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Un confronto tra le figure femminili della banda de La Casa de Papel

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ATTENZIONE: proseguendo nella lettura potreste imbattervi in spoiler su La Casa de Papel.

Irrefrenabili, testarde, impulsive, passionali, travolgenti: le donne della banda del Professore, nel corso delle cinque stagioni de La Casa de Papel, non le hanno mandate a dire a nessuno, anzi. Nel bel mezzo di due rapine al cardiopalmo, circondate da militari dell’esercito, polizia, minacce interne, carri armati, fucili puntati al petto e stress test sempre dietro l’angolo, le signore in tuta rossa non si sono mai risparmiate e hanno mostrato al contrario grandi capacità di resilienza, uno sfrontato approccio alle situazioni più al limite, saldezza di nervi (ok no, forse non sempre…) e soprattutto tanto, ma tanto coraggio. In ciascuna di loro, balena un guizzo di lucida follia. Sempre sopra le righe, sempre deflagranti. Nitroglicerina al servizio della causa. Qualche volta necessarie alla buona riuscita del piano, altre volte prese in prestito solo per questioni di fan service, le figure femminili della più famosa serie spagnola del momento sono articolate e contorte. Personaggi spinosi e delicati, ruvidi e scomodi, proprio come tutto l’universo de La Casa de Papel, pieno di guizzi adrenalinici e salti acrobatici (anche letterali) nel vuoto.

Sono bombe a orologeria piazzate nel bel mezzo dell’azione.

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Le rapine non sono una specialità da maschi e in questo senso Álex Pina il problema non se lo è mai posto. E anzi, proprio alle donne ha affidato compiti particolarmente delicati. Per loro ha ritagliato un ruolo importante, sia per la buona riuscita del piano che per mantenere stabile l’equilibrio emotivo della banda. Non a caso, Tokyo è stato il primo membro reclutato dal Professore per mettere in piedi il colpo del secolo. Sono personaggi sbandati, asimmetrici. Esiste una sproporzione tra i loro sogni e le loro aspirazioni e la durezza della realtà che le ha spinte ai margini, sul ciglio di un marciapiede, in attesa di essere raccattate da un visionario con qualche speranza in più da offrire. Una caratteristica peculiare de La Casa de Papel – che qualche volta la avvicina agli standard della telenovela più che a quelli di una serie action – è proprio quella di soffermarsi sulla sfera interiore dei suoi personaggi, traghettare gli spettatori nei loro complessi e farne vivere i drammi. Il coinvolgimento emotivo è una componente essenziale per uno show come questo, per cui tutti i personaggi, sia quelli maschili sia quelli femminili, vengono trascinati sull’orlo di una crisi di nervi, costantemente messi sotto pressione, stressati, sfibrati. Cosicché di loro conosciamo il peggio e il meglio, rimescolati in una combinazione volutamente eccedente, iperbolica.

Ma dopo cinque stagioni e due colpi ad alta tensione, possiamo tracciare un bilancio complessivo delle figure femminili della banda?

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Manila è obiettivamente il personaggio più sfocato. Arruolata per la seconda rapina, quella al Banco di Spagna, Manila la ricordiamo solo per essere stata parte, seppur per brevissimo tempo, del triangolo amoroso di Denver. Ha fatto la sua comparsa nella terza stagione, come infiltrata della banda tra gli ostaggi. Ci siamo accorti di lei solo perché, rispetto agli altri civili rimasti bloccati nel Banco, la telecamera è andata a cercare più spesso il suo volto. Dalla quarta stagione in poi, abbiamo le idee più chiare anche su questo personaggio, il cui nome reale è Julia. Manila ha un percorso personale del tutto particolare: è una transgender amica di infanzia di Denver e considerata una specie di figlioccia da Mosca. Non ha partecipato alla prima rapina per un soffio, ma alla seconda non sarebbe mancata per nulla al mondo. Figlia di Benjamìn, Julia doveva avere un ruolo molto marginale nel colpo, come supervisore degli ostaggi. Col passare delle stagioni, ha acquisito uno spessore maggiore, ma niente di lontanamente paragonabile a un ruolo guida all’interno della banda. I suoi nervi sono stati messi a dura prova, i sentimenti per Denver l’hanno confusa e le hanno offuscato la mente. È sopravvissuta alla rapina, ma probabilmente la sua carriera da ladra professionista è finita qui.

