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Volete solo battaglie e draghi? Forse House of the Dragon non è, semplicemente, la serie giusta per voi

Rhaenyra Targaryen in House of the Dragon

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Ormai è un trend consolidato da almeno due stagioni: ogni volta che va in onda House of the Dragon, il pubblico si divide tra chi la trova eccezionale e chi, invece, noiosa.

Niente di sorprendente, fin qui: quando si parla di una serie evento, tra le ultime in circolazione, e ci si approccia quindi a un pubblico trasversale che potremmo definire, per molti versi, generalista, l’enorme richiamo mediatico porta con sé opinioni polarizzate e nette. House of the Dragon è seguita dagli appassionati del genere, certo, ma anche da un pubblico più fluido non legato granché al fantasy né, tantomeno, a produzioni di stampo storico-medievale.

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Merito anche del traino di Game of Thrones e, più in generale, delle ampie garanzie offerte normalmente dai prodotti di punta di HBO.

Non stupisce, quindi, che non esistano approvazioni unanimi su House of the Dragon. Non le ha ricevute Breaking Bad, figuratevi una serie che i suoi limiti li ha.

Limiti che la terza stagione ha palesato ancora più delle precedenti, se possibile. Da un lato è evidente che lo sforzo tecnico ed espressivo sia all’altezza di Fire and Blood e del franchise nato dalla penna di George R.R. Martin; dall’altro sarebbe però intellettualmente disonesto negare alcune carenze sul piano della scrittura, non sempre solida, e della caratterizzazione psicologica dei personaggi principali.

Si ha la chiara impressione, qua e là, che i passaggi più riempitivi siano effettivamente tali.

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Il materiale originario è stato ampliato non poco, portando la serie a svilupparsi per quattro stagioni. Forse una di troppo, ma potremo dirlo con certezza solo quando si concluderà la serie. E quello che gran parte del pubblico definisce impropriamente “filler” non è di per sé un problema, affatto. Al contrario, può essere il fulcro fondamentale di una certa idea di autorialità, se sviluppato in un certo modo.

Game of Thrones sapeva farlo benissimo, House of the Dragon non altrettanto.

La terza stagione, nello specifico, ruota spesso intorno a concetti e caratterizzazioni che si avvitano su se stessi in più di un’occasione.

Ciò porta ad alcune fastidiose forzature che allontano la serie dal concetto di perfezione.

Rappresentano, di conseguenza, dei passaggi a vuoto che frustrano lo spettatore medio e lasciano perplessi anche i fan più pazienti.

È giusto sottolinearlo, anche se abbiamo sempre recensito House of the Dragon con grande entusiasmo, mettendo in luce nelle nostre recensioni temi, riflessioni e analisi che mirano a valorizzare le peculiarità migliori di una serie perfettibile ma comunque eccezionale. Tra le migliori in circolazione, anche dopo questa stagione.

Il punto di questo articolo, però, è un altro: dopo aver trascorso le ultime settimane a leggere i vostri commenti e ritrovarmi, settimanalmente, tantissimi commenti che replicano alle mie recensioni con considerazioni tipo “serie noiosa”, “piena di filler”, “ma dove sono il fuoco e il sangue?”, “Game of Thrones era un’altra cosa” e molti altri dello stesso tenore, mi sono domandato cosa si aspettino questi commentatori da una serie come House of the Dragon.

Si parla di forzature narrative, incoerenze nelle caratterizzazioni, concetti reiterati all’infinito e criticità specifiche di una serie che, ripeto, è ampiamente contestabile da più punti di vista?

No, in gran parte dei casi. E sarebbe interessante parlarne, come cerca di fare parte del pubblico. Buona parte dei commenti, invece, va in una direzione molto più essenziale.

Come testimoniano anche le valutazioni medie di IMDb e dei principali aggregatori, nonché le tangibili tendenze individuabili sui social, parte del pubblico cerca più immediatezza. Si scalda quando arrivano le battaglie, il fuoco e il sangue, mostrandosi molto più freddo quando House of the Dragon predilige lunghi dialoghi, puntate più “verbose” e la costruzione di un contesto narrativo che rappresenta l’essenza stessa di un prodotto di questo tipo. L’essenza, più che una mera cornice.

Ecco, il punto è proprio questo. Se davvero la criticità riscontrata va in quella direzione, House of the Dragon potrebbe non essere la serie giusta per voi.

Ma attenzione: non sto sostenendo che la lentezza sia un valore in sé, né che una serie debba essere assolta da ogni criticità nel momento in cui sceglie di prendersi il proprio tempo. Una serie lenta può essere scritta male, così come una serie frenetica può essere scritta magnificamente. Un dialogo di venti minuti può essere straordinario oppure estenuante. Una lunga fase interlocutoria può costruire qualcosa, ma può anche ruotare intorno a se stessa senza andare da nessuna parte.

