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La rocambolesca storia vera di Amado Carrillo Fuentes, il Signore dei Cieli di Narcos

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Ricco, potente, scaltro, avveduto, ambizioso: Amado Carrillo Fuentes è uno dei personaggi più interessanti della terza stagione di Narcos: Mexico, approdata da poco su Netflix. Il capo del cartello di Juarez ha raccolto il testimone di Miguel Ángel Félix Gallardo, il protagonista delle prime due stagioni e leader incontrastato del narcotraffico messicano, finito in carcere proprio grazie alle strategie occulte di Amado. L’ultimo ciclo di episodi ci porta dritti agli albori degli anni Novanta, quando la situazione in Messico era a dir poco esplosiva e le varie piazze si facevano la guerra tra di loro. Tijuana contro Sinaloa, l’ascesa del Chapo e la caduta degli Arellano Félix. Mentre la barcollante pace costruita con grande fatica da Félix si disgregava un pezzo per volta, con omicidi, assalti alla merce, azioni di guerra vere e proprie e tanti soldati caduti sul campo, c’era un uomo che continuava ad arricchirsi indisturbato.

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Amado Carrillo Fuentes è un personaggio un po’ atipico, sfaccettato.

Amado Carrillo Fuentes

È costruito su più falde, ogni strato diverso dall’altro. Come tutti i personaggi del mondo di Narcos, anche il suo si aggrappa a una parabola che, dal terriccio dei bassifondi, lo ha condotto su fino ai paramenti dorati del mondo che conta. Per riportarlo giù ancora una volta, inevitabilmente. Di Amado colpisce la maturazione interiore, la sua dimensione più intima. Non tanto il suo volto dinamico, quanto piuttosto quello meditativo, riflessivo, la parte di sé disposta a rinunciare all’azione per una vita tranquilla, lontana dagli spari e dalle violenze del mondo del narcotraffico. La sua storia è tragica e curiosa, racconta di un personaggio dalle sfumature imprevedibili. Non è il Pablo Escobar divenuto re de facto della Colombia. E non è neppure un Félix Gallardo inebriato dai fumi tossici del potere. Amado Carrillo Fuentes è un narcotrafficante dai tratti romanzeschi, una figura avvolta da un alone quasi mitico.

Ma chi era nella realtà il più temuto capo del cartello di Juarez?

Amado Carrillo Fuentes

La storia di Amado (per quella di Jorge Salcedo, altro personaggio atipico di Narcos, potete cliccare qui) ha davvero qualcosa di rocambolesco, proprio come il suo spericolato personaggio (interpretato nella serie da José María Yazpik). Nato a Guamúchil nel 1956, Amado era il nipote di Ernesto Fonseca Carrillo, il don Neto che aveva fondato il cartello di Guadalajara insieme a Miguel Ángel Félix Gallardo e Rafael Caro Quintero (tutti personaggi visti e rivisti nelle tre stagioni di Narcos: Mexico). Quando aveva solo dodici anni disse di voler lasciare i genitori e dieci fratelli per arricchirsi. Mosse i suoi primi passi nel traffico di droga a Ojinaga, Chihuahua, regione a nord del Messico, da dove aveva il compito di tenere sotto controllo le spedizioni di suo zio. Qui poté guardare da vicino Pablo Acosta, La Volpe di Ojinaga, che gestiva i traffici al confine con gli Stati Uniti. Acosta è definito una specie di “maestro d’arte” di Amado e, una volta morto, il suo posto venne preso proprio da lui.

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Il soprannome più utilizzato per riferirsi ad Amado Carrillo Fuentes è Signore dei Cieli.

