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Sayid Jarrah soffre, anche se non prova più niente

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Sayid Jarrah in Lost è l’uomo dai mille talenti che, barricato nel suo silenzio schivo, porta sulle spalle il peso di un passato travagliato

Non provo nulla. Rabbia, felicità, dolore… Non provo più niente di tutto questo.

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Sayid è figlio della guerra, che imbruttisce e spersonalizza gli  individui. Sin da piccolo è stato cresciuto e addestrato per diventare un soldato e seguire le orme dell’eroico padre. Nel contesto bellico la sua educazione si basa sulla macchinosità delle azioni e sulla mancanza di pietà come virtù suprema.

Non ha mai conosciuto la pace e la tranquillità, gli hanno rubato l’infanzia e con essa la speranza di poter diventare una persona migliore.
Hannah Arendt parlava di “banalità del male”: in un contesto del genere l’uomo è inabilitato a pensare da un diverso punto di vista, è la mera gestualità di una mente terza. Allo stesso modo le azioni di Sayid non sono cattive, sono solo inconsapevoli automatismi dettati dall’abitudine e da un sistema e un ambiente più grandi di lui.

Nella sua vita ha visto la sofferenza in tanti sguardi innocenti o colpevoli che lo hanno plasmato e, al contrario di ciò che pensa, lo hanno reso sensibile alle persone. Sayid è, infatti, in grado di squarciare con pacatezza la patina di superficialità e apparenza di cui si travestono e comprendere l’insidia della menzogna.

Tra le crepe della sua vita si materializzano però due piccoli raggi di luce che inteneriscono il suo cuore disilluso.

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Nel periodo in cui Sayid lavorava per la Guardia Repubblicana incontra nuovamente Nadia, l’amica d’infanzia che affettuosamente era solita spingerlo nel fango. Lei è stata l’unica che da piccolo gli ha ricordato di essere un bambino prima ancora che un aspirante soldato e da grande di essere un umano prima ancora che un torturatore. Lui avrebbe dovuto torturarla e ucciderla poiché dissidente, invece rischia tutto pur di salvarla.

Sull’Isola nasce un’intesa particolare con Shannon. Sayid si sente finalmente libero di vivere appieno i suoi sentimenti ma il cammino per la redenzione per lui non è così semplice e, dopo poco, si ritrova a stringere fra le braccia il corpo senza vita della sua amata. Anche questo barlume di luce si eclissa e ritorna il buio.

In questo buio pesto lui brancola, incosciente del fatto che tra le sue dita si mescolino la vita e la morte.

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Nell’inconsapevolezza, lui è il filo rosso che ricongiunge la follia alla speranza. Mette a disposizione di tutti il suo ingegno e le sue conoscenze tecniche, d’altronde sarà lui a riparare il telefono che permetterà a Desmond di chiamare Penny: la sua Costante (qui vi spieghiamo perché è tra i migliori episodi di Lost). E conforterà Rousseau aggiustando il carillon che, come lei, non produceva più alcun suono.

Arriva sull’Isola da carnefice e va via da eroe, senza remore senza paura. Come in una perenne guerra non esita a stare in trincea per proteggere le persone a cui tiene. É un soldato e come tale indossa un’armatura per tutelarsi da tutto ciò che è emozione e sentimento, anche se al di là del “filo spinato” c’è solo tanta sofferenza e speranza di trovare una volta per sempre un appiglio stabile, un’ancora che gli permetta di galleggiare senza andare alla deriva e in fin dei conti sembra trovare questo appiglio nell’Isola stessa.

Sayid passa tutta la vita cercando un modo per espiare i suoi peccati, ha cercato la salvezza nell’amore ma il destino glielo ha negato.

Fuggito dall’Isola di Lost nel gruppo degli Oceanic Six, si ritrova nuovamente a perpetrare violenza su ordine di Ben ma si ribella e va in Repubblica Domenicana per dedicarsi al volontariato dove, però, viene arrestato e riportato sull’Isola. Nonostante i suoi tentativi di trovare la pace, finisce sempre in una situazione di conflitto con le mani sporche di sangue.

Ritornato sull’Isola viene ferito mortalmente, ma viene riportato in vita dall’Uomo in Nero anche se ciò comporta l’incapacità di provare emozioni. Di colpo ci sembra di essere tornati al cospetto del vecchio Sayid soldato e torturatore, alienato da sé stesso. Come un paradosso, però, è proprio la sua capacità di superare i suoi limiti che lo salva.

Reagisce e la sua reazione è il sacrificio: prende tra le mani la bomba destinata a uccidere i sopravvissuti e corre il più lontano possibile per farla esplodere con lui salvando tutti gli altri. La morte è il principio dei suoi turbinii e la morte è ancora il punto di approdo del suo percorso di redenzione.

Sayid Jarrah non è cattivo, Sayid è la speranza che neanche la più rigida educazione militare può privare del libero arbitrio. Non c’è alienazione o spersonalizzazione a cui non ci si possa opporre perché anche nel più arido dei terreni possono nascere dei fiori.

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Written by Clotilde Formica

Mi piace varcare confini, talvolta con un aereo talaltra con qualche serie tv e una manciata di libri, preferibilmente di Oscar Wilde. Nel restante tempo mi fingo aspirante giurista.

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