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Un’interessante (e sinistra) teoria su The Big Bang Theory che a tratti potrebbe spaventarvi

Sheldon in una scena di the big bang theory

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Esistono Serie Tv che, terminata la loro corsa, continuano a vivere grazie agli spettatori più attenti. Quelli capaci di rileggere ogni episodio come un tassello di un disegno più grande. È esattamente ciò che è successo a The Big Bang Theory: nata come sitcom leggera, fatta di battute sui fumetti e citazioni scientifiche, è diventata negli anni terreno fertile per una delle teorie più suggestive mai costruite dai fan. Un’ipotesi che capovolge il senso dell’intera serie, trasformando una commedia in una parabola sull’aldilà: e se Leonard, Sheldon, Howard, Raj e Penny non vivessero affatto nel mondo reale, ma in una sorta di limbo, un Purgatorio mascherato da appartamento?

Quella che stiamo per raccontarvi è una delle teorie più spaventose e sinistre dell’intera The Big Bang Theory. E di prove a supporto ce ne sono parecchie

Sheldon in una scena di The Big Bang Theory
Credits: Warner Bros. Television Studios

Il punto di partenza di questa lettura alternativa non è il pilot, con il trasloco di Penny nell’appartamento di fronte a quello dei due fisici. Il vero punto d’origine, secondo i sostenitori della teoria, va cercato più indietro. Nello specifico, in un episodio raccontato solo a distanza di anni: quello dell’incidente con il carburante sperimentale per razzi, quasi esploso nell’appartamento dei protagonisti – sventato all’ultimo istante da Sheldon – che spinge Leonard fuori dall’ascensore un attimo prima della deflagrazione.

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Nella narrazione ufficiale, questo è semplicemente un aneddoto buffo. Uno dei tanti disastri scientifici della coppia di coinquilini. Ma la teoria propone un’inversione radicale: cosa succederebbe se, in quella frazione di secondo, l’esplosione li avesse invece uccisi tutti? Tutto quello che lo spettatore ha visto per dodici stagioni non sarebbe la vita reale dei protagonisti, ma un territorio intermedio. Uno spazio di elaborazione post-mortem in cui le anime restano sospese finché non hanno saldato i propri conti con se stesse.

Nessun dettaglio, in questa lettura, sembra casuale. E nessuno si presta meglio a un’interpretazione simbolica quanto l’ascensore del palazzo, guasto per la quasi totalità della serie. Costretti a percorrere le scale ogni singolo giorno, i personaggi vivono una fatica quotidiana che, osservata con questa chiave, smette di essere un semplice espediente comico e diventa una metafora del cammino di espiazione: un percorso in salita, letteralmente, verso una crescita che nessuno di loro può evitare.

Non stupisce, allora, che l’ascensore torni miracolosamente a funzionare proprio negli ultimi episodi della dodicesima stagione, in concomitanza con la conclusione dei rispettivi archi emotivi dei protagonisti. Solo quando ciascuno di loro ha fatto pace con le proprie fragilità, il passaggio verso il “piano superiore” si sblocca. È come se la storia stessa dicesse: ora potete andare oltre, il vostro tempo qui è compiuto.

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Una scena di The Big Bang Theory
Credits: Warner Bros. Television Studios

Se l’edificio è il Purgatorio, ogni personaggio principale porta con sé una ferita specifica, un nodo emotivo che deve sciogliere prima di potersene liberare. Raj Koothrappali apre la serie incapace di rivolgere la parola a una donna senza l’aiuto dell’alcol: un blocco che rappresenta l’incapacità più profonda di aprirsi all’altro, di rischiare l’intimità. Sarà proprio una delusione sentimentale bruciante, la fine della relazione con Lucy, a spezzare quella catena e a permettergli, finalmente, di parlare a stomaco vuoto.

Sheldon Cooper incarna forse il caso più estremo: rigido, incapace di leggere il sarcasmo, chiuso in un individualismo quasi totale. Al suo fianco viene posta Amy Farrah Fowler, una figura che sembra costruita apposta per lui, quasi un’accompagnatrice scelta per guidarlo passo dopo passo verso l’empatia. Il momento in cui questo percorso si compie arriva con il discorso del Premio Nobel, quando Sheldon abbandona il proprio orgoglio e riconosce pubblicamente di non essere nulla senza gli amici che lo hanno sostenuto. Leonard Hofstadter porta invece il peso di una madre fredda e distante, che lo ha cresciuto trattandolo come un soggetto di studio più che come un figlio. Da lì nasce una fragilità dell’autostima che lo accompagna per anni, fino a quando non impara ad accettarsi senza bisogno di continue conferme esterne, e a perdonare chi lo ha ferito.

E poi c’è Penny, che in questa lettura assume un ruolo particolare: non una vittima da salvare, ma una presenza comparsa dal nulla proprio di fronte alla porta dei due fisici, estranea al loro mondo fatto di equazioni e fumetti. Una sorta di guida capace di scardinare abitudini sterili e costringere quel piccolo gruppo chiuso in se stesso ad aprirsi alla vita. A rafforzare questa lettura ci pensano poi una serie di elementi ricorrenti, piccole crepe che, sommate, compongono un quadro inquietante. La routine quasi immutabile dei personaggi – sempre cibo messicano lo stesso giorno, indiano un altro, pizza il venerdì, sempre seduti negli stessi posti – restituisce la sensazione di un tempo che non scorre davvero, ma si ripete in loop, come spesso viene descritto proprio il Limbo nelle tradizioni religiose e letterarie.

una scena di The Big Bang Theory
Credits: Warner Bros. Television Studios

Anche la madre di Sheldon, Mary Cooper, con i suoi continui riferimenti alla salvezza dell’anima e al destino ultraterreno, sembra introdurre nella trama un contrappunto quasi profetico rispetto al mondo razionale e scientifico dei protagonisti, come un’eco che ricorda loro, tra una battuta e l’altra, quale sia la loro reale condizione.

Persino un personaggio secondario come Wil Wheaton, prima acerrimo nemico di Sheldon e poi suo amico fidato, si presta a questa chiave di lettura: un ostacolo posto sul cammino per mettere alla prova la sua pazienza, che si trasforma in alleato solo quando Sheldon dimostra di essere cresciuto abbastanza da meritarne l’amicizia. È bene ricordarlo: The Big Bang Theory resta, nella sua essenza dichiarata, una sitcom pensata per far ridere, non un trattato di teologia. Chuck Lorre e Bill Prady non hanno mai nascosto intenzioni diverse da quella di raccontare, con leggerezza, l’amicizia tra un gruppo di scienziati socialmente impacciati. Ma proprio questa distanza tra l’intento originario e la ricchezza di significati che i fan sono riusciti a costruire attorno alla serie è ciò che rende la teoria del Purgatorio così affascinante.

Letta con questa lente, la storia smette di essere solo la cronaca di un gruppo di amici che vivono porta a porta, e diventa il racconto di un cammino condiviso verso la guarigione: ognuno intrappolato nella propria paura più profonda, ognuno costretto ad affrontarla per potersi liberare. E solo quando l’empatia riesce finalmente a vincere sull’egoismo, e l’amore a prevalere sulla paura, quella vecchia porta d’ascensore – per tanto tempo bloccata – si apre di nuovo. Pronta a portare quelle anime, finalmente in pace, verso qualcosa che va oltre l’appartamento 4A.

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