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La terza stagione di Narcos è una prova di forza impressionante

Narcos

Le prime due stagioni di Narcos hanno beneficiato di un fattore rivelatosi un punto di forza ma che, a lungo andare, sarebbe potuto diventare anche il limite. La forza coercitiva e accentratice di Pablo Escobar. Non che gli altri aspetti fossero poco curati o non all’altezza del livello qualitativo complessivo, ma la presenza scenica, totalizzante del personaggio interpretato da Wagner Moura ha dato la percezione di poter mettere in ombra tutto il resto.

Logico dunque che, una volta morto Pablo, sorgessero non poche perplessità riguardo alla buona riuscita delle successive stagioni della Serie. Venendo meno la base – e, probabilmente, anche il leitmotiv – sarebbe stato arduo preservare determinati standard di qualità e di interesse da parte dello spettatore: agli autori l’ingrato compito di traghettare una narrazione solida dal porto sicuro di Medellin a un territorio inesplorato e incerto, nonchè meno mediatico, rappresentato dal Cartello di Cali.

L’epopea di Escobar è stata analizzata nel dettaglio, sin dagli esordi della sua attività criminale: l’inizio, il picco massimo del suo regno del terrore, l’inevitabile declino. Non è stato necessario fare altrimenti con il Cartello di Cali, che incontriamo già al top, all’inizio della terza stagione. Questo dà la percezione di quanto la vita e l’arresto di Pablo non siano altro che la punta dell’iceberg, il volto del narcotraffico più attraente dal punto di vista mediatico perchè più romanzabile. Dietro il quale, però, si sono nascosti altri Cartelli della droga, più grossi e organizzati.

Pablo è un hombre del pueblo, e questo è stato messo in evidenza molto bene dalla Serie Tv, con tutti gli aspetti positivi e negativi che ne derivano. Gli uomini di Cali, al contrario, si fanno chiamare caballeros (“gentiluomini”) e basta questo a sottintendere la mentalità imprenditoriale con la quale gestiscono i loro traffici e, soprattutto, con quale organizzazione: il Cartello di Cali è a tutti gli effetti un’azienda con un assetto dirigenziale e, via via, una struttura piramidale ben definita.

Pertanto, il modus operandi dei Padrini di Cali è diametralmente opposto a quello di Escobar. Anche lo stile della stagione, per forza di cose, deve adeguarsi. La furia sanguinaria e violenta, tratto distintivo delle prime stagioni, è maggiormente calibrata, sicchè la battaglia con il Cartello assume i contorni di una estenuante partita a scacchi ai confini della legalità. Ma, soprattutto, tutti i personaggi in causa hanno maggior margine di manovra, portando Narcos a diventare una Serie Tv più corale, abbandonando la tendenza all’individualizzazione, a cui facevamo riferimento poc’anzi.

narcos cartello cali

Avevamo già incontrato gli uomini di Cali nella scorsa stagione, a margine dei tentativi di far fuori Escobar, sovvenzionando i Los Pepes. Ma, appunto, c’era ancora Pablo, ormai al canto del cigno, pur senza smarrire di una virgola il suo magnetismo. Proprio in virtù di questo, e di un’introduzione sommaria di Gilberto Rodriguez e degli altri, era difficile comprendere quanto la Serie potesse reggere su di loro.

Durante tutto l’arco di questa stagione, invece, abbiamo avuto modo di approfondirli, scavando a fondo nelle loro sfaccettature caratteriali. Preso singolarmente nessuno potrebbe catalizzare l’intera attenzione su di sè, ma ognuno riesce a ritagliarsi il proprio spazio, a beneficio di una trama solida e, soprattutto, dinamica. Ogni membro di spicco del cartello, infatti, ha le proprie caratteristiche e le proprie battaglie da combattere. Saranno proprio queste ultime a disgregare un sistema apparentemente perfetto.

Gilberto è la mente del Cartello, il più intelligente, il più scafato. Fosse dipeso tutto da lui, sarebbe stato suggellato l’accordo di resa che avrebbe permesso ai quattro criminali di ripulirsi la fedina e di intraprendere una carriera imprenditoriale del tutto lecita. Suo fratello Miguel, che lo sostituirà al comando dopo l’arresto, è forse il personaggio più piatto, poichè privo di abilità specifiche, ma è quello che permette alla trama di progredire nella maniera più interessante.

Quel che Gilberto fa, Miguel – del tutto inadeguato al comando – disfa. I suoi capricci, come l’amore per Maria Salazar, hanno reso inevitabile la guerra con il secondo Cartello più potente di Cali, quello di Norte del Valle. Proprio nel periodo in cui sarebbe stato indispensabile mantenere un profilo basso.

Pacho e Chepe sono probabilmente i membri più iconici. Abbiamo premesso che la violenza in questa stagione è stata fortemente edulcorata rispetto alle prime due ma, quando si manifesta porta, probabilmente, la firma di uno dei due. Assolutamente da brividi la sequenza della prima puntata in cui Pacho trancia un uomo a metà legandolo a due motociclette; altrettanto mindblow il countdown con cui Chepe avvia una strage in un salone di bellezza a New York.

