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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sull’ottava puntata della terza stagione di House of the Dragon, disponibile su Sky e NOW.
Non resta altro che il fuoco e il sangue. Il sangue e il fuoco, il caos. La caduta di ogni alibi, di ogni narrazione di comodo. Non ci sono più ragioni, quando la guerra dissemina la distruzione nelle viscere di protagonisti, comprimari o mere comparse, innocenti o meno che siano. Ci sono solo il fuoco e il sangue, la vana gloria, l’illusione di una vittoria effimera e il peso greve della sconfitta, preambolo della rovina globale.
La terza stagione di House of the Dragon conclude così il suo percorso come l’aveva iniziato: sul campo di battaglia, tra l’azione e l’introspezione.
Con le parole di Corlys, le più note da lui pronunciate in Fire and Blood, che echeggiano ancora: “Se questa è una vittoria, prego di non vincerne mai più un’altra”. Ma la sconfitta, in fondo, ha lo stesso volto.
Lo leggiamo negli occhi presenti di Daemon, uno che ha sposato le logiche del fuoco e del sangue per una vita intera. Ridestatosi al termine della battaglia di Tumbleton, osserva inerme la catastrofe che si è scagliata su tutto ciò che lo circonda: quasi si sovrapponesse alle figure di Jon e Tyrion dopo la devastante presa di Approdo del Re da parte di Daenerys, sembra domandarsi cosa succederà di lì in poi.
Che senso abbia la vittoria, che senso la sconfitta.
Ne vale davvero la pena? È questa la via giusta per riempire una pagina storica scritta da mani antiche? Vittoria e sconfitta hanno un solo volto?

Daemon, dal canto suo, scorre confusamente le note di una profezia che sembra essere sempre più una maledizione. Essere Targaryen, gli eredi di Aegon il Conquistatore. Ancora più, abbracciare l’atavico lignaggio valyriano ed essere draghi assolutisti, pronti a toccare il cielo con un dito. Nessun compromesso, nessuna mediazione: ha condotto Rhaenyra verso il Trono, ma per quanto tempo? Un battito di ciglia, nulla più.
È davvero questo il passaggio chiave per abbracciare quelle famigerate parole e rispondere alla promessa di un Principe?
Daemon sa di aver perso. Ma non avrebbe comunque vinto.
Questa è la peggiore delle disfatte, nel contesto in cui un cataclisma si abbatte su quel che rimane del buon nome della sua Regina. Ulf, la sua mancanza d’onore e la bieca vendetta personale che affondano Tumbleton nella tragedia senza alcun criterio, è la causa incidentale di un disastro pressoché inevitabile. Figlio di scelte individuali, certo, ma comunque inevitabile.
Perdono allora tutti in questo finale di stagione di House of the Dragon, senza eccezioni.
Assenti e presenti, regine e popolani, traditori e lealisti. I draghi, condannati a loro volta all’assecondamento delle peggiori pulsioni umane. Perde la vita persino chi vince: è nel cuore di uno Stark non destinato all’Inverno che l’autunno prodiga il momento bramato al prezzo del fuoco e del sangue. Ottiene ciò che il destino aveva negato a Cole, “morto male”. Ed è persino ironica l’idea che il raro successo sul campo di battaglia del finale di stagione di House of the Dragon si traduca in un’altra dipartita.
Fallisce quindi ogni piano, raffinato o improvvisato. Incluso quello di Ormund, l’uomo che ha acceso la miccia senza tenere a mente chi avesse di fronte. Piani falliti fin dal primo momento su una disgustosa latrina o sul trono di uno stratega spietato e illuminato, accecato dalla vanità. Si risveglia nella disillusione chi aveva persino sperato che si potesse mediare la resa attraverso un trono di carta, senza evitare di sacrificare migliaia di vite. Le donne, i bambini e tutti gli altri, dissolti nella Danza dei Draghi senza manco avere un nome.
Fallisce, una volta ancora, Rhaenyra: dopo aver cercato di espugnare Tumbleton con le armi “bianche” della battaglia ordinaria, si ritrova un cumulo di cenere tra le mani.