Stesso discorso per Stoccolma, personaggio indubbiamente più interessante per tutta la sua evoluzione all’interno della serie, ma comunque priva di quel carisma necessario a conquistarsi un posto di rilievo nella squadra del Professore. Da amante di Arturito a (quasi) assassina armata di mitraglietta il salto è stato breve, pure troppo. Mónica Gaztambide non ha la stoffa per le rapine. Il suo personaggio si presta più a scambi di effusioni e paranoie sentimentali che all’azione vera e propria. E la quinta stagione ne è la dimostrazione. Le cose cambiano completamente quando ci accostiamo invece a personaggi più trascinanti ed esplosivi come Nairobi, Tokyo e Lisbona. Parliamo infatti di tre personalità forti, capaci di impattare in maniera devastante sul corso degli eventi. Sono figure simili per certi versi, diversissime per altri. Tokyo e Nairobi si somigliano molto. Le uniche due donne originarie della banda sono accomunate, oltre che dal tragico destino, da un temperamento tenace e impetuoso, spesso troppo impulsivo.

È solo un caso che nessuna delle due sia arrivata alla puntata finale de La Casa de Papel?

Tokyo e Nairobi sono personaggi amatissimi, la loro uscita di scena ha avuto il vantaggio di assicurarsi il pieno coinvolgimento emotivo del pubblico. Ma sarebbero durate ancora a lungo al centro dell’azione? Il coraggio non mancava a nessuna delle due – la fine drammatica di entrambe ne è dopotutto la dimostrazione più palese – eppure, per sopravvivere fino alla fine in una rapina, c’è bisogno di altre qualità che le due veterane della banda non possedevano fino in fondo: lucidità (qualcuno ricorda la roulette russa con Berlino?), predisposizione al comando, cautela, ponderatezza, distacco. Impulsività, istinto ed eccessivo coinvolgimento non sono gli ingredienti giusti per poter sperare nella buona riuscita di un piano folle come quello del Professore. Ma d’altronde, il criterio di selezione dei membri della banda potrebbe essere discutibile se non fosse che stiamo parlando de La Casa de Papel.

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Un profilo perfetto per stare proprio al centro della guerra è invece quello di Lisbona, l’altra donna ad essere passata dalla parte dei rapinatori. Insieme a Monica e ad Alicia Sierra, Raquel è quella che ha affrontato la metamorfosi più visibile: da poliziotta a criminale nel giro di un paio di stagioni. Inutile dire che Lisbona l’attitudine alla leadership la possiede tutta. Sarà che negli ultimi tre capitoli è mancata una figura accentratrice come quella di Berlino – del quale Palermo è solo un flebile riflesso -, ma l’unica che è sembrata in grado di mandare avanti la baracca nelle fasi cruciali del colpo è stata proprio lei. Nelle vesti di ispettore capo non se l’era cavata poi tanto male. Raquel possiede l’ostinatezza e la determinazione di Tokyo e Nairobi, ma rispetto a loro sa muoversi con perfetta fluidità nel caos della battaglia. Resta sempre lucida, sa ragionare con la testa dell’avversario, non cede all’istinto e alla passione, ma riflette, analizza, legge le situazioni e sa rispondere con pragmatismo e risolutezza alle situazioni più problematiche. È probabilmente il leader che il Professore avrebbe dovuto introdurre nel Banco sin dall’inizio per gestire meglio la guerra dall’interno.

Tra tutti i personaggi femminili della banda, Lisbona è quello che meriterebbe il voto più alto in pagella. Siete d’accordo?

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