Una serie non è scritta male perché è lenta. Ed è soprattutto questa equivalenza, sempre più frequente, che vale la pena mettere in discussione.

Una scena tratta dal trailer di House of The dragon 3
Credits: HBO

Giusto per fare un esempio più specifico: le puntate meglio valutate della terza stagione di House of the Dragon su IMDb sono al momento la seconda, quella della conquista del trono da parte di Rhaenyra, la prima – caratterizzata soprattutto dalla Battaglia del Gullet – e l’ultima, incentrata sulla deriva psicologica di Rhaenyra e la Battaglia di Tumbleton.

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In queste tre circostanze, House of the Dragon 3 ha superato il nove di valutazione. Tre puntate su otto con decine di migliaia di voti in quella direzione, merce rara di questi tempi. E le altre cinque? La sezione centrale della stagione, più introspettiva e meno legata all’azione, passa attraverso una valutazione media di 7,5 tra la quarta e la sesta puntata. Non male, ma siamo molto lontani dal 9,3 della seconda.

Naturalmente, questi numeri non dimostrano da soli che il pubblico premi House of the Dragon solo quando mette in scena battaglie e draghi. Sarebbe una conclusione troppo semplice: gli episodi più spettacolari tendono spesso a coincidere anche con i grandi snodi narrativi di una stagione, ed è fisiologico che siano ricordati e premiati dallo spettatore medio.

Il dato diventa interessante, semmai, quando viene affiancato alle reazioni che accompagnano la serie.

La pazienza sembra ridursi quando House of the Dragon rallenta, conversa, prepara il terreno e rimanda il payoff. Lì una parte del pubblico confonde la carenza d’azione con l’assenza di racconto.

Anche Game of Thrones, d’altronde, ha avuto gran parte delle valutazioni più alte con le puntate delle grandi battaglie o dei passaggi più traumatici, come le Nozze Rosse, l’esecuzione di Ned Stark o la presa di potere di Cersei Lannister nel finale della sesta stagione. Ci sta, è normale. Ma è altrettanto giusto domandarsi, a un certo punto, cosa si voglia davvero da una serie e comprendere se quella serie abbia le caratteristiche ricercate.

Non si può chiedere ad House of the Dragon, in sostanza, di essere quello che non è.

Una serie coi draghi che sputano fuoco? Sì, è anche quello. Così come è una serie piena di sangue, grandi combattimenti e scene violente, al pari della serie madre. Ma è molto più di questo, è ovvio: House of the Dragon ci porta dentro una tragedia familiare, culminando nella ricostruzione attenta della genesi di una guerra o di una tirannia. Si parla del potere, della corruzione e della natura umana in tutte le sue complessità tridimensionali, della funzione della memoria e dell’inevitabilità di certi conflitti. Parla di un passato remoto, oltretutto rivisitato in chiave fantasy, ma parla anche del nostro presente.

È una lente d’ingrandimento su ciò che siamo stati, siamo e saremo sempre. Cambiano i contesti, ma troppe dinamiche si ripetono ciclicamente in un tragico loop.

Le battaglie raccontano il momento in cui un conflitto divampa, ma una storia sulla guerra può raccontare anche tutto ciò che porta a quell’esplosione. Gli interessi contrapposti, le ambizioni personali, i rancori familiari, le alleanze, le paure, gli errori e quella lunga sequenza di decisioni apparentemente piccole che, sommandosi, rendono inevitabile la catastrofe.

Tutto ciò è straordinario, davvero. E House of the Dragon è stata all’altezza della situazione in buona parte dei casi.

Questo non significa, ancora una volta, che riesca sempre nell’impresa. Nella terza stagione ci sono stati momenti in cui l’attesa non ha prodotto abbastanza, dialoghi che hanno ribadito concetti già assimilati e personaggi rimasti a lungo immobili, nelle medesime posizioni. La lentezza diventa, così, un problema reale: non quando una storia decide di fermarsi, ma quando, fermandosi, non riesce a scavare abbastanza.

Sono convinto di tutto ciò. E non è un caso che avessi già affrontato il tema a più riprese nel corso della seconda stagione. L’avevo fatto con la recensione generale, intitolata non a caso “Il fuoco, il sangue e (soprattutto) il resto”, ma anche in un articolo più specifico dal titolo più esplicito: “House of the Dragon non è solo fuoco e sangue (e va benissimo così)”.

