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Che tipo di battaglia è stata la Battaglia di Winterfell

Game of Thrones 8x03 - Battaglia di Winterfell

SPOILER ALERT – Se non hai visto Game of Thrones 8×03 non proseguire nella lettura.

Che Game of Thrones indossi il suo abito migliore quando c’è da rappresentare l’epos di una battaglia è cosa risaputa. Stagione dopo stagione la serie è riuscita a esplorare dal punto di vista stilistico, oltre che sul piano concettuale, le mille sfaccettature di uno scontro bellico.

Negli ultimi anni le battaglie sono legate al nome, alla cultura sopraffina e alla mano sapiente di Miguel Sapochnik. Lo splendido lavoro fatto con Aspra Dimora (episodio 5×09) è valso al regista britannico la conferma per quello che finora è il suo capolavoro: la Battaglia dei Bastardi (6×09) oltre che per l’episodio successivo, il finale della sesta stagione.

Il conflitto tra l’esercito di Jon Snow e quello di Ramsay Bolton ha probabilmente alzato l’asticella qualitativa in Game of Thrones in maniera quasi irreversibile. Dopo quello ci siamo sentiti in dovere di alzare le aspettative oltre ogni immaginazione.

Con queste premesse, continuamente esasperate dal marketing HBO, è venuta fuori la Battaglia di Winterfell.

Collocata all’interno del terzo episodio, La Lunga Notte, la Battaglia di Winterfell è per forza di cose la battaglia più importante dell’intera Game of Thrones. La resa dei conti tra il popolo dei Vivi e quello misto di Estranei e Non Morti, annunciata sin dalla prima stagione. La missione del Night King atta “a cancellare la storia” eliminando Bran, il Corvo con Tre Occhi.

La sfida per Sapochnik è bella ardua: deve riuscire a eguagliare, se non superare, qualcosa di molto vicino alla perfezione come la BoB. Eppure se c’è una persona al mondo che può rendere fattibile questa impresa, quello è proprio Sapochnik, che in Game of Thrones più che in ogni altra opera riesce a declinare semanticamente anche la più banale delle scene d’azione.

Il riferimento bellico al quale dichiaratamente si ispira la Battaglia di Winterfell, non a caso, è di quelli grossissimi: la Battaglia del Fosso di Helm nel secondo capitolo de Il Signore degli Anelli (Le Due Torri). Le sequenze di questo scontro, girato da Peter Jackson, sono ritenute (e ci mancherebbe altro) tra le più belle scene di battaglia nella storia del cinema.

Lo sguardo di Brienne è emblematico di quanto tutto in Game of Thrones 8×03 vada tutto a puttane prima di subito

Già questa comparazione dice molto delle ambizioni che si prefigge La Lunga Notte.

Lo schieramento dell’Esercito del Nord vede i Dothraki guidati da Jorah Mormont in prima linea, al fianco sinistro i Bruti guidati da Brienne e Jaime Lannister, su quello destro gli Immacolati di Verme Grigio (che hanno anche il compito di ergersi a ultimo baluardo a difesa del Castello). Effettivamente la prima analogia tra le due battaglie è di tipo inverso: l’inizio della battaglia di Winterfell ricorda la parte finale “del Fosso di Helm”, ovvero il controassedio guidato da Re Thèoden contro le forze di Saruman. Con esiti diametralmente opposti.

Ironicamente l’ormai celeberrimo grido di battaglia del Re dei Rohirrim (Morte!), risuona molto più profetico per Jon Snow e soci, che perdono in pochi secondi l’intero esercito Dothraki. L’Esercito del Nord può vantare i migliori strateghi militari di tutti i Sette Regni: Ser Davos, Tyrion Lannister, lo stesso Jon Snow. Il perchè abbiano scelto di sacrificare in un colpo l’intero esercito Dothraki è francamente incomprensibile. Probabilmente hanno sopravvalutato l’abilità dei Dothraki in campo aperto, anche al cospetto di un nemico che non si stanca, non conosce paura e, salvo precise circostanze, non muore.

Il controassedio guidato da Re Theoden è quanto si sarebbero augurati Ser Jorah e i Dothraki

Poco male in realtà, dato che la scena è visivamente perfetta ed è fondamentale a calarci nel mood della battaglia.

Le spade infuocate dei Dothraki che si spengono all’orizzonte è una visione tanto bella quanto claustrofobica. La prima delle tante dimostrazioni di come Sapochnik sappia sfruttare la sua sconfinata cultura per plasmare il pregresso reinventandolo secondo le sue esigenze. Altre analogie con Helm vanno ritrovate nel monocromatismo delle due battaglie. In LOTR prevale il blu scuro, in GoT c’è una predominanza del nero (non a caso parliamo della Lunga Notte).

Ciò che alcuni spettatori hanno scambiato per scarsa qualità in realtà è la conseguenza della luce naturale. Un omaggio al lavoro di Fabian Wagner, direttore della fotografia, al suo collega ne Le Due Torri, quel mostro di Andrew Lesnie. Anche alcune fasi della battaglia sono state riprese e degnamente rivisitate. L’assedio dei Non Morti al Castello, favorito dal getto distruttivo di Vyserion e l’equivalente in Helm dell’intruglio preparato dalle Forze di Saruman. In entrambi i casi, infatti, viene distrutta parte del Castello.

