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La Casa de Papel – Le Pagelle dell’ultima stagione

Ora che è finita, ci sentiamo un po’ tutti come Denver che per smaltire i luccichii del Paradiso corre di nascosto a ubriacarsi tutte le sere nei peggiori bar del sudest asiatico: persi. Completamente persi. Sì, è vero: La Casa de Papel è piena di buchi di trama, imbottita fino a scoppiare di scenari improbabili, fesserie mastodontiche, spazzatura cringe. Delle volte è talmente improbabile che la sospensione dell’incredulità ci bussa nella scatola cranica e – più seria di Bogotà che parla della fedeltà coniugale – ci chiede: “o, ma sarete mica scemi?”. Quanto sia pacchiana l’abbiamo più volte detto. Al punto che questa parte finale ci sembra persino meno tamarra delle altre e non sappiamo se perché si sia effettivamente ripresa dalla sbornia trash o se perché più semplicemente abbiamo sviluppato una sorta di assuefazione che ci filtra la realtà attraverso gli occhialetti sballati del Professore. E tutto ci appare accettabile, coerente, persino logico.

Sarà quel che sarà, ma come sopravvivremo al prossimo decennio di austerity senza lo slancio romantico di una cosa come La Casa de Papel?

Dopotutto abbiamo scoperto che questa è scienza ottimista, fantasia infantile. E più ce ne danno, più siamo – segretamente – contenti, appagati, compiaciuti. È il guilty pleasure che abbiamo atteso anno dopo anno, anche dopo aver capito che il gradiente tamarro avrebbe sempre e comunque scavalcato l’infarinatura razionale, strappando per sempre la serie dall’olimpo delle migliori. La Casa de Papel ci mancherà, anche se non saremo mai disposti ad ammetterlo. Anzi, forse ci mancherà ancor di più proprio quando ci rifiuteremo di ammetterlo. Questo show è giunto definitivamente ai titoli di coda – almeno fin quando a nessuno verrà in mente di far progettare a Berlino jr. una rapina alla Banca centrale europea, tanto per mantenere le tradizioni di famiglia – e dovremmo rassegnarci all’idea di non sapere più che ne è stato di Antoñanzas.

La Casa de Papel

Sarà tutto molto più triste senza La Casa de Papel. Specie per gli appassionati di origami, la cui produzione ha raggiunto vette mai esplorate in secoli e secoli di tradizione. Ma anche per noi, che a stilare le pagelle del giorno dopo ci sentiamo più eccitati di quando la prof di matematica piazzava i voti dopo il compito in cui l’unico secchione della classe era stato assente. Ed ecco che allora ci accingiamo a compilare le ultime pagelle dell’ultima parte di una serie che non poteva non finire con tutti felici, contenti e sfondati di soldi (qui la recensione finale). Persino coso… Matías.

TOKYO

No, non è uno spin-off del Sesto senso, anche se quella che sentite è la voce di un morto. È solo che Úrsula Corberó aveva altri cinque episodi nel contratto e niente di meglio da fare, così l’hanno lasciata in sala di registrazione a fare un po’ quello che voleva, conferendole anche un non so che di antico, leggendario. Tipo Sibilla cumana a metà tra mondo dei vivi e mondo dei morti. È passata dal vedo/non vedo degli spogliarelli acciuffa-spettatori al morto/non morto di una fase più matura. (E no, non c’era nessun indizio nascosto nella voce narrante di Tokyo: l’hanno pensata proprio così. A caz*o).

VOTO: WHITE WALKER

PALERMO

Il piano di Palermo è una vera genialata, probabile. Il fatto è che nessuno ci ha capito una mazza. Sarà che ci sono volute tre stagioni, quattro capitoli, ventisei episodi e tre anni per spiegarlo fino in fondo, ma qualcuno sa dire esattamente come è stato pompato fuori l’oro dal Banco di Spagna? Ecco, appunto. Sappiamo solo che, quando le cose si sono messe male e tutto è sembrato irrimediabilmente perduto, a Palermo è bastato raccontare alla pompa norvegese le sue nostalgiche nottate con Berlino per rimettere tutto a posto.

