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Perché l’antipatia contemporanea per le puntate filler sta intossicando il mondo delle Serie Tv

Homelander in The Boys: anche questa serie tv ha il problema dei filler?
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Nulla di ciò che accade negli ultimi episodi avrà importanza se non si approfondiscono i personaggi. Sto ricevendo molte critiche online, per dirla in modo educato. E io mi chiedo: Cosa vi aspettavate? Vi aspettavate una grande scena di battaglia in ogni episodio? Primo, non me lo posso permettere. Secondo, sarebbe così vuoto e noioso, e si tratterebbe solo di forme che si muovono senza alcun significato“. Eric Kripke, intervistato da TV Guide nelle scorse settimane, si sfoga così a proposito delle critiche ricevute nelle ultime settimane per l’ultima stagione della sua serie tv, The Boys.

Kripke, poi, incalza: “A quanto pare, solo perché non c’è una trama, potreste pensare: ‘Non è successo niente!’. E io rispondo: ‘Non è successo niente, come?’. Sono successe le cose più folli e importanti. Semplicemente non c’era qualcuno che sparava a qualcun altro facendo ‘pew, pew, pew’. E se è questo che volete, state semplicemente guardando la serie sbagliata“.


Ecco, potremmo chiudere qui questo articolo. In fondo ha detto tutto lui, o quasi.

Perché la questione riguarda l’ultima stagione di The Boys, ma più in generale l’intero mondo delle serie tv negli ultimi anni.

Un mondo sempre più avversato da buona parte del pubblico, sempre pronto a criticare la puntata di turno con le solite argomentazioni. Ogni volta che non si ricorre al “plot delivery”, ovvero una scrittura televisiva che esiste esclusivamente per far avanzare la trama, incombe lo spettro del “filler“. Quindi del riempitivo in cui “non succede niente”, della deviazione fine a sé che frustra chiunque vorrebbe attraversare una storia a mille all’ora, finendo per non viverla davvero. Il che ci sta, sia chiaro: i gusti son gusti, e non dovrebbe manco essere necessario chiarirlo.

Visto che però la questione riguarda ormai una porzione molto significativa di pubblico, se non addirittura maggioritaria, e colpisce non solo i veri “filler”, ma anche approfondimenti sui personaggi che li fanno respirare e vivere davvero sullo schermo, pause, digressioni o più in generale momenti lenti che non garantiscono allo spettatore un payoff immediato, il gusto individuale diventa tendenza. E la tendenza porta, potenzialmente, a una deriva che stiamo già vivendo in troppe serie tv.

A un certo punto, allora, ci si deve domandare ciò che sottolinea lo stesso Kripke: cosa vi aspettate, esattamente?

From, una delle serie tv più in vista del momento
Credits: MGM+

Citiamo un altro caso, prima di procedere: From.

Arrivata alla quarta stagione, è in onda in queste settimane. E ogni settimana è la solita storia: anche tra i commenti ai nostri contenuti sulla serie tv, pullulano le imputazioni di “serie lenta”, “digressioni inutili” e bollature da “filler” che spostano ogni discussione sui soliti temi. Ma è davvero così?

Solo in parte: seppure certe sottotrame siano effettivamente dimenticabili e inconsistenti, come quella che riguarda per esempio Fatima ed Ellis, per il resto From non sta facendo altro che sviluppare il suo racconto secondo le sue regole. Le regole canoniche del mystery che fa leva spesso su slow burn, red herring (vicoli ciechi narrativi), introduzione costante di nuovi elementi che alimentano le teorie e la generazione così di un’impalcatura che dovrebbe favorire l’interazione tra autori e spettatori. Una sorta di gioco interattivo, un po’ come era stata vent’anni fa Lost.

Sia chiaro: non è una questione di valore globale. From può piacere come può non piacere, e al di là degli apprezzamenti doverosi non è al momento paragonabile a Lost in termini assoluti. Lo è, tuttavia, nelle finalità. Il “filler”, in questo contesto, assume un valore diverso, necessario se non addirittura indispensabile: alimenta l’immaginario, costituendo la mitologia evocativa del suo racconto e offrendo allo spettatore personaggi caratterizzati a trecentosessanta gradi.

La scrittura è poi un’altra questione: bisogna saperlo fare.

