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Vikings 5×18 – E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino

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Vikings si avvia a concludere questa seconda parte di una quinta stagione altalenante in modo approssimativo. Attraverso astuti meccanismi di fan service, cerca di risollevare ancora una volta questa stagione che non riesce a trovare convinzione nelle sue stesse storyline. La grande evocazione che è stata protagonista di questa puntata solleva gli animi e ci ricorda cosa Vikings era in grado di farci provare.

Ma dura soltanto qualche minuto, poi, come una visione, scivola via e ci riporta alla mediocrità di questa stagione di Vikings.

La rievocazione della grandezza del passato ci fa sentire ancora più amareggiati nel rapporto col presente. Ricordandoci ciò che è stato, Vikings ci ha anche fatto palesemente notare cosa non è più e che, probabilmente, mai tornerà. Forse, è proprio quella scena a affossare definitivamente la speranza dei fan, tanto da fargli capire che forse non c’è molto più da vedere in questa serie tv.

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Il problema principale della quinta stagione è l’ampiezza degli eventi, molto distanti tra loro, che accadono tutti contemporaneamente. Una grande frammentazione che spezza il ritmo e, a turno, regala pochi secondi a personaggi che meriterebbero una migliore caratterizzazione.

Partendo da Floki, personaggio tanto bello quanto ormai inutile, sprecato in questa bolgia divina senza capo né coda che ha portato lentamente allo smantellamento del gruppo arrivato in Islanda.

Se dietro questo filone narrativo gli sceneggiatori di Vikings hanno voluto nasconderci una sorta di morale, l’hanno nascosta così bene da non farla trovare neanche allo spettatore.

Floki afferma, in questa puntata, che ha finito di avere a che fare con gli umani, che la ferocia con cui poneva fine alle battaglie personali non fa più parte di sé. Lo avevamo capito dall’inizio, dal momento in cui era partito per l’Islanda, ma perché aspettare tutto questo tempo per farglielo dire?

Ma soprattutto, ora, cosa mai ci dovremmo aspettare? Un cammino dantesco negli inferi di Hel?

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Per quanto riguarda la parte relativa a Ivar, sembra andare tutto (mediocremente) bene a livello di narrazione. La statua distrutta e deturpata scatena l’ira dello storpio. Non sentendosi mai amato dal suo popolo, la risposta alla ribellione passiva è la morte.

La sua paranoia lo ha portato a non sentirsi mai apprezzato da nessuno. Una paranoia così forte e radicata che si riflette nel suo primogenito.

La visione del bimbo storpio come lui rievoca tutte le malignità che ha passato e lo paralizza. L’abbandono, in questo caso, è sinonimo di pietà. Forse l’unico gesto umano che Ivar è in grado di fare. Oppure è solo un altro sintomo della sua paranoia, che lo porta a compiere un gesto tanto estremo e doloroso quanto vigliacco.

Piacevole è invece il modo con cui è affrontato il cammino di Hvitserk, soprattutto con l’escamotage del re vichingo che sembra Buddha, la nuova divinitàa cui si lega il giovane uomo. Un piccolo passo avanti nello sviluppo del personaggio, così come per Ubbe. Anche egli trova il suo spazio ora, lasciandoci capire che gli ultimi due episodi di questa stagione saranno intrinsecamente legati alla loro sorte.

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Il ritrovamento di Lagertha è stata l’ennesima parte conclusasi con fretta e semplicità, anche se ci ha regalato 5 minuti di estrema emozione.

Come l’accecamento per San Paolo, questa strana e agrodolce visione di Ragnar, ci solleva e ci fa cadere dal divano. Soprattutto perché rievoca grandi ricordi non soltanto riguardo alla sua morte, ma alla dolce e tortuosa storia d’amore con la shieldmaiden. Cinque minuti che sono come una boccata d’aria rinvigorente.

Ma conclusasi la visione folle di Lagertha, ci ritroviamo senza vista, come San Paolo. La bellissima scena è un evocazione sconcertante, ma ci risuona lontana, come qualcosa che è stato e che mai più sarà.

Se l’intento è stato quello di ricatturare l’attenzione dello spettatore in modo straordinario, con il ritorno in scena del personaggio più amato, temo che sia stato più il colpo di grazia di una serie che si trascina esanime cercando di raggiungere la fine di una stagione che non ha retto senza il suo protagonista.

Lo spettatore si ritrova così a comprendere Lagertha, a immedesimarsi con lei. Senza più uno scudo, senza più il cuore che apparteneva a Ragnar, senza più uno scopo.

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Written by Sara Marzocchi

Mi sono immaginata in molti universi, ho vissuto storie diverse in differenti epoche. Quel piccolo tasto chiamato play è in realtà il mio armadio per Narnia, il mio biglietto per Hogwarts, il mio Tesseract. Il mio passaporto telefilo non è mai abbastanza pieno, come non lo è neanche quello dei film e quello dei i libri. Insomma, potreste dedurre che mi piace la vita sedentaria, ed invece no. Sono una contraddizione vivente in cerca del suo punto d’equilibrio.

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