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House of Papel: il sequel de La Casa di Carta in cui il Professore diventa il premier spagnolo

ATTENZIONE: proseguendo nella lettura potreste imbattervi in spoiler su La Casa de Papel.

Madrid, Palazzo della Moncloa, sede del Governo di Spagna

La sala riunioni del Primo ministro era un trambusto totale: un andirivieni di ministri, funzionari pubblici, uomini dei Servizi e semplici addetti alla comunicazione che riportavano i sentori della piazza. C’era agitazione e fermento. Il colonnello Tamayo, uno degli uomini più in vista del momento, incensato e blandito di ogni onore pubblico dopo la conclusione delle operazioni al Banco di Spagna, picchiava nervosamente la penna sul bordo della scrivania. Volto paonazzo, respiro affannato, un leggero tic all’occhio sinistro. Il Paese viveva un momento particolarmente complesso della sua storia, il Primo ministro aveva di che preoccuparsi in quei giorni. La Spagna era probabilmente sotto attacco, una minaccia esterna incombeva sul suo destino. Una minaccia invisibile, incorporea e astratta, che non mostrava il suo volto ma si insinuava nei delicati e fragili ingranaggi di mercato. C’era qualcuno che stava acquistando titoli di Stato, per poi rimetterli sul mercato a tassi di interesse sempre più alti. Le riserve auree spagnole erano un cumulo inservibile di lingotti di ottone con la maschera di Dalì incisa sopra. Non avrebbero potuto ripagare neppure le stellette nuove di zecca cucite sulla divisa scintillante del colonnello Sagasta, sempre fastidiosamente presente a tutti i vertici più delicati (per sapere come è finita La Casa de Papel, leggere qui).

la casa de papel

“La Casa de Papel” l’avevano chiamata, e non a torto: la riserva di Stato era pura illusione, un mucchio di carta straccia che non aveva alcun valore sui mercati.

L’accordo stipulato con il Professore, qualche anno prima, era il più grande segreto di Stato che Presidenti, re e uno sparuto gruppetto di ministri e alti ufficiali si erano tramandati nella più totale incoscienza dell’opinione pubblica e del resto del Paese. Sarebbe bastata una fuga di notizie, uno spiffero un po’ più forte degli altri, per far crollare tutto il castello di menzogne di Stato e condurre il Paese al fallimento. Tamayo lo sapeva, per questo gli strani movimenti sul mercato lo preoccupavano e lo spazientivano.

– Colonnello, qui c’è solo una cosa da fare e Lei lo sa bene.

Tamayo serrò la mandibola e batté un pugno sul tavolo. C’era un solo uomo al mondo che aveva a disposizione più oro di quello che sarebbe servito alla Spagna per evitare il fallimento. Quell’uomo era lui: il Professore.

– Non possiamo più aspettare, è giunto il momento che Lei rintracci la banda e negozi la restituzione delle nostre riserve auree. A qualsiasi prezzo, Tamayo. A qualsiasi prezzo

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Sao Miguel, Azzorre Orientali, pochi giorni dopo

Avvolto nelle luci del tramonto, con i piedi immersi nelle acque gelide dell’Oceano, il Professore sembrava il protagonista di un romanzo picaresco. Accanto a lui, bassino e con lo sguardo leggermente strabico, il piccolo Andrès chiedeva al padre di raccontargli ancora una volta le avventure del ladro Berlino, il mago del furto che era riuscito a mettere in ginocchio ricche ereditiere, direttori di musei, ispettori infallibili e persino capi di Stato. Si aspettava una visita di Tamayo, il Professore. Gli strani sbalzi dei mercati, per quanto fiduciose fossero le dichiarazioni pubbliche dei politici, allarmavano i risparmiatori e accrescevano il clima di diffidenza in Spagna. L’esercito doveva essere arrivato fin lì per una sola ragione: la Spagna rivoleva indietro il suo oro (tutti gli episodi de La Casa de Papel sono disponibili su Netflix).

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Non sarebbe stato così semplice per Tamayo convincere il Professore a trattare. A qualsiasi prezzo, gli aveva raccomandato il Primo ministro. Ma il colonnello sapeva fin troppo bene come erano andate le cose negli ultimi anni. Il patto era stato rispettato, sia da una parte che dall’altra. Non avrebbero potuto fare diversamente, d’altronde: “o vinciamo tutti o perdiamo tutti”. Il Professore era stato chiaro: bastava che la banda fosse lasciata in pace e il segreto sui lingotti di ottone sarebbe stato al sicuro. Quello che però non aveva calcolato è che un attimo dopo, scemata l’ondata emotiva che aveva inevitabilmente accompagnato la morte dei rapinatori, la macchina del fango aveva iniziato a scaldare i motori. Nella propaganda anti-Dalí, il Professore veniva dipinto come uno spregiudicato arrivista, un manipolatore di professione che aveva fatto violenza psicologica sulla polizia e aveva sacrificato i propri compagni in una guerra personale e narcisistica.

I membri della banda – lo testimoniava un ostaggio d’eccezione come Arturo Román – erano nient’altro che rozzi soldati, violenti e senza scrupoli, che per un gruzzoletto di banconote si sarebbero traditi l’un l’altro senza troppi patemi d’animo.

Squid Game, La Casa de Papel
Squid Game, La Casa de Papel

I veri eroi erano Sagasta e i suoi uomini caduti in battaglia, padri di famiglia che erano morti per le idee megalomani di un folle. Il Professore avrebbe potuto fare pressione su Tamayo ricattandolo – Benjamìn si era offerto di farne perdere le tracce una volta per tutte -, ma si era convinto che non fosse la strategia giusta. Ora la sua visita, con annessa richiesta di aiuto, gli offriva però l’occasione per chiedere qualcosa in cambio e riaprire una partita che si era chiusa tempo prima con lo scacco matto.

