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#VenerdìVintage – L’esperimento sociale del Paradiso di Oz

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Quello che possiamo dire per certo di Oz è che fu un vero casino. Pochi ricordano che è stata la prima serie tv a episodi lunghi della HBO e uno dei suoi primi azzardi in assoluto. È nata dalla penna dello storico Tom Fontana nel 1997 e da allora nulla è stato più lo stessoOz ha marcato la storia non solo per il coraggio nel trattare certe tematiche o nell’utilizzare alcune tecniche narrative, ma anche perché è stata trampolino di lancio di numerosi volti famosi, presenti nella serie senza che ce ne rendessimo conto. Nonostante Oz sia senza dubbio il più grande capolavoro sottovalutato della HBO, il punteggio di gradimento di pubblico continua a essere alto e a premiarla. I motivi per cui nessuno guarda più Oz possono essere molteplici e hanno tutti a che vedere non solo con le tematiche di cui dicevamo ma anche nel modo in cui queste vengono trattate.

Non c’è dubbio che Oz sia una serie ingestibile soprattutto per un pubblico più moderno, più sensibile ai soggetti che Oz spiattella in faccia senza alcun filtro, alcuna vergogna, alcuna remora.

La cosa interessante è che potremmo considerare Oz una serie che parla di un esperimento sociale che è a sua volta un esperimento sociale, pronta a spingere fino in fondo ogni barriera culturale e morale che possediamo, a scavare talmente in profondità nell’animo umano da scarnificarci. Una serie che ha parlato di integrazione etnica, omosessualità e transessualità, stupro, pena di morte, abuso fisico e psicologico, lotta di classe e di religione, malattia mentale e suicidio prima di qualunque altra e l’ha fatto nel modo meno edulcorato possibile, con la sincera brutalità di una serie tv che non guardava ai rates o al pubblico, ma semplicemente aveva una storia da raccontare e andava avanti per la sua strada. E tutto è partito da lì. Il Paradiso, l’esperimento sociale di Tim McManus.

Tim McManus

Tutto inizia dal quinto braccio del Penitenziario di massima sicurezza Oswald, chiamato dal suo creatore “Il Paradiso” (in lingua originale Emerald City, la Città di Smeraldo. In entrambi i casi, da cogliere l’estrema ironia) nella quale decide di rinchiudere i detenuti che secondo lui hanno possibilità di essere riabilitati. Proprio per questo, il braccio segue regole sperimentali diverse dal resto della prigione. Innanzitutto, la sua natura riabilitativa consente la possibilità di svolgere numerosi lavori nonché di appoggiarsi alla consulenza di un padre spirituale, una psicologa e un gruppo anonimo per la disintossicazione. I detenuti vivono in celle con vetri di plexiglass, le quali comunque sono aperte per tutto il giorno perché i detenuti sono liberi di girare nel grande atrio ricreativo, di andare nella sala computer, in libreria e nella palestra. L’ordine è stabilito dagli agenti che vivono con i detenuti 24/24h.

Se il piano di McManus è quello di accompagnare i detenuti nella loro reintegrazione in società favorendo l’educazione, il lavoro e la relazione, la verità è ben diversa.

Il progetto del Paradiso si basa su una stretta, anzi strettissima, comunione tra i detenuti che provengono da estrazione sociale, culturale, etnica e religiosa molto diversa. Se dall’esterno questo viene visto come un ottimo esempio di integrazione, all’interno Oz dimostra di essere una pentola costantemente sotto pressione, pronta a esplodere. Il primo Status Quo che osserviamo è quello della divisione etnico-linguistica o religioso-politica: abbiamo gli italiani/siciliani, gli zombie (afroamericani), gli irlandesi, i latinos, gli ariani, i musulmani, i cattolici, gli omosessuali (ma sarebbe più corretto parlare di queer in generale). La segregazione è quasi netta e lampante. Per tutto il corso della serie vedremo questi gruppi disgregarsi e aggregarsi sempre attorno a un centro assunto come guida o capo, che cambia repentinamente seguendo i giochi di potere interni.