Game of Thrones
Game of Thrones

Saltato immediatamente il piano militare preparato dall’Esercito del Nord, non rimane che affrontare i Non Morti a viso aperto. E non resta altro da fare che liberare Drogon e Rhaegal.

Ben presto anche Daenerys e Jon, a dorso dei due draghi, condividono il nostro stesso POV. Possono vedere molto poco e, di conseguenza, sono disorientati, annaspano alla ricerca di uno sprazzo di luce. Una sensazione che, a ripensarci, percepiamo ancora adesso ed è uno dei più grandi meriti di questi episodio: la potenza emotiva dell’ignoto. Il contesto che si è venuto a delineare, effettivamente, è perfetto per esaltare i Non Morti e ai Vivi non resta che rintanarsi tra le mura del Castello. Come anticipato prima, spetta agli Immacolati tamponare la furia nemica, quel tanto che basta per innalzare le trincee e impedire il passaggio.

Qui avviene una delle due scene visivamente più disturbanti di tutto l’episodio. Se l’altra è il risveglio dei Morti (già visto ad Aspra Dimora) con cui il Night King si protegge dall’assalto di Jon, ha fatto senz’altro un effetto particolare notare come parte dell’esercito di Ghiaccio si sia immolato per tamponare il fuoco e consentire il passaggio a tutti gli altri. Comincia tutto un altro episodio, fatto di scontri ravvicinati e inquadrature più strette. Soprattutto sale in cattedra una figura chiave: Arya Stark.

La seconda parte dell’episodio ci permette di apprezzare appieno una caratteristica propria di tutti gli 80 minuti di visione: il silenzio assordante.

A dispetto di pochi dialoghi, comunque memorabili, la mancanza del parlato è una costante de La Lunga Notte. E non verrà mai sottolineata abbastanza la capacità di Sapochnik (ma più in generale di Game of Thrones) di saper abbinare il sonoro alle immagini. Nel mentre Brienne, Jaime e gli altri provano (invano) a difendere le mura e Arya comincia a chiudere i primi occhi blu, le scene d’azione diventano propedeutiche alla parte finale.

Il sottofondo di piano, straordinario, ci accompagna al culmine del climax. Nel frattempo metabolizziamo – malissimo – le morti di Ser Jorah e di Theon Greyjoy, annaspando insieme a Jon Snow che inutilmente tenta di sfuggire a Vyserion. Poi, leggera come una piuma, o quel fruscio appena percepito dall’Estraneo biondo, appare Azor Ahai. Il montaggio e la regia in questo frangente rasentano la follia, poichè Arya compare in dissolvenza mentre la telecamera segue l’estrazione della spada da parte del Night King. Con un tempismo che è più fantasy degli elementi effettivamente fantasy di GOT.

A 1:40 circa la più grande trovata registica di Game of Thrones 8×03

Oltre all’investitura di Melisandre, l’uccisione del NK per mano di Arya era stata deliziosamente suggerita da altre due scene.

La sequenza con cui Lyanna Mormont uccide il Gigante, di fatto, è molto simile alla scena che pone fine alla battaglia. La stessa Arya, a un certo punto, nella biblioteca, sembrava in balia di un Non Morto che la teneva per la gola, quando in realtà l’aveva già pugnalato con la mano destra. Inoltre la modalità in cui Arya viene designata come la prescelta è un ulteriore rimando a LOTR e al percorso fatto da Frodo culminato sul Monte Fato, sancendo la sconfitta di Sauron.

Se sul piano visivo e epico, pertanto, La Battaglia di Winterfell risulta impeccabile (e peraltro riesce nello stesso intento che si era prefisso Jackson con Helm, quello di non annoiare il pubblico, durando addirittura il doppio), c’è un solo aspetto in cui possiamo ritenerla “fallace”. La mancanza di un contesto psicologico del Night King, in cui emergessero i suoi intenti in maniera più o meno chiara. Il come ce l’ha detto Bran nell’episodio precedente, ma conoscere il perchè dietro le sue azioni avrebbe fatto tutta la differenza del mondo.

La morte di Lyanna Stark anticipa il momento clou di Game of Thrones 8×03

Per intenderci, tocca ri-citare l’altro capolavoro di Sapochnik.

Nella Battaglia dei Bastardi abbiamo un contesto ben definito che ci permette di conoscere la psiche dei due schieramenti. E alla fine ci viene restituita per intero l’amarezza di una vittoria mutilata, dovuta a un inganno concepito da Sansa e non dalle abilità militari di Jon, con quest’ultimo che si rivela pressochè inutile. Qui abbiamo delineato perfettamente il background di uno schieramento (e peraltro l’impotenza di Jon si rivela un tratto comune ai due scontri) ma ci manca completamente l’altro.

Con il rischio di far passare il Night King per il male assoluto, un qualcosa di innaturale per GOT che ha sempre rifiutato la dicotomia bene/male per cavalcare le mille sfumature intermedie. Sempre. Senza dubbio il NK aveva un scopo e le spiegazioni di Bran nei prossimi episodi chiariranno il tutto. Ma la sua versione introspettiva sarebbe stata la ciliegina sulla torta di una Battaglia, quella di Winterfell che comunque ha appagato tutti e cinque i sensi.V

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Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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