VOTO: 6 politico e promozione acciuffata per un soffio. Nella prima parte non ha toccato palla, qui almeno si è presentato con una pelliccia che manco Crudelia De Mon con tutta la carica dei 101.

La Casa de Papel

DENVER

Il dilemma lo lacera, il dubbio lo consuma. Ne uscirà vivo? No, non dalla rapina: è il triangolo amoroso con Stoccolma e Manila che non gli dà pace. Mentre tutti si struggono a trovare una via di fuga alternativa, con l’acqua alla gola e poche chance di uscirne vivi, lui passa la maggior parte del tempo a dividersi tra la lingua di Julia e quella di Stoccolma. E nel momento più drammatico del colpo, se ne sta sdraiato nudo a pensare che brutta vita facesse lì fuori con le tasche piene di milioni e una donna che se l’è scelto nonostante la sindrome.

VOTO: Sindrome di Denver. Lui partecipa alle rapine solo per risolvere i suoi problemi di cuore. Tipo terapia di coppia, ma con qualche sparo in più e una ragazza che deve farsi di morfina per non farsi dilaniare dai dubbi.

Ah, ed è stato l’unico individuo dell’intero pianeta Terra a non capire subito che i membri della banda non erano morti manco per il caz*o.

La Casa de Papel

RIO

Un’altalena emotiva che dondola su e giù tra il cieco furore e l’irrazionale ottimismo. Molto spesso, tutto insieme. Un po’ Terminator, un po’ Gandhi, ma in fondo sempre un Bambi, messo lì apposta per far alzare il livello di glucosio negli ipoglicemici. Se si fosse fatto gli affari suoi, tutto questo casino neppure sarebbe servito. Anche se poi abbiamo scoperto che il Professore, pur di avere una scusa per omaggiare il fratello morto con la rapina del secolo, avrebbe rapito Rio con le sue stesse mani, travestendosi da Marsiglia versione agente della CIA. Per cui, possiamo assolvere il piccoletto.

VOTO: TE ABSOLVO.

IL PROFESSORE

Un personaggio diventato leggenda, un nome inciso sui muri, un campione di infallibilità e maestria che ha cosparso il globo di suoi epigoni e imitatori. Il Professore avrebbe potuto campare di rendita anche senza far niente di veramente eclatante, perché il mito si era ormai consolidato. Ma ha rovinato tutto in un’unica scena, azzardando una specie di balletto da ubriaco in pigiama sulle note di Sex Machine. Ha ricordato a tutti il secchione della classe che in gita, per dimostrare che sapeva fare anche qualcosa di diverso dal risolvere complicatissime equazioni di secondo grado, mandava giù litri di vodka e rischiava di affogarsi col fumo di una canna. Serviva una valvola di sfogo al Professore, su questo non c’erano dubbi. Come non c’erano dubbi sul fatto che alla fine il buon Sergio Marquina avrebbe fatto uno dei suoi soliti pippotti sull’economia e la finanzia, i meccanismi delle borse e i valori dei marcati, così che nessuno ci avrebbe capito nulla, i cattivi (che poi dovrebbero essere i buoni) si sarebbero arresi all’irresistibile fascino di idee così arzigogolate e misteriose e tutti sarebbero stati felici e contenti. Persino lui, che senza più parenti morti da onorare, sta per darsi all’alcolismo.

VOTO: HA SFONDATO IL COFANO DI UNA MACCHINA A MORSI, SIGNORI. Quando ci ho provato io, ho dovuto mangiare pastina per dieci mesi.

