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Non ci avrei mai creduto, ma gli spin-off di The Big Bang Theory sono uno meglio dell’altro

Gli spin-off di The Big Bang Theory

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Sono proprio un uomo di poca fede. Dopo la conclusione di The Big Bang Theory, non avrei mai immaginato che una delle migliori sit-com di tutti i tempi mi avrebbe regalato non uno, ma addirittura tre spin-off ben fatti.

Due prequel e un sequel, nello specifico.

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Per essere ancora più precisi, la valutazione è al momento parziale: mentre Young Sheldon si è concluso, Georgie & Mandy’s First Marriage e Stuart Fails to Save the Universe sono attualmente in onda.

Il terzo spin-off di The Big Bang Theory, in particolare, non è ancora arrivato al traguardo finale della prima stagione.

Si parla quindi di opinioni che si evolveranno non poco fin dalle prossime settimane.

Ma non conta. Non ora, almeno. Ciò che più mi interessa ora è fare una panoramica di cosa significa accogliere l’eredità di una serie monumentale come questa, trasformarla in un franchise vincente perché i tempi sono quelli che sono, giostrare al meglio tra la tradizione e l’innovazione ed essere, più in generale, rilevanti in un periodo storico in cui le comedy boccheggiano a malapena, schiacciate da ibridazioni di genere e dall’incapacità di essere efficaci in una fase in cui il pubblico ha una soglia di pazienza notevolmente bassa.

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Lo dico io, uno che The Big Bang Theory l’aveva amata al di là della sua forza comica, arrivando a commuovermi a più riprese come raramente mi accade con serie che sarebbero strappalacrime per natura.

Io che gli spin-off li guardo con diffidenza, convinto del fatto che saper chiudere al momento giusto sia un elemento fondamentale dell’esperienza. Io che avevo sottovalutato Bill Prady, Steven Molaro, Steven Holland, Zak Penn e soprattutto Chuck Lorre, non esattamente l’ultimo arrivato.

Rendendogli giustizia, uno dei più grandi autori comici della storia del piccolo schermo. Uno che è capace di tutto da decenni. Persino di tirar fuori tre spin-off convincenti, uno più bello dell’altro. Cambiando sempre la formula, rimescolando le carte.

Ricorda sempre da dove arriva e cosa abbia portato in alto The Big Bang Theory, ma allo stesso tempo guarda avanti con l’equilibrismo di un vero maestro del genere.

Esagero? Macché.

L’ibrido: Young Sheldon

Young Sheldon è una delle migliori serie tv uscite su Disney+ nel periodo
Credits: CBS

Il primo passo fatto da Chuck Lorre è andato in una direzione molto coerente coi gusti contemporanei.

Young Sheldon rappresenta infatti il tentativo riuscito di sfruttare la tridimensionalità del personaggio cardine di The Big Bang Theory, Sheldon Cooper, attraverso un prequel distante dalle logiche classiche della sitcom e più affine alle ibridazioni dramedy che hanno caratterizzato il genere nell’ultimo decennio.

Il pendolo tende a oscillare comunque più nel campo della comedy che in quello del drama, ma con toni più asciutti e un’ironia che non toglie spazio a momenti emotivamente intensi. Affronta al meglio la mannaia che incombeva fin dall’inizio sul capo del padre George, e gestisce al meglio l’evoluzione psicologica e caratteriale di un protagonista complesso, qui ancora più libero di esprimere le sue peculiarità con registri eclettici slegati dalla tradizione.

La migrazione verso gli ultimi anni Ottanta, inoltre, è ideale per assecondare la nostalgia del pubblico che quegli anni li aveva vissuti o anche solo sfiorati, nonché la fauxstalgia di chi invece è alieno a quel tempo ed è suggestionato da un universo analogico che si è tradotto in passato remoto nell’arco di pochi decenni.

Risultato? Young Sheldon si è poggiato nelle prime stagioni sulla forza indiscutibile di un personaggio carismatico e dirompente che ruba sempre la scena, anche nella fase che lo accompagna dall’infanzia all’adolescenza.

A un certo punto, però, gli autori hanno compreso che l’usura della figura di Sheldon, reduce dalla bellezza di dodici stagioni di The Big Bang Theory, dovesse portare a uno sviluppo meno “sheldon-centrico” e sempre più corale.

Emergono così personaggi principali e satelliti in un quadro che sposta progressivamente il focus dal solo Sheldon alla famiglia Cooper nel suo complesso, garantendosi così una buona longevità e la capacità di chiudere senza risultare stanca. Al contrario, il pubblico sembrava volere di più, dopo la settima e ultima stagione. Non ne aveva ancora abbastanza, e altrettanto posso dire io.

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È uno dei risultati più importanti ottenuti da Young Sheldon. Nata grazie alla forza straripante di Sheldon Cooper, ha costruito, stagione dopo stagione, un mondo che non aveva più bisogno di lui per esistere. Non è un dettaglio, soprattutto in un franchise che avrebbe potuto vivere comodamente di rendita attorno al suo personaggio più iconico. Georgie, Mandy e gli altri Cooper erano ormai diventati qualcosa di più dei comprimari nella storia di Sheldon: avevano storie, conflitti e personalità abbastanza forti da sopravvivere alla sua partenza. E, soprattutto, da meritarsi una serie tutta loro.

Una volta chiusa Young Sheldon, allora, è arrivato un prodotto che avevo accolto con non poca diffidenza, soprattutto per le premesse. Poi, però, mi sono ricreduto.

Il ritorno alla tradizione: Georgie & Mandy’s First Marriage

Georgie & Mandy's First Marriage tra le migliori serie tv su HBO Max
Credits: CBS

Chiamatela restaurazione e non risulterete offensivi.

Il sequel diretto di Young Sheldon, infatti, è un ritorno alla tradizione generalista della sitcom, più che affine alla storia della CBS. Il secondo passo sublima l’operazione corale di Young Sheldon effettuata nelle ultime due stagioni e mette al centro della trama il fratello maggiore di Sheldon, Georgie, insieme alla compagna Mandy.

I due hanno avuto una figlia e vivono ora insieme con la famiglia di lei, spostando così l’attenzione dai Cooper, pur presenti in vari episodi con Mary, Meemaw e Missy, ai McAllister, già presentati nelle ultime stagioni di Young Sheldon.

Anche in questo caso, è chiarissimo il tentativo di espandere i confini del franchise di The Big Bang Theory.

Georgie and Mandy’s First Marriage è una sitcom con tutti i crismi, riporta in scena il multicamera e le risate di fondo nella più classica delle comedy per famiglie, senza rinnegare lo spirito di Young Sheldon. Ogni figura è in qualche modo un archetipo della grande tradizione della sitcom, e questo mi rendeva diffidente nelle premesse: c’era ancora spazio per un prodotto del genere, negli anni Venti del Duemila?

La risposta non lascia grande spazio ai dubbi: sì, se è scritta bene. Con intelligenza ed esperienza. Perché sarà pur vero che la serialità si evolva sempre nelle direzioni più disparate, ma le equazioni della comedy sono sempre valide, se adattate allo spirito del tempo. Un tempo, oltretutto, ancora spostato indietro negli anni, visto che la nostalgia degli Ottanta ha ormai ceduto il passo a quella dei Novanta, ormai onnipresenti.

È uno degli aspetti più interessanti dell’intera operazione. Young Sheldon aveva preso atto dell’evoluzione della comedy, allontanandosi dal multicamera e aprendosi alle contaminazioni della dramedy contemporanea. Georgie & Mandy’s First Marriage fa il percorso inverso: recupera senza complessi una grammatica che molti considerano superata. Dimostra così che non sono gli strumenti della sitcom classica a essere invecchiati: è il modo in cui vengono utilizzati a fare ancora la differenza. Nel 2026 si può ridere ancora con un multicamera, con una struttura episodica e con archetipi familiari vecchi quanto la televisione. Basta sapere cosa farsene.

Tutto ciò per dire che George & Mandy’s First Marriage è una comfort series da manuale che non stanca mai.

Rassicura e diverte, intriga e lascia spazio ai buoni sentimenti e all’imprevedibilità di personaggi che hanno il carisma giusto per reggere sulle spalle uno show tutto loro.

Ha tempo e spazio per esprimersi, e Chuck Lorre sa sempre capitalizzare un bene tanto prezioso con la rara capacità di affidarsi alle certezze acquisite senza aver paura di rimettere in discussione tutto ciò che funziona meno.

È un matematico della commedia. E questo ne fa un numero uno assoluto anche nel 2026 con una lista pressoché infinita di successi mondiali alle spalle.

La locura: Stuart Fails to Save the Universe

Stuart Fails to Save the Universe tra le serie tv da vedere questa settimana
Credits: HBO

Questa, in fondo, è una delle principali qualità di Chuck Lorre: sa sempre scegliere bene i tempi per affidarsi alla tradizione o scommettere sull’innovazione. Perché no: andare addirittura nella direzione di una locura, se necessario.

D’altronde, dopo aver percorso entrambe le strade, perché sceglierne ancora una? Il primo spin-off aveva modernizzato la formula, mentre il secondo aveva dimostrato che quella vecchia potesse funzionare ancora benissimo.

Il terzo, a quel punto, poteva permettersi il lusso di non fare né l’una né l’altra cosa: poteva impazzire. Prendere un personaggio secondario come Stuart, catapultarlo al centro della scena e usare l’universo di The Big Bang Theory come trampolino per andare altrove, invece che come recinto nel quale sentirsi al sicuro.

Perché sì: non mancavano le soluzioni convenzionali per un sequel di The Big Bang Theory che potesse offrire maggiori certezze preliminari.

Ricordo bene quanto mi facesse paura l’idea che una delle serie potesse tornare in onda con quella che poteva diventare una copia sbiadita della serie madre. Un assecondamento della nostalgia, di quelli pigri. Uno specchio deprimente dei nostri tempi televisivi, sempre più votati a orizzonti commerciali solidi che privano la creatività autoriale dell’aria necessaria per respirare. E, soprattutto, della possibilità di sbagliare.

Chuck Lorre, tuttavia, ha un curriculum che gli consente di muoversi liberamente. Se poi la casa ospitante è HBO, una che di televisione sperimentale e innovativa se ne intende parecchio, il risultato può essere una serie sci-fi sui generis con una forte spinta verso la comedy più pura. Non una sitcom, bensì un ibrido che ha fin qui spinto fortemente sulla verticalità più che sull’orizzontalità, lasciando alcune perplessità in più di un’occasione.

Sarebbe un errore, d’altronde, promuovere o bocciare a priori Stuart Fails to Save the Universe: è una serie che si sta costruendo di fronte ai nostri occhi. Una creatura neonata che sa quale direzione prendere ma non necessariamente cosa farà da grande. E non mancano le situazioni in cui ho pensato che stesse perdendo l’occasione straordinaria per essere una grande comedy con una proiezione che la portasse oltre i confini del genere, espandendo la narrazione in una direzione ancora più ambiziosa.

La critica è allo stesso tempo il migliore dei complimenti che si possano fare a una serie del genere, ancora agli esordi ma fin da ora da tra le più intriganti in circolazione.

Ha una personalità tale da aver mostrato un potenziale enorme fin dalle primissime puntate. E l’ha fatto senza ricalcare in alcun modo i punti di forza di The Big Bang Theory.

Certo, è presente sullo sfondo, tra una comparsata e l’altra o la menzione giusta al momento giusto, ma Stuart Fails to Save the Universe cammina sulle sue gambe. E ha tutte le possibilità per diventare un riferimento assoluto della serialità comica nei prossimi anni.

Il quadro è ancora più curioso: abbiamo una dramedy familiare single-camera, una sitcom multicamera orgogliosamente tradizionale e una comedy fantascientifica che gioca con linguaggi e ambizioni completamente diversi.

I tre spin-off condividono lo stesso codice genetico ma parlano tre lingue differenti, dando vita al risultato più sorprendente dell’espansione di The Big Bang Theory. Dove molti franchise cercano la sicurezza nella reiterazione, questo ha trovato finora la propria continuità nel cambiamento. Conserva i personaggi, l’universo e una certa sensibilità comica, ma rimette ogni volta in discussione la forma.

Così facendo, non trasforma The Big Bang Theory in una formula da replicare, bensì in un nuovo punto di partenza.

Non ci avrei mai creduto all’inizio, ma è successo di nuovo: quando entra in gioco un maestro come Chuck Lorre, è sempre sbagliato giudicare un libro dalla copertina, affidarsi ai precedenti o leggere il suo percorso con linee guida più universali. È giusto essere diffidenti, se necessario. Persino scettici, talvolta. Ma dovrò tenerlo a mente: uno come lui è sempre pronto a inventarsi qualcosa. Ed essere rilevante pure oggi, in un mondo in cui le serie tv volano via alla prima folata di vento.

Una folata di vento in cui invece sento solo una parola che aleggia nell’aria. Sempre la stessa, sempre con quel tono beffardo che non mi stancherò mai di sentire.

Bazinga, Antonio.

Bazinga.

Antonio Casu