Allontana Mysaria, ma lo fa con una mezza misura. L’ennesima. L’ennesimo tentennamento, mal bilanciato da uno sconfinamento parallelo nel suo lato più oscuro: qualcuno la chiamerà ancora follia, ma non è altro che il prezzo del potere, quando cresce continuamente il costo. Una tragica inflazione che ci restituisce un guscio svuotato: della Rhaenyra idealista che aveva perseguito la pericolosa eredità del padre, non rimane nulla se non la disillusione. Tradotta col cinismo, la brutalità. La violenza che pronuncia la parola “sorella” e poi stringe le mani intorno al suo collo.
Cade nell’oblio, Rhaenyra. E il suo volo nel vuoto porta House of the Dragon in una nuova dimensione del racconto.
Ogni tassello da noi analizzato nel corso della terza stagione si dispone plasticamente. Ogni errore di valutazione sfocia in una scelta sbagliata, un passo nella direzione della tirannia che aveva osteggiato in ogni modo. A nulla sono serviti gli ammonimenti di Alicent e di chiunque l’abbia consigliata più o meno obiettivamente, passando attraverso Corlys, Baela e la stessa Helaena, la vittima più pura e innocente del suo salto nel buio. Lo stesso che affronta la mite sognatrice per liberare se stessa e il pargolo che portava in grembo dalla morsa mortifera della Fortezza Rossa: non è più ingabbiata, a differenza della Regina nera.
Vola, Helaena. Lo fa per l’ultima volta, andando incontro alle premonizioni senza più dire una parola. Dopo aver guardato in faccia lo scarabeo che si nutre delle carcasse e di chiunque incontri sulla sua strada. Mentre Rhaenyra salta a sua volta, cerca il favore degli dei ma gli dei, quelli “nuovi”, sono altrove: Aegon, la sua controparte, risorge beffardo dalle ceneri, più forte che mai. Ed Aemond, dissoltosi nel purgatorio onirico di Harrenhal, non può fare altro che inginocchiarsi al cospetto di una storia che incede oltre i suoi sensi di colpa.
Aegon, richiamato dall’inferno per conquistare un trono a cui non era preparato, rappresenta l’ultimo anello di congiunzione tra i poteri dei draghi e la forza sistemica degli Hightower, ben incarnata da un Septon accondiscendente che paga l’integrità con la vita.

Rhaenyra, invece, è ormai alla deriva, e tutti lo sanno.
Uscita dal tempio, ritrova l’anima valyriana mai sopita e si aggrappa alla profezia senza che nessuno possa capirla davvero. Alla profezia e quindi alle parole di Aegon il Conquistatore, ma chissà cosa significano davvero. Arriva addirittura a sovrapporre la propria figura a quella del Principe che fu Promesso, anche se con ogni probabilità è un nuovo impulso irrazionale di autoconvincimento. Convincersi che tutto, in fondo, abbia ancora un senso. Pure nel momento in cui affronta la strada più dura, la “prova” che Daemon le aveva preannunciato.
Convincersi, addirittura, che tutto questo sia parte di un racconto che porterà al trionfo eterno del suo nome.
Ma esita, Rhaenyra: è una maschera che indossa prima di tutto davanti allo specchio.
Sa dentro di sé di esser ormai condannata a interpretare un ruolo che non sentiva suo, ebbra di potere come troppi altri Targaryen e gran parte di chi abbia occupato, nel tempo, quel maledetto Trono. Sa e non sa, a differenza di chiunque la osservi mentre pronuncia un discorso pubblico che ha l’aura drammatica del delirio per chiunque non possa capire. Ovvero tutti, con rarissime eccezioni.
È semicosciente, a tratti. Scorrono di fronte a lei le conseguenze di una Danza infernale, il corpo inanimato di Helaena e un potere conservato fragilmente tra il fuoco e il sangue. A Tumbleton, ovunque. E lei non reagisce più: stringe tra le mani le ultime premonizioni della sorella perduta e si perde nel vuoto, spogliata di ogni forma di empatia.
Il suo sguardo è assente.
Tutto, intorno a lei, si approssima a riportarla alla realtà con gli strumenti più duri, pronto a condannarla prima che il suo assolutismo possa produrre effetti ancora più distruttivi.
Non resta altro che il fuoco e il sangue. Una guerra già persa che House of the Dragon continua a raccontare con grande intensità, senza vincitori.
Tutti sconfitti mentre il mondo brucia e si domanda, con un ultimo respiro, perché.
Già, perché? Non sarà Rhaenyra a darci questa risposta: solo la storia potrà farlo. Con la consapevolezza che nessuno imparerà mai la lezione. Non domani, per l’eternità.
Antonio Casu