La Casa de Papel

LISBONA

Hanno finalmente capito che farla spogliare non era una buona idea. Specie da quando Tokyo ci ha lasciati, gettando il pubblico maschile nello sconforto più totale. Quando è stata zittita dal Professore, un pensierino su Matìas ce lo ha fatto veramente. Raquel non vincerà mai il premio come miglior mamma dell’anno – ha appena accettato con gioia che il suo prossimo pargolo diventi un ladro di professione per seguire la scia di papino, del nonno morto e dello zio pazzo -, ma è l’unico personaggio che sembra effettivamente in grado di portare a termine una rapina. Fosse stata lei a capo della banda, la pratica l’avremmo risolta in una stagione e mezza.

VOTO: Kung-fu Panda. La mossa per immobilizzare Rio è stata l’unica cosa da rapinatori veri che abbiamo visto fare ai membri della banda in questo finale di serie.

ALICIA SIERRA

La Casa de Papel

Il Madre dell’Anno Award – 2021 non lo vince Raquel anche perché la giuria ha deciso all’unanimità di assegnarlo a lei, la poliziotta cacciatrice di ladri che è diventata una ladra cacciatrice di poliziotti. Anche la sadica e sfrontata Alicia Sierra alla fine è caduta nella rete del Professore, irretita dal suo fascino sapientone e forse anche da quel carico di lingotti d’oro che lei sa esattamente dove sono nascosti. Il disturbo post traumatico da parto non sa neppure cosa sia: dopo aver dato alla luce la piccola Victoria – auguri! -, la neomamma, bardata di propositi omicidi, ha sfrecciato a duecento all’ora contro un cancello sigillato, lanciandosi in una pazza fuga con uomini armati alle calcagna, passando attraverso due camion in corsa (a proposito, ma come guidano i camionisti in Spagna?), calandosi dal secondo piano di un palazzo con una cordicina leggermente più spessa di un filo interdentale e sfidando le lungaggini della burocrazia spagnola per mettere mano al catasto. Il tutto con una bimba di un paio di giorni da accudire alle costole. Date a Victoria il numero del telefono azzurro.

VOTO: Estoy Loca.

HELSINKI E BOGOTA’

Più marginali di Angel e Suarez nella tenda di Tamayo, Helsinki e Bogotà ce la mettono tutta per lasciare la propria impronta su questa stagione de La Casa de Papel. Álex Pina ha ritagliato per loro un ruolo da saggi, tipo maestri venerabili che seminano qua e là massime e riflessioni di altissimo spessore filosofico. Helsinki – che nonostante una gamba maciullata nessuno si fila – e Bogotà – che ha lo stesso numero di figli del reverendo Camden – sono come lo Yin e lo Yang: insieme creano un infallibile equilibrio tra energie positive ed energie negative. Se per l’orsacchiotto dell’Est Europa bisogna essere ottimisti e credere che le cose andranno bene, sempre e comunque, per Bogotà “il pensiero positivo è stata la rovina della civiltà”. Dove uno vede fiori, farfalle e arcobaleni luminosi, l’altro scorge pensieri neri come il petrolio. Se si è trascinato vivo fino all’ultimo episodio, non è certo per il suo proverbiale ottimismo.

VOTO: poteva anda’ peggio ma pure meglio.

MATÍAS

Anche detto il Toro di Pamplona. Nessuno ricorda chi è, da dove è uscito e quale è il suo ruolo, ma si è conquistato un passaggio sui telegiornali nazionali così, da imbucato alla festa del secolo.

VOTO: 15 minuti di gloria.

MANILA E STOCCOLMA

I due vertici bassi di un triangolo delle Bermuda che al vertice ha il sorriso a quarantadue denti di Denver. Entrambe confuse, entrambe intimamente consumate dall’amore per il più sveglio della banda, Manila e Stoccolma si arrovellano sui loro sentimenti personali, fregandosene per gran parte del tempo delle sorti del colpo. Potrebbe essere solo l’effetto della morfina anche stavolta, ma ogni volta che si ritrova al centro di una rapina, Stoccolma finisce per improvvisare balletti sexy per tenere alto il morale di Denver. Così, de botto.

PREMIO: prossime comparse nel cast de Gli Occhi del Cuore.