– Vi aiuterò a pagare i vostri tassi di interesse, Tamayo. Nemmeno io potrei gioire del tracollo finanziario del mio Paese. Ma me ne resterò per i prossimi dieci anni a ritagliare origami sulla spiaggia se Lei non vorrà raccontare alla gente di come avete comprato il nostro silenzio e di come ci avete ingiustamente infangati per anni al solo scopo di apparire più limpidi di quello che in realtà non siete.

Tamayo non aveva scelta, lo sapeva fin troppo bene. Il suo faccione paonazzo apparve di nuovo davanti alle telecamere, in diretta nazionale, a raccontare di come avevano trattato con i rapinatori e di come avevano concesso loro la libertà in cambio di un’uscita onorevole per le forze di polizia che avevano fallito miseramente. Non poteva raccontare che erano stati costretti a lasciare tutto l’oro del Paese nelle mani della banda, ma quel che fu chiaro è che loro avevano dovuto barattare la credibilità dello Stato con la vita dei rapinatori. La vicenda del Banco di Spagna dimostrava a tutti quanto inadeguata fosse stata la risposta dello Stato in quell’occasione. Erano emerse tutte le fragilità, le contraddizioni e le insidie di un sistema soffocante che se la prendeva con i più deboli per non assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

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Era bastata quella espressione – “il Professore è vivo” – per riaccendere nel Paese una speranza, un sogno che sembrava ormai perduto. Presi dal panico e colpiti da un’ondata montante di sdegno, i vertici della polizia si dimisero tutti – rimase solo Antoñanzas, promosso non si sa come a vice colonnello – e, insieme a loro, ministri e Presidente del Consiglio. Si aprì una crisi istituzionale senza precedenti, in una fase storica già piuttosto delicata per il Paese. Nei peggiori bar di Pamplona si levarono calici in onore di Matías Caño, anche se nessuno sapeva esattamente chi fosse. Tokyo e Nairobi divennero il simbolo dei movimenti femministi di tutta la Spagna, Denver – che era l’unico che aveva potuto mostrare il suo volto per tutto il tempo – aveva rinunciato all’identità falsa e si era messo a capo di un gruppo di lotta clandestino per la libertà dei prigionieri politici – “ho voluto maturare” – e l’orso sul pancione di Helsinki risultò l’animale più tatuato dell’anno (ecco le pagelle dell’ultima stagione de La Casa de Papel).

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Il re, riuniti i suoi consiglieri, si convinse che l’unica strada da percorrere fosse quella di affidare le chiavi del Paese nelle mani di chi deteneva tutte le sue riserve auree. “Ma non possiamo mettere un ladro a capo del governo”, obiettò Tamayo, con la vena sulla fronte che ormai minacciava di esplodere da un momento all’altro. “Un ladro qualunque, no. Il ladro più ricco del mondo, sì”. Specie se quello stesso ladro si diceva disposto a rimettere la refurtiva là dove doveva stare per scongiurare l’insolvenza del Paese e il tracollo definitivo. “Non abbiamo altre opzioni, Tamayo. La gente non accetterebbe un nome diverso. Guardi lì fuori: non c’è spagnolo che se ne vada in giro senza una maschera di Dalí sulla faccia!”. E in effetti, nella situazione drammatica in cui si trovavano, con la pressione dei mercati sul collo, la protesta civile che montava e così poche idee per mettere un freno al collasso, l’idea di affidare il Paese all’uomo che lo aveva prima derubato e ora prometteva di salvarlo, era l’unica veramente valida – anche perché l’altra prevedeva un colpo militare di Sagasta e la presa dei pieni poteri da parte dell’esercito. Non una grande garanzia considerando il livello del reclutamento delle forze armate spagnole ai tempi della rapina -.

Madrid, sede dell’Assemblea

BREAKING NEWS – “Sergio Marquina, ricevuto l’incarico dalle mani del sovrano, si è recato in Parlamento per ottenere la fiducia dei rappresentanti del popolo. La maggioranza dei due terzi dell’aula ha dato voto favorevole a Marquina, che un attimo dopo si è insediato a Palazzo della Moncloa con il ministro dell’Interno Raquel Murillo e il Primo Vicepresidente Marsiglia, illustrando al Paese il suo programma politico: attenzione agli ultimi, taglio delle tasse, lotta alla speculazione sfrenata”.

Il Professore prese posto dietro la sua scrivania, sistemò la foto di Berlino accanto a quella del re, ritagliò un pezzo di cartoncino rosso e realizzò il suo primo origami da Premier. Alla chiamata di congratulazioni della Presidente della Commissione europea, rispose chiedendole “che indossa oggi?”. L’era del Professore era appena iniziata. La Resistenza era arrivata al potere, el sueño no ha acabado. Come sempre, era riuscito a prevedere ogni mossa. Tutto era andato esattamente come aveva previsto. L’idea di comprare e rivendere pezzi di debito spagnolo con l’oro della stessa Spagna aveva funzionato. Finalmente era arrivato dove Berlino gli aveva suggerito una volta, quando erano ancora dei ragazzi senza prospettive. Finalmente era arrivato dove aveva sempre desiderato di essere per cambiare davvero le cose. Si versò un bicchiere di vino, si aggiustò gli occhiali sul viso e brindò a Berlino, a suo padre e al nonno che aveva fatto la Resistenza perché immaginava il mondo che ora lui avrebbe potuto costruire.

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