Scrissi, tra le varie cose: “La lentezza è un investimento fondamentale sul futuro. La staticità di alcuni episodi della seconda stagione verrà valorizzata in futuro da battaglie sfaccettate con personaggi più solidi, stratificati e per questo funzionali a un’esperienza immersiva totalizzante. Se si togliesse questo, rimarrebbe il fantasy d’azione che avrebbero realizzato fino agli anni Novanta: gli eroi e i cattivi, il bianco e il nero, l’azione combinata con altra azione. Può piacere come non piacere, ma sarebbe stato sicuramente altro. E le serie tv sono diventate quello che sono diventate negli ultimi venticinque anni grazie a questo. Cosa sarebbe rimasto di Tony Soprano, se alle dinamiche di potere più essenziali non si fosse affiancato lo straordinario lavoro d’approfondimento introspettivo del personaggioUn’opera sul mondo della mafia come tantissime altre. Altrettanto potremmo dire a proposito di Breaking Bad”.

Fu semplice, per me, sottolineare le peculiarità positive della stagione.

Una stagione criticata ancora più della terza dal grande pubblico, vista la carenza di grandi battaglie. Seppure sia vero che la scelta di spostare la Battaglia del Gullet e l’ascesa di Rhaenyra ad Approdo del Re alla terza stagione non sia stata tra le più convincenti, è un ciclo di puntate ancora più solido rispetto a quest’ultimo.

Una parte del pubblico, però, cerca altro. E mostra i sintomi di un cambiamento sistemico dell’approccio all’intrattenimento negli ultimi anni.

alicent Hightower in una scena di house of the dragon
Credits: HBO

La soglia d’attenzione si è abbassata, si cerca maggiore immediatezza e il (presunto) filler è uno spettro ostracizzato che un tempo veniva accolto diversamente da un pubblico più predisposto a narrazioni orizzontali e verticali più lente, articolate anche sul lungo periodo.

Materiale per tanti approfondimenti proposti negli ultimi anni, e chi ci segue lo sa.

Ci si domanda allora che fine avrebbe fatto oggi Breaking Bad se fosse finita sotto la lente d’ingrandimento di un pubblico contemporaneo con queste caratteristiche.

Non lo scopriremo mai. E House of the Dragon non è nemmeno la serie più giusta per affrontare una questione del genere, viste le criticità sopraesposte. Perché non è stata abbastanza bella nei passaggi più interlocutori di questa stagione, mentre Game of Thrones è stata una serie monumentale nei momenti di attesa ancora più di quanto lo sia stata nelle fasi più spettacolari. Fino alla fine, persino nell’ultima terribile stagione.

Quando pensiamo a Game of Thrones, ci sono tanti momenti che sono entrati nell’immaginario collettivo e sono diventati parte, di conseguenza, della storia televisiva. Ma nessuno di questi sarebbe stato altrettanto impattante senza le decine di ore trascorse prima con quei personaggi.

La Battaglia dei Bastardi non è memorabile solo perché è girata magnificamente: lo è perché conosciamo Jon Snow, sappiamo cosa abbia fatto Ramsay, conosciamo la storia di Sansa e sappiamo cosa significhi Winterfell per gli Stark. Le Nozze Rosse non sono indimenticabili perché muoiono brutalmente delle persone, ma perché abbiamo imparato a conoscere quelle persone prima che morissero.

Una battaglia tecnicamente impeccabile finirebbe per assomigliare a una bellissima sequenza d’azione fine a sé, se non avessimo qualcosa da perdere insieme ai personaggi coinvolti.

Game of Thrones
Credits: HBO

Per intenderci: la notte che precedette la Battaglia di Winterfell, al centro della seconda puntata, è uno dei momenti migliori dell’intera serie.

Chiedere a una serie come House of the Dragon di eliminare tutto ciò che separa una battaglia dall’altra significa omettere ciò che dovrebbe rendere memorabili quelle battaglie. Senza l’attesa, lo spettacolo rimane soltanto spettacolo.

Potremmo poi sottolineare la forza dei personaggi secondari e marginali di Game of Thrones rispetto a quelli di House of the Dragon, non sempre convincenti.

Il carisma dei protagonisti della serie madre, superiore a quello dei protagonisti del suo prequel. Potremmo dire tanto altro, ma arriveremmo alla conclusione che lo spin-off non sia bello quanto una delle migliori serie di tutti i tempi, includendo anche il disastro compiuto nelle ultime due stagioni.

Ma no, non è per questo che House of the Dragon è tanto criticata. Non solo per questo, almeno.

Allora ci ritroveremo (forse) tra due anni, nel 2028, pronti a recensire l’ultima stagione della serie sulla Danza dei Draghi, consci del fatto che non piacerà a tutti. E va bene così. Anche a chi cerca tutt’altro, e sarà ancora una vostra scelta.

Perché chiedere a una pietanza gourmet di essere un cheeseburger, invece di mangiare un vero cheeseburger se è quello che preferite?

Possono essere entrambi buonissimi e appaganti, ma questo non lo capirò mai fino in fondo.

Antonio Casu