Tobias e Chris_Oz

Poi ci sono gli altri. I non assimilabili a un qualche gruppo specifico, gli outsider per scelta o costrizione che in qualche modo fungono da mine vaganti e rottura degli equilibri. Tra questi abbiamo l’avvocato Tobias Beecher e il paraplegico Augustus Hill, narratore delle vicende. Ma anche l’irlandese Ryan O’Reily e il sociopatico Chris Keller. Queste sono spesso le vere pedine che spostano i giochi, che si alleano con l’uno o l’altro gruppo al solo scopo di pararsi le spalle e sopravvivere, che creano e disfano alleanze nel giro di pochi episodi. Se c’è una cosa che Oz insegna è che, al di là di qualsiasi credenza religiosa o appartenenza politica, persino al di là della propria etnia e dei legami di sangue, la sopravvivenza è quello che conta davvero. In fondo, spogliato di tutto, l’essere umano non è che un animale che segue i più immediati e basti istinti.

Questo si può declinare anche, se ha senso, sia in positivo che in negativo dal momento che sotto alla mera e pura sopravvivenza nulla davvero importa. Se da una parte i detenuti dimostrano di essere in grado di scendere al gradino più basso possibile dell’umanità per ottenere il potere che possa permettergli di proteggere sé o la propria famiglia, dall’altra essi dimostrano pure di essere in grado di sospendere qualsiasi giudizio per allearsi con quello che fino al giorno prima era “il nemico”. Ovviamente Oz prevede un ambiente disfunzionale non replicabile (per fortuna) nella realtà, ma nel suo modo estremo dimostra come tanti pregiudizi siano costrutti culturali che ci imponiamo e che crollerebbero nel caso di bisogno.

Questo diventa ancora più chiaro se è possibile con le figure diremmo “positive” della serie: le guardie di sicurezza e gli addetti ai lavori che, varcato Oz (l’unico luogo che viviamo davvero) sembrano anch’essi perdere qualsiasi freno che ne costituisca la moralità per spogliarsi della propria umanità e mostrarsi per quello che sono. E qui c’è il ribaltamento a sorpresa delle cose, perché se alcuni detenuti si dimostrano in grado di possedere un’integrità, di migliorare e persino di essere brave persone (almeno negli ideali, meno nelle azioni), moltissime figure positive invece buttano giù la maschera per mostrare tutta la propria meschinità, violenza latente, pregiudizio e capacità vendicativa. Come un moderno Effetto Lucifero in cui l’ambiente (in questo caso il Paradiso) influenza fortemente la condotta dell’individuo.

Lo scopo di Oz tuttavia non è quello di dare una conclusione positiva al progetto sociale di McManus (e neanche una conclusione vera alla serie tv, a dire il vero), quanto di operare una critica al sistema carcerario americano attraverso il racconto in prima persona dei suo protagonisti. Da questo punto di vista potremmo dire che l’esperimento sociale è completamente fallito dal momento che quasi nessun detenuto riesce davvero a emanciparsi dalla sua condizione grazie alla progettazione del Paradiso. Neanche Augustus, il nostro narratore, né Tobias, quello che potremmo definire il nostro punto di vista privilegiato, ne escono indenni.

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Eppure la sensazione è che il Paradiso avrebbe potuto funzionare se fossero state adottate misure tali da rendere conto delle sensibilità etniche, religiose e culturali dei suoi vari componenti. Ma, di nuovo, il primo istinto umano è quello di sopravvivere e la sopravvivenza del carcere nella sua interezza era più importante delle singolarità degli individui coinvolti. Forse quella che abbiamo è piuttosto una speranza, la speranza di un uomo visionario come McManus che sperava di riabilitare alla vita anche le peggiori anime di questa terra, a prescindere dal loro passato e dal loro gruppo di provenienza. Quello che ci resta è il tentativo di un esperimento sociale utopico già allora e che oggi ci sembra comunque ancora troppo lontano, anche se ci piace ancora credere che quelle alleanze senza colore, etnia, religione o lingua possano essere durature.

Dall’altra ci rimane l’esperimento sociale del HBO che ci ha colpito con la sua sfacciata onestà, portando a chiederci onestamente cosa avremmo fatto noi, chi saremmo stati, quanto in basso saremmo caduti se avessimo messo piede in Oz?

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Scritto da Concetta Sorvillo

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