in

Le Iene di Madrid

la casa de papel

*Attenzione: l’articolo contiene spoiler sulla serie tv La Casa de Papel e sul film Le Iene di Quentin Tarantino*

Le Iene (Reservoir Dogs) di Quentin Tarantino è una pellicola cult dalla fama imperitura che dal 1992 ispira registi e autori di tutto il mondo. La Casa di Carta (La Casa de Papel) è una serie tv spagnola molto popolare che ha intrattenuto piacevolmente oltre 34 milioni di spettatori, diventando in pochissimo tempo un fenomeno seriale denso di riferimenti riconoscibili anche da chi non l’ha mai vista. Che ci piaccia o no, i ladri di Madrid con la tuta rossa e la maschera di Dalí si sono impressi nel nostro immaginario per le loro gesta un po’ criminali, un po’ rivoluzionarie ma, come vedremo, la Zecca spagnola non è stata l’unica cosa ad essere stata “derubata“.

Creata da Álex Pina, La Casa de Papel ha raccolto consensi e stroncature, eppure la sua notorietà non può essere messa in discussione: ha infranto molti record diventando una delle serie tv Netflix più viste di sempre e ha conquistato un numero considerevole di premi, tra cui un Emmy Award nel 2018 come Migliore serie drammatica. Tra elogi, scene trash che vorremmo cancellare dalla memoria e critiche fin troppo dure, in attesa del ritorno del nuovo capitolo, oggi vogliamo concentrarci su un aspetto fondamentale della serie spagnola, oseremmo dire quello che l’ha resa tanto popolare: il citazionismo.

Tokyo La Casa de papel

Indipendentemente dai gusti personali, è difficile negare che la sua fama dipenda anche dalla presenza ben orchestrata di innumerevoli rimandi alla cultura pop tanto noti quanto cari al pubblico internazionale. Pensiamo agli omaggi sia al mondo del cinema che della televisione, come il look dark-goth di Tokyo a metà tra Mathilda di Léon e Jane Margolis di Breaking Bad e i continui riferimenti a opere incentrate sulle rapine come Inside Man, Ocean’s Eleven o Prison Break. Ma il saccheggio – volontario e consapevole – più evidente è sicuramente quello compiuto sulle opere di Tarantino: dai riferimenti più espliciti, come quelli di Le Iene, ai più velati, come l’ossessione per i piedi fino alla scena di Nairobi in fin di vita che ricorda Mia Wallace in Pulp Fiction. Se siete ancora dubbiosi a riguardo, la conferma ci viene dallo stesso Álex Pina, il quale in un’intervista a Vanity Fair ha dichiarato:

Ci sono tanti riferimenti al cinema: Nikita e Léon di Luc Besson. E, in generale, tutti i film con una rapina. Ma il mio nume tutelare è Quentin Tarantino. Devo molto anche a Breaking Bad, la prima serie in cui la linea di demarcazione tra Bene e Male è sempre più labile di puntata in puntata. E c’è un po’ di Almodóvar, un po’ di Buñuel… Maestri, fonti d’ispirazione imprescindibili. C’è sicuramente la ricerca di qualcosa di iconoclasta e molto spagnolo.

Del resto Tarantino è noto per la sua incontenibile tendenza a inserire citazioni di ogni tipo, sia sconosciute che non, fondendo mondi e suggestioni disparate e apparentemente inconciliabili: dai western di Leone, Ford e Corbucci ai B-movie degli anni ’70 fino ai film orientali dei cineasti Ringo Lam a Hiroyuki Nakano. I riferimenti tarantiniani nella serie iberica distribuita da Netflix sono tanti e non si fermano solo alla trama corale incentrata su una rapina. Potremmo dire che la tendenza al citazionismo de La Casa de Papel è essa stessa una citazione tarantiniana. In fondo il legame tra il primo lungometraggio di Quentin Tarantino e Álex Pina lo ritroviamo anche fuori della serialità. Infatti, Pina ha lavorato al programma Caiga quien Caiga, un format argentino ispirato a Reservoir Dogs, conosciuto in Italia come Le Iene di Mediaset.

