una madre economicamente instabile, ha dovuto da sempre provvedere a se stessa, soprattutto da dopo la morte dell’unica figura genitoriale che le era rimasta, quand’era poco meno che un adolescente. Il mondo post-apocalittico non l’ha mai spaventata, perché quel subbuglio esterno già era presente nella sua caotica dimensione privata; quella situazione le ha solo permesso di mettersi alla prova e dimostrare quanto valesse, nel profondo. Quello di cui aveva bisogno era la fiducia, non solamente propria, bensì altrui: Glenn Rhee (Steven Yeun) è stato il primo a donargliela, permettendogli di accompagnarlo e unirsi all’iconico gruppo formatosi nella quinta stagione.

Nel corso della serie televisiva è stata una presenza fissa, uno dei personaggi più longevi di tutto quanto il franchise attualmente; il sesto con più apparenze (94 episodi) e una media di vita che si distende su 133 episodi, rispetto ai 175 totali. Pacata e sicura di sé, abile nel combattere e astuta nel disinnescare bombe; coraggiosa abbastanza nella settima stagione da partire per porre fine al regno del terrore dei Salvatori e tentare di uccidere il loro leader, attraverso un unico proiettile a disposizione. Da dopo la morte di Abraham, avvenuta nel primo episodio della settima stagione (The Day Will Come When You Won’t Be), ha dovuto rimboccarsi le maniche e far ricredere il pubblico, sempre ricoperto dai propri pregiudizi. Rosita ha così dimostrato il suo valore, in diverse tappe del viaggio, per la consacrazione definitiva. È stato forse il personaggio più indipendente e rivoluzionario all’interno delle dinamiche interne ed esterne della narrazione, senza mai tirarsi indietro di fronte al nemico: fuggendo dai Sussurratori per avvertire Alexandria, sfidando Beta (Ryan Hurst) in protezione di Judith Grimes (Cailey Fleming), lottando contro Dante (Juan Javier Cardenas) per la salvezza di sua figlia; non si è mai risparmiata alla difesa, ma neppure al potenziale attacco. Nessuna delle sue mosse è stata casuale, tanto che ogni movimento era il prodotto di un lungo ragionamento e una ferrea meditazione.

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Caparbia, tenace, leale, comprensiva e resiliente; tante caratteristiche di una rappresentazione che è stata completata nella decima stagione, quando Rosita dà alla luce sua figlia, Socorro “Coco” Espinosa, avuta tramite dei rapporti casuali con il medico di Alexandria, Siddiq (Avi Nash). Quell’indipendenza guadagnata deve indietreggiare, per forza di cose: da quel momento Coco dipenderà da lei, e viceversa. Un rapporto simbiotico, impossibile da incrinare, quello tra una madre e la sua unica figlia. Ella è il motivo che la spingerà ad andare avanti, a non poter morire, come lei stessa confesserà in un attimo di coscienza; sa cosa vuol dire crescere senza un padre e una madre, non può lasciare che sua figlia debba vivere lo stesso medesimo destino. Desidera non abbandonarla, vuole stare al suo fianco: un desiderio legittimo, quanto irraggiungibile, a seguito degli eventi che la vedranno coinvolta.

Ha dato tanto, ma anche perso altrettanto: partendo da Abraham Ford, l’uomo che ha amato fino alla fine, per poi passare a Tara Chambler (Alanna Masterson), l’amica fidata, a Siddiq, il padre di sua figlia, e alla fine, la sua stessa vita. L’ultimo tratto di percorso svolto nell’undicesima stagione, l’ha vista coinvolta nella lotta per la salvezza di sua figlia, tenuta all’interno dell’orfanotrofio nel Commonwealth: un posto che lei aveva reputato sicuro e che ha avuto modo di sottrargliela per colpa di una sua debolezza; Rosita si sente responsabile di quel rapimento. Per riprenderla farà di tutto e lascerà alle sue spalle una vera e propria scia di sangue, che la porterà a riaverla tra le sue braccia, anche grazie all’aiuto dell’amico di vecchia data, Eugene Porter, e l’ex-compagno, Gabriel Stokes (Seth Gilliam). Una volta compiuta questa missione, il loro obiettivo è quello di riunirsi al gruppo per disputare l’ultima battaglia, non della loro vita, ma della serie madre. Purtroppo, verranno ostacolati da un’orda di putrefatti, che apparentemente sembrano avere la meglio su Rosita e sua figlia; sopraffatte dai vaganti, la giovane madre non può accettare che sia la fine, o almeno non per entrambe.

In una delle sequenze più energiche e commuoventi dell’intero franchise, Rosita raccoglie a sé tutta la forza che può avere e si rialza, combattendo per l’incolumità della figlia. 

Un istinto da ammirare, non sorprendente visti gli eccellenti precedenti del personaggio, che però non le permette di salvarsi: l’ostacolo che si pone tra lei e il futuro è un morso sulla spalla, segno inespugnabile di una morte certa. Scossa da quello che le è capitato, si gode a pieno sua figlia per degli ultimi istanti e confessa a Eugene l’accaduto, rassicurandolo e pregandolo di non dire niente a nessuno; dovrà farlo lei con i suoi tempi e le sue modalità. Difatti, aspetterà la fine della guerra e il termine di un pranzo collettivo, un ultimo momento che vuole per sempre immortalare nella sua mente, prima dell’inesorabile fine. Sfinita dall’infezione, sempre più potente ai danni del suo sistema immunitario, si stende sul letto di una stanza irradiata dalla luce cristallina e tende la mano al caro amico: orgogliosa del loro viaggio, malinconica riguardo ai momenti vissuti assieme e, in fondo, amareggiata; non vedrà mai più il sorriso di sua figlia, il suo dolce sguardo, la sua crescita o le sue prime nuotate estive, nonostante non sia preoccupata per il suo benessere, viste le persone fidate che se ne prenderanno cura. Chiude gli occhi versando una lacrima, eppure sorridendo alla vita che ha vissuto e perso, al tempo stesso, in un istante di distrazione in quella perenne concentrazione che aveva sempre riposto nel mondo esterno.

Rosita Espinosa, più di chiunque altro, avrebbe meritato di vivere serenamente all’interno dei confini restaurati, assieme a Coco, Eugene e la figlia di quest’ultimo, Rosie (chiamata così in suo onore), nata attraverso la relazione con Maxxine Porter (Margot Bingham). Dopo tutto quello che aveva vissuto, sia prima che durante l’apocalisse, avrebbe meritato un finale appagante e la continuazione della propria storia in uno dei tanti progetti futuri. Ciononostante, questo potrebbe essere stato anche nei piani, essendo che la sceneggiatrice non aveva intenzione di far morire alcun personaggio principale nel finale di serie: Christian Serratos, però si è opposta, proponendo il suo personaggio. Non era la prima volta che l’attrice compieva una richiesta del genere, dal momento che già l’aveva richiesto nella nona stagione, desiderando la morte di Rosita proprio com’è avvenuta nei fumetti: decapitata da Alpha (Samantha Morton) e posta su una picca, insieme ad altri nove membri di Hilltop, per segnare un confine territoriale ben preciso. L’idea di Christian era quella di far uscire di scena il suo personaggio in modo dignitoso, oltre che definitivo, per poter andare avanti e concedersi ad altri progetti esterni all’universo di The Walking Dead. Inoltre, c’è da aggiungere che la sua intenzione secondaria era quella di spezzare il cuore dei fan per un’ultima volta: una mossa ben calcolata e che ha colpito nel segno, provocando l’effetto sperato.