La sua imponente flotta aerea venne utilizzata per trasportare la droga da una parte all’altra del confine. Il suo ruolo divenne strategico, quasi indispensabile. Si affidarono a lui sia Félix Gallardo, sia Pablo Escobar e il cartello di Cali. Amado solcava i cieli seduto su montagne di banconote. Il Signore dei Cieli è stato uno dei criminali più ricchi della storia. Il suo patrimonio era stimato attorno ai 25 miliardi di dollari. Dopo l’arresto di Félix, fu proprio lui a pensare alla riorganizzazione del cartello messicano, stringendo accordi con le piazze di Tijuana, Sinaloa e del Golfo. Accordi che però non durarono a lungo, perché presto esplosero i contrasti interni e si arrivò alla guerra. Amado era diventato il leader incontrastato del cartello di Juarez dopo aver assassinato il suo capo Rafael Aguilar Guajardo. Nella guerra tra Sinaloa e gli Arellano Félix di Tijuana, tenne un ruolo marginale, arricchendosi mentre i suoi avversari si andavano inevitabilmente indebolendo. Il Washington Post lo definì “uno degli uomini più misteriosi del Messico”, discreto, lontano dai riflettori e dalle sparatorie selvagge.

Aveva anche contatti molto in alto, Amado Carrillo Fuentes. E le spalle coperte, come qualsiasi grande uomo d’affari.

Il generale Rebollo, comandante delle forze militari che avrebbero dovuto dare la caccia ai trafficanti messicani, era sul suo libro paga. Ogni volta che c’era un’operazione dell’esercito, Amado veniva avvisato e poteva prendere le contromisure necessarie per non farsi arrestare. Quando Rebollo fu scoperto però, il cerchio introno al Signore dei Cieli iniziò a stringersi. Sentendo il fiato perennemente sul collo della polizia messicana e degli agenti della DEA statunitensi, Amado iniziò a progettare una via di fuga per lasciare il cartello e godersi in pace la fortuna accumulata. Per sfuggire alla cattura, pensò di sottoporsi a un intervento di chirurgia plastica per cambiare i suoi connotati fisici. Era il 1997 quando si rinchiuse sotto falso nome nella clinica di Santa Mónica, a Città del Messico.

Sulla morte di Amado Carrillo Fuentes, il narcotrafficante più ricco del mondo, si è detto tanto. Quanto ci sia di vero è difficile stabilirlo, dopo oltre venticinque anni dalla sua scomparsa. La storia che si racconta è che, durante l’intervento, il boss avrebbe chiesto dei calmanti per placare il dolore. Indicazione che i chirurghi avrebbero seguito subito. La sera dopo l’intervento, Amado venne portato nella sua stanza per il post-operatorio, senza particolari problemi. La mattina dopo però, il medico che effettuò il giro di visite lo trovò morto nel suo letto. L’ipotesi è che il mix di anestetici e tranquillanti gli avrebbe provocato un arresto cardiaco. Aveva 42 anni il giorno in cui fu registrato il suo decesso.

Molti però non credettero alla storia della morte. Un suo cugino, al suo funerale, si lasciò scappare che “Amado è vivo e sta bene”. Il signore della droga avrebbe così simulato la sua morte per poter sfuggire definitivamente alla cattura. Le voci diventarono così insistenti che le autorità dovettero pubblicare una foto raccapricciante del suo cadavere irriconoscibile. Foto che non fece altro che alimentare i sospetti. Un barbiere riferì al Los Angeles Times che quelle “non erano le sue mani”, ma quelle di un pianista classico.

“La voce [che Carrillo è vivo] ha la stessa credibilità dei milioni di avvistamenti del defunto Elvis Presley”, disse la D.E.A. in un comunicato.

E se invece fosse proprio così? Il finale che suggerisce Narcos: Mexico sarebbe la degna fine di una vita davvero romanzesca e spericolata.

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Scritto da Serena Verrecchia

Esistono milioni di storie al mondo, preziose e inimitabili. Il nostro compito è solo quello di scovarle, portarle in superficie e imparare ad amarle.
Scrivo di serie tv per un insopprimibile desiderio di bellezza, perché nelle storie, specie in quelle belle, ho trovato il mondo che vorrei.

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