Insomma, è innegabile che La Casa de Papel trasudi Tarantino da tutti i pori. Non ci resta quindi che individuare quegli elementi che la serie spagnola ha pescato dalla pellicola d’esordio del cineasta statunitense.

I nomi in codice e i legami emotivi

La casa de papel

Iniziamo con il riferimento più plateale, cioè i nomi in codice dei due gruppi usati per tutelare la vera identità dei rapinatori. In Reservoir Dogs abbiamo sei uomini con i rispettivi alias che rimandano ai colori: Mr. Blonde, Mr. Blue, Mr. Brown, Mr. Orange, Mr. Pink e Mr. White più i due organizzatori della rapina, Joe Cabot e suo figlio Eddie. Ne La Casa de Papel abbiamo otto rapinatori (Tokyo, Mosca, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Helsinki e Oslo) guidati dal Professore anche se, come sappiamo, dalla seconda parte in poi la squadra di Madrid subirà delle modifiche numeriche. Certo, il Professore e Joe Cabot hanno due personalità antitetiche e, a differenza del secondo, il primo è meno duro e concede al gruppo più libertà di scelta. Oltre ai nomi in codice e al numero otto, il richiamo più evidente è senza dubbio lo sviluppo della scena stessa, dalle inquadrature, alla lavagna fino alle polemiche. In fondo i nomi e l’identità sono un tema caro a Tarantino, pensiamo a Kill Bill dove il vero nome de La Sposa resta un’incognita per molto tempo e viene bippato così come i nomi dei rapinatori spagnoli vengono oscurati durante la presentazione.

Anche il discorso di presentazione pronunciato da entrambi i capigruppo verte sulla necessità di tutelare la propria identità, sia per non compromettere il piano che per non rivelare delle informazioni personali degli altri membri durante un possibile interrogatorio. Il Professore e Joe Cabot sanno molto bene che il legame emotivo rappresenta un rischio per l’esito dell’operazione. Infatti entrambe le trame si sviluppano proprio intorno a questo spunto, mostrandoci quanto la natura umana non possa esimersi dallo stabilire delle relazioni personali ed entrare in empatia con l’altro. Certo, mentre nella pellicola di Tarantino l’esito finale è epico ed è la naturale conclusione di un intreccio di storyline tessuto in maniera magistrale, ne La Casa di Carta la raccomandazione a mantenere le distanze sembra essere accolta più come un invito ad unirsi, fino a generare delle dinamiche tipiche della soap opera.

I dialoghi e il ritmo

Le Iene

Il linguaggio di Tarantino è inconfondibile tanto da essere diventato un genere a sé: è difficile capire in cosa consiste, ma è semplice riconoscerlo quando lo vediamo. Una scrittura pop, prolissa e ritmata, dissacrante, colorita e non convenzionale fondata su una commistione di generi tanto diversi quanto particolari, il tutto coronato da una regia inimitabile e visionaria che hanno reso il cineasta un’icona di stile postmoderno. Ogni elemento, ogni parola e ogni inquadratura ha il sapore della leggenda. Ogni dialogo – ma anche il modo in cui recitano gli attori – è unico e complesso ed è caratterizzato da un ritmo musicale, un retrogusto realistico ma allo stesso tempo straordinariamente sui generis. La Casa di Carta ci ha provato a replicare tutto questo offrendo allo spettatore delle inquadrature teatrali, numerosi flashback per una narrazione poco lineare, dialoghi serrati e secchiate di sangue e violenza splatter. La serie sarà riuscita ad emulare il maestro? A voi il verdetto!

Il piano “perfetto”

la casa de papel

Il protagonista sia del film che della serie tv è ovviamente lui: il piano, meno complesso ma altrettanto studiato in Le Iene, machiavellico e a tratti iperbolico ne La Casa de Papel. Se il piano è il protagonista, l’imprevisto è sicuramente l’antagonista che, pur giocando un ruolo chiave in entrambe le vicende, nella serie tv diventa un espediente troppo spesso forzato. In entrambi i casi siamo davanti a un piano apparentemente prefetto che sulla carta funziona senza intoppi, ma che nella realtà viene incrinato da ciò che non può essere previsto, ad esempio una simpatia personale o un passante che ostacola il furto della propria macchina. Mentre ne Le Iene tutto segue uno svolgimento coerente e consequenziale, e la mano di Tarantino scompare lasciando che gli eventi facciano il loro corso, ne La Casa de Papel gli sceneggiatori hanno la tendenza a forzare un po’ troppo le cose favorendo a loro piacimento l’esito di ogni situazione critica con espedienti illogici che, ancora una volta, generano un lieve effetto telenovela.

Le pistole puntate

Non fare s*******e, Berlino. Questa non è una pellicola di Tarantino.

Nairobi

Lo stallo alla messicana che manda tutto a scatafascio nel glorioso finale de Le Iene non solo viene riproposto in questa sequenza de La Casa de Papel (anzi, viene omaggiato esplicitamente da Nairobi), ma è una costante in tutte le stagioni. Infatti le situazioni di stallo caratterizzano l’intera serie e sono talmente frequenti che a volte rischiano di diventare prevedibili. Se Tarantino è un maestro nel creare delle scene di estrema tensione emotiva alternate a momenti più riflessivi, ne La Casa de Papel la tensione è tenuta sempre ai massimi livelli e viviamo in uno stato di sovraeccitazione continua dove il colpo di scena, alle lunghe, fatica a sorprenderci. È proprio durante queste situazioni critiche però che siamo chiamati a schierarci e, in entrambe le opere, ci ritroviamo a tifare per quelli che dovrebbero essere i criminali, i quali al contrario si rivelano essere i buoni.

Quell’irrefrenabile tendenza a creare dei simboli

Quentin Tarantino

L’uso della divisa, o comunque di un abbagliamento distintivo, contribuisce a creare dei solidi riferimenti nella nostra memoria. Le sei iene di Joe Cabot, con completo, occhiali e cravatta nera, sono diventate in brevissimo tempo degli emblemi: in soli 99 minuti di pellicola, il regista statunitense è riuscito a tratteggiare la personalità di ogni protagonista fin nei minimi dettagli, donando a ognuno di loro un modo di parlare e una gestualità inconfondibili. La Casa di Carta ha voluto replicare la formula e, sebbene non ci abbia regalato un nuovo Mr. Pink, è riuscita a tratteggiare dei personaggi interessanti, come Nairobi e Berlino. Mentre La Casa de Papel si serve di simboli molto noti e ben radicati nell’immaginario collettivo – dalla maschera di Dalì a Bella Ciao – per aiutare lo spettatore ad affezionarsi sia alla serie che ai protagonisti, Tarantino va ben oltre. Infatti, pur attingendo al repertorio pop (come la tuta di Bruce Lee in Kill Bill), si appropria di simboli altrui che rimodella e arricchisce rendendoli ancora più celebri e iconici e restituendoceli come dei frammenti di opere d’arte.

Il potere femminile

Nairobi

Un merito de La Casa de Papel è sicuramente quello di prendere spunto dalla vicenda del gruppo degli otto rapinatori (e un poliziotto sotto copertura) de Le Iene integrandola con una rappresentanza femminile eterogena, forte e determinata. Un atteggiamento che, sebbene assente nel primo film di Trantino, contraddistinguerà tutti i suoi lavori futuri, primo fra tutti Kill Bill, una delle opere più femministe degli ultimi vent’anni. La Casa de Papel viene così arricchita da una prospettiva femminile molto interessante che, pur offrendo delle premesse incoraggianti e rivoluzionarie, non sviluppa fino in fondo e inciampa sui cliché.

Come è evidente, la serie tv spagnola strizza decisamente l’occhio all’universo tarantiniano, ne attinge a piene mani per offrire un intrattenimento leggero, piacevole e senza pretese, nutrito da una buona dose di scene splatter, trash e tante citazioni d’autore che, pur non eguagliando neanche lontanamente i maestri, calzano a pennello e regalano uno spettacolo sensazionale e godereccio.

LEGGI ANCHE – La Casa de Papel – Le Pagelle di una delle serie più viste degli ultimi anni

Scritto da Sara Crecco

Rifletto tanto, talmente tanto che poi dimentico su cosa stavo riflettendo. Quindi niente, accendo Netflix.

Great minds think alike

Élite – La recensione della disastrosa 4a stagione