Il primo, omosessuale idealista, si rivela un personaggio molto più sfumato di quello appena abbozzato nella seconda stagione; il secondo rivisita il ruolo del gangster fuori di testa à la Tommy De Vito (Quei bravi ragazzi), preservando la propria originalità.

narcos pena

Con la cattura di Escobar si è concluso anche il percorso dell’altro protagonista e principale avversario del Patron del Mal, l’agente Steve Murphy. Chi, al contrario, aveva ancora molto da dire era l’agente Peña. Non a caso è lui il principale antagonista dei narcos in questa stagione, nonchè nuova voce narrante. La scelta, non poteva che rivelarsi azzeccatissima.

La straordinaria capacità di Pedro Pascal, nel prestare il volto a un personaggio malinconico, maledetto e controverso come l’agente ispanico, ha veramente pochi eguali. Lo si può evincere proprio partendo dal tono della voce narrante. Quella di Holbrook, pur con una sostanziale differenza tra prima e seconda stagione, trasmetteva tutto l’entusiasmo di chi è sulle tracce del più famoso criminale al mondo. Peña, invece, in questa stagione, tradisce l’amarezza di un poliziotto disilluso, ma incapace di fare altro nella vita.

Javier viene mostrato in tutte le sue debolezze. Accolto come un eroe dopo aver partecipato alla retata di Medellin, in ogni sguardo possiamo notare la sua riluttanza a certi appellativi, in virtù del senso di colpa per gli errori commessi nella seconda stagione. Quando, cioè, ha collaborato con alcuni assassini, i Los Pepes, per cercare di indebolire Escobar.

Come la ricaduta nel vizio del fumo metaforicamente dimostra, egli è condannato a ricadere negli stessi sbagli. Anche in questa stagione, infatti, si vede costretto a collaborare con Don Berna e i Los Pepes per salvare una preziosa testimone nel processo contro il Cartello. La sua parziale ma credibilissima redenzione nell’ultimo episodio – in cui mette in gioco la sua reputazione per assicurare un’equa punizione ai Padrini di Cali – è talmente emozionante da poter essere considerata il suo testamento spirituale.

Il suo percorso potrebbe tanto essersi esaurito, quanto continuare in un ciclo infinito, non più in Colombia ma in Messico. Sarebbe auspicabile, a tal proposito, la sua permanenza nel cast anche per la prossima stagione perchè, in caso contrario, sarà veramente difficile rimpiazzare il suo carisma. Non sembrano in grado di farlo i pur ottimi Michael Stahl-David (Feistl) e Matt Whelan (Van Ness), a meno di non intraprendere un percorso introspettivo nei loro confronti che non avrebbe avuto senso in questa stagione.

Narcos

La sorpresa più bella di Narcos 3, tuttavia, è rappresentata senz’altro da Rodrigo Salcedo. Il capo della sicurezza del Cartello è un personaggio con il quale è impossibile non empatizzare. Fin dal primo approccio si intuisce come sia stato intrappolato in un mondo, quello criminale, che non gli appartiene e dal quale fatica a tirarsi fuori. Al tempo stesso, però, è conscio di essere bravissimo nel suo mestiere, forte di quel narcisismo che ha caratterizzato personaggi iconici del piccolo schermo, su tutti Walter White.

Per uscire definitivamente da quel mondo è costretto ad avvicinarvisi il più possibile, mettendo in pericolo la sua famiglia. Salcedo diventa, così, una pedina fondamentale nel tentativo di sgominare il Cartello colombiano ma, probabilmente, è quello che tra i personaggi positivi pagherà il prezzo più alto. A causa del programma Protezione Testimoni, e di una condanna inevitabile, sarà costretto a un lavoro umile per il resto della sua vita, a dispetto delle sue enormi abilità. Se la cattura dei caballeros può rivelarsi una vittoria più appagante di quella di Escobar, l’epilogo di Salcedo rappresenta la parte più amara e dura da digerire del finale di stagione.

In definitiva questa annata di Narcos ha due difetti. Il primo è quello di non aver sviluppato fino in fondo alcuni personaggi e altrettante storie. Ad esempio, la figura di Navegante, il braccio armato del Cartello, trasudava sadismo da ogni poro ma, alla fine, quel che ci rimane di lui è appunto soltanto il sentore. Allo stesso modo è stata abbozzata la questione inerente al supporto ai gruppi paramilitari offerto dal luogotenente della CIA in Colombia, l’antipatico Bill Stechner: la storia non è progredita per dare spazio alla trama principale e chissà che non possa essere ripresa nella prossima stagione.

Il secondo difetto è che la storia del Cartello è maledettamente breve. Gli autori riescono a differenziarsi dal passato tanto che di Pablo Escobar non se ne sente nemmeno la mancanza. Al contempo, tuttavia, vorremmo che quella che si è ormai trasformata in una spy story tendente al thriller, durasse ancora. Merito di scene totalmente ansiogene, come quelle che hanno preceduto la cattura (o la non cattura, se si pensa alla scena del bagno) di Gilberto e Miguel. Oppure come le situazioni in cui abbiamo veramente temuto per la vita di Salcedo.

Narcos 3 ha cambiato paradigma ed è riuscita a vincere la sua sfida. A questo punto si sciolgono tutte le riserve in vista di eventuali rinnovi futuri. Perchè la storia dei narcos è bella corposa e, finchè gli autori avranno valide idee da mettere nero su bianco, non c’è bisogno di mitizzare il Pablo Escobar di turno.

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Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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