I TROPIC THUNDER

Abbattuti, decimati, sfibrati nel morale, i soldati di Sagasta non demordono. C’è una specie di cosplay di Lagertha che sembra uscita da L’Alba dei morti viventi che, con una scheggia conficcata nel basso ventre, gironzola nei condotti d’areazione del Banco di Spagna. Lei sì come un vero Bruce Willis in Trappola di cristallo.
Loro sono le Forze speciali al servizio della Spagna. Immaginate quelle ordinarie!

VOTO: medaglia d’oro al valore militare. Forgiata coi lingotti di ottone rimessi nel Banco.

BERLINO

Edonista, megalomane, romantico, cultore del bello: Berlino è sempre Berlino almeno quanto Arturito è sempre Arturito. Il suo personaggio ha attraversato così tante linee temporali che non sappiamo più nemmeno se nel presente sia effettivamente vivo o morto. Nelle scorse pagelle, avevamo chiesto a gran voce uno spin-off e pare proprio che uno spin-off ci sarà. Probabili ambientazioni: il Festival dell’Ariston, una trivella nell’Artico o un convento in un paesello di dodici anime dell’Umbria. Vivremo solo per poterlo scoprire.

VOTO: 10, mai una virgola in meno.

RAFAEL E TATIANA

Bonnie e Clyde non la contavano giusta già dai primissimi episodi della quinta stagione. Berlino jr., che è un po’ un Professore più giovane con i cromosomi del padre, ha iniziato la sua carriera di ladro professionista rubando la donna al papy. Che non l’ha presa tanto bene. Tatiana sembra la sorella di Alicia Sierra – sarebbe stato un fantastico plot twist, perfettamente in linea con gli standard de La Casa de Papel -, una creatura idealizzata che è stata capace di non mettere su nemmeno una ruga in (quanti?) anni passati dietro alla famiglia Berlino.
Gli unici per ora in grado di far perdere lo charme al Professore – zittaaa! – ma che poi si sono sciolti davanti al bigliettino di saluti dello zio romanticone.

VOTO: senza voto. Per rispetto a Berlino.

MARSIGLIA

La vera star de La Casa de Papel è lui. Questo show ha subito una decisiva svolta da quando lui ci ha messo piede. Come soldato, come babysitter, come pilota della NATO, come trafficante internazionale, come chef, come addestratore di animali, come qualsiasi cosa. Non meritava di essere lasciato a piedi sotto l’acqua da quell’ingrato del Professore, che lo ha liquidato con il classico “adesso non tempo” che si riserva ai comprimari di poco conto.

VOTO: per sempre nei nostri cuori.

TAMAYO

Ha salvato la Spagna dall’insolvenza. Una performance migliore di quella di Draghi ai tempi della BCE per il momento. Che vuoi di più.

BENJAMÍN

Se a coso… Matías, hanno dato il nome di una città, a Benjamín spettava almeno quello di una cattedrale famosa, o che so, di una reggia. È un personaggio che potrebbe chiamarsi Versailles, pieno di angoli inesplorati e inestimabili tesori nascosti. Uno che inviteremmo volentieri a casa alla cena di Natale con i parenti. La scena migliore di tutta questa quinta parte è probabilmente quella in cui il vecchietto si ritrova sullo schermo del telefono un pakistano collegato dall’altra parte del mondo. Mi è sembrato mio nonno alle prese con una diretta Instagram di Fedez.

VOTO: dipendente dell’anno. Potrebbe fare concorrenza a Marsiglia.

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Ora, giunti proprio alla fine di questa serie meravigliosa e folle, La Casa de Papel ci lascia con delle domande esistenziali sulle quale potremmo interrogarci almeno fin quando non avremo lo spin-off su Berlino:

  • Chi ha messo la trota nel letto del Professore?
  • Dove diavolo è finito Arturo?
  • Chi ci assicura che il vecchio Benjamin non scappi con tutta la casetta in Canadà e tanti saluti alla banda?
  • Antonanzas… qualcuno ha notizie?

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