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House of the Dragon 3×04 – Il presente difficile dei padri e delle madri

Ormund Hightower

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Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla quarta puntata della terza stagione di House of the Dragon.

Una puntata di transizione, dirà qualcuno. Ma se si apprezzano fino in fondo i sottotesti di una saga del genere, è in episodi come questo che si disvelano i temi cardine del racconto. Nei dialoghi interlocutori, là dove i tumulti della Danza dei Draghi albergano sullo sfondo, proiettando ombre sui muri senza scaturire in spettacolari scene d’azione destinate a fissarsi nell’immaginario comune.


La terza stagione di House of the Dragon, d’altronde, è iniziata davvero con la terza puntata, una settimana fa. Ed è questo il momento di far sedimentare i personaggi in dinamiche apparentemente più ordinarie, ma non per questo meno decisive. Nei dialoghi “secondari”, negli intrecci che mostrano nuovi ingressi destinati a far rumore e stratificare ancora di più le presenze note fin dall’inizio.

Chi segue le nostre recensioni di House of the Dragon, inoltre, lo sa: c’è sempre un filo conduttore che unisce trame e sottotrame apparentemente distanti. Riducono la frammentarietà di un racconto tanto corale in nuclei molto più organici, dando un valore più ampio alla serie.

Se si parla della quarta puntata di House of the Dragon, in particolare, torna un tema che costituisce un elemento fondamentale di questa narrazione: il rapporto tra padri e madri con figli ed eredi, costretti da un presente altamente instabile a trasmettere una legacy solida in ogni momento utile. Perché ognuno di essi può essere, concretamente, l’ultimo.


Un Daemon insolito, la solita Rhaenyra

Rhaena Targaryen
Credits: HBO

Innanzitutto i Targaryen, inevitabilmente. Colpisce non poco come Rhaenyra, madre che ha smarrito gran parte dei suoi pargoli portandola in una fase più oscura della sua travagliata esperienza, non perda mai un momento per accogliere in sé l’eredità del padre Viserys. Un sovrano illuminato, sminuito dai contemporanei e riscattato dalla storia, esempio nobile di un esercizio del potere che enfatizza gli oneri e riduce la portata degli onori.

Il senso del dovere è al di sopra della vanità e dell’istinto di prevaricazione.

Rhaenyra, tenuta sotto scacco da un incarico al quale non si sarà mai pronti in tempi così difficili, fa il possibile per essere sua figlia, fino in fondo. Ma fin dove è possibile esserlo? La terza puntata, in particolare, ha dato una risposta dai presagi nefasti, visti i compromessi impossibili a cui sottopone troppo spesso la Corona. I topi infestano il cuore della Capitale, portando alla luce metaforicamente la corruzione del potere e l’inevitabile diffidenza con cui è indispensabile osservare chiunque: la fiducia, purtroppo, è un lusso che pochi meritano. Sospesa tra il progressismo popolare di Mysaria e l’assolutismo ambizioso di Daemon, Rhaenyra cerca ancora la sua con la consapevolezza che gli imperi, a un certo punto, possano sempre cadere.


Il sentiero di Viserys è pieno di buche pