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Oslo non lo si nota quasi mai, ma lo ricorderemo sempre. Infatti è protagonista di uno dei momenti più intensi ed importanti dei primi due atti de La Casa de Papel. Non sappiamo molto di lui al di fuori di un’esperienza pregressa e il grande rapporto che lo lega ad Helsinki, ma è innegabile l’importanza del suo contributo all’interno del piano.
Un personaggio che, diversamente da altri (uno su tutti, Berlino) si distingue soprattutto per ciò che fa, piuttosto che per ciò che dice. Non esistono, come per il personaggio di Berlino, “le migliori frasi di Oslo”, semplicemente perché, per creare e interpretare questo personaggio, i creatori de La Casa de Papel hanno lavorato per sottrazione: Roberto Garcia, l’interprete di Oslo, ha raccontato di aver dovuto fare un lungo lavoro davanti allo specchio per imparare a trasmettere le emozioni e l’interiorità del personaggio unicamente attraverso la mimica facciale e il linguaggio del corpo, dato che la caratteristica principale di questa recluta per la rapina del secolo è che non parla quasi mai.
Il contributo che questo personaggio può dare al grande disegno del Professore è unicamente muscolare: non è particolarmente intelligente né abile nella diplomazia, né tantomeno si distingue per una dialettica particolarmente fluente. Oslo non è Berlino, non è Mosca, non è Nairobi: i membri più brillanti della banda, ognuno con caratteristiche diverse. Oslo ha solo i suoi muscoli. E suo cugino, con cui ha condiviso la vita e persino la cella durante la detenzione. Il cugino con cui condividerà anche l’ultima, grande avventura della sua vita: la rapina alla Zecca di Spagna.