Bisogna raccontare qualcosa di concreto, anche quando la trama non si sposta di un millimetro. Gli autori di Lost sapevano farlo straordinariamente bene, seppure il formato da venti episodi a stagione portasse talvolta a puntate molto meno riuscite di altre; From, invece, fatica maggiormente quando i personaggi si muovono fuori dalla comfort zone del plot delivery da mystery. Ma sono valutazioni di merito che non intaccano finalità comuni e modus operandi affini.

C’è una differenza enorme tra il riempitivo privo di idee e il tempo narrativo necessario per costruire e consolidare l’identità di personaggi, ambientazioni e relazioni.

I commentatori contemporanei, invece, non si preoccupano di mettere su piani differenti esempi di realizzazione molto distanti tra loro.

Per intenderci: Lost, pur rimanendo una delle migliori serie tv di sempre, ci regalò anche l’infausta puntata con Nikki e Paulo, una deviazione totale che era sul serio un riempitivo fine a sé. Non la catastrofe tramandata ai posteri, visto che si finisce sempre per polarizzare oltremisura le opinioni, ma nemmeno l’esempio migliore di scrittura che ci abbiano regalato gli autori in sei anni.

Ma cos’era, quella puntata? Un filler, punto. Così come è però un filler Fly, quella che a parere di chi vi scrive è una delle migliori puntate mai andate in onda sul piccolo schermo. Un magistrale esercizio di scrittura che ricorda a tutti cos’è stata Breaking Bad e quanto vale l’autorialità di Vince Gilligan, sublimata in una “puntata bottiglia” a basso budget in cui la trama rimane ferma, ma in cui Walter White emerge attraverso abilità introspettive rarissime. Lì capiamo davvero il personaggio, lì lo viviamo. Lì respira, sul serio.

E lo si dice con la piena consapevolezza del fatto che rimanga, nonostante ciò, la puntata più controversa di una serie tv straordinariamente bella.

Oggi sarebbe altrettanto, se non addirittura peggio: pioverebbero le critiche, su una puntata del genere. E non si stenta a pensare che a quel punto molti avrebbero dato per morta Breaking Bad. C’è però da sottolineare una differenza fondamentale: Fly, andata in onda nel 2010, è un caso isolato, bersaglio di critiche accese in un contesto in cui Breaking Bad è diventata, negli anni, oggetto di ammirazione pressoché unanime. Un risultato maestoso che oggi sarebbe quasi impossibile: gran parte del pubblico non andrebbe oltre le “lentissime” prime puntate, al massimo oltre lo scoglio di una stagione d’apertura ben più introduttiva di quanto ci si aspetta oggi lo spettatore medio.

Il tempo le ha restituito un corretto posizionamento nella storia delle serie tv. E non è un caso.

Fly, episodio della serie tv Breaking Bad
Credits: AMC

Il pubblico ha smarrito, nell’ultimo decennio, la pazienza necessaria per dare un’opportunità concreta a una serie tv che punti su altro, non necessariamente sull’immediatezza. Che metta ogni tassello secondo le sue regole, secondo il suo ritmo e secondo le sue finalità. Facendolo per anni, applicando logiche di scrittura che sembrano non poter intercettare più il grande pubblico. Deve farlo, oltretutto, in stagioni che contano al massimo una decina di puntate, accentuando la frustrazione degli allergici al filler: altro che le venti e passa di Lost.

L’avevamo sottolineato di recente anche a proposito di Pluribus, la nuova serie tv di Gilligan, e della necessità di regalare a questo tempo storie che non si rivolgano necessariamente al passato. Perché c’è un vero corto circuito, da questo punto di vista: si ricerca oggi un’immediatezza sfrenata per un agile consumo di una serie tv dopo l’altra, assecondando soglie d’attenzione più basse e la fiducia ridotta nei confronti di un mondo in cui le alternative sono talmente tante da portarci a scegliere con uno swipe. Manco fossimo su una dating app. Manco fossimo ormai ovunque, che si parli di musica o qualunque altra cosa vi venga in mente.

In un ecosistema dominato da binge watching, clip virali, recap, reaction e algoritmi, il pubblico si è ormai abituato a pretendere gratificazione immediata da qualunque forma di intrattenimento.

A un certo punto, però, si rivolge sempre lo sguardo al passato: si chiede a The Boys o From di essere quello che non sono, salvo poi celebrare Breaking Bad o I Soprano, serie tv che si sublimano “a fuoco lento”, puntata dopo puntata. Per anni. Metodicamente. Si sminuisce così la contemporaneità, imputando a essa presunte criticità che diventano però i punti di forza delle serie più amate. Piaccia o meno, in parte è fisiologico: il tempo asseconda sempre gli elementi più apprezzati e leviga le debolezze, non sempre con la massima obiettività.

Potere della nostalgia che rende bello anche quello che bello non era fino in fondo, talvolta. E che spegne gli entusiasmi verso ciò che va in onda in questo momento.

Ne parlammo in un articolo dedicato, ma non andiamo oltre: si rischia che si imputi a questo stesso articolo di contenere troppi “filler”.

Torniamo allora a The Boys 5 e alle critiche che sta ricevendo: al di là delle problematiche sulla gestione della trama, quante puntate sono state davvero “riempitive”? Una, al massimo. La quinta, quella in cui approfondiamo la nostra conoscenza col cane di Butcher, Terrore. Un esercizio di stile, per molti versi. Capace allo stesso tempo di portare, tuttavia, a una delle morti più significative della stagione, se non addirittura dell’intera serie. E allora filler lo è stata solo fino a un certo punto, persino quella.

Tra l’altro, anche se fosse stata davvero tale, si inserisce in un contesto in cui personaggi e dinamiche necessitano di tempo e spazio per creare un vero legame col pubblico. Quello che sostiene Kripke, in sostanza. Molti dei legami più forti costruiti dal pubblico con le grandi serie tv non nascono durante i colpi di scena, in fondo: si consolidano negli episodi intermedi. Quelli in cui i personaggi, semplicemente, vivono.

A quanto pare, però, un certo pubblico, forse maggioritario, non vorrebbe altro che serie incentrate su una trama che passa da un punto A a un punto B con la finalità di attraversare gli eventi, invece di viverli fino in fondo. Mero intrattenimento, quindi.

E lo ripetiamo: ci sta. Anche chi vi scrive necessita talvolta di prodotti del genere. Specie a fine giornata, quando la serie tv di turno diventa un’opportunità per spegnere il cervello per alcune ore.

Patriota come Gesù in The Boys
Credits: Prime Video

Il problema si accentua quando si pretende che una serie tv contemporanea replichi le stesse dinamiche delle grandi serie del passato, dimenticando però un dettaglio fondamentale: quelle opere vivevano in un mondo completamente diverso, con meno alternative e un pubblico disposto ad aspettare molto più di quanto accada oggi. La tendenza avvelena i pozzi, assecondata dal “critico” di turno che non aspetta altro che fomentare il pubblico con le medesime considerazioni. Spingere sull’immediatezza, in ogni momento. Un po’ come se si fosse chiesto a Tolstoj di sviluppare la trama del suo Guerra e pace in 300 pagine e non 1500.

Ci avrebbe regalato uno dei migliori romanzi mai scritti da un essere umano? No, senza alcun dubbio.

In molti casi sembra essersi perso il piacere della permanenza: ciò che conta è avanzare rapidamente, non soffermarsi lungo il percorso.

Insomma, non se ne esce. E il risultato è chiaro: chi produce una serie tv terrà sempre più in considerazione questo aspetto. L’autore dovrà andare incontro al pubblico e non viceversa, ogni giorno di più. Ciò porterà a un impoverimento globale delle storie a disposizione, e a un mercato sempre più saturo di prodotti algoritmici che non potranno più permettersi di sfuggire alle solite regole.

Esageriamo? Con ogni probabilità, no. E ci si domanda, a questo punto, se non sia meglio optare per un film da novanta minuti, un mini-drama cinese o una carrellata di video sul vostro social di riferimento, se l’esigenza è quella. Ed è ormai quella per buona parte di voi, senza girarci intorno.

È un peccato, perché le grandi serie non sono soltanto storie da seguire. Sono luoghi da abitare. E abitare un luogo richiede tempo, pause, deviazioni e perfino momenti apparentemente inutili. Talmente inutili da rendere ancora più speciali tutto il resto.

Forse, allora, state semplicemente “guardando la serie sbagliata”, per dirla con le parole di Kripke.

Non sarà chi vi sta scrivendo a risolvere questo problema: il Don Chisciotte di turno sbatterà sempre sui mulini a vento e sarà sempre il solo a vederlo davvero come un problema. Voi, però, inciderete profondamente su quella che sarà la storia delle serie tv nei prossimi anni.

Il pubblico, d’altronde, ha sempre ragione. Anche quando non ha ragione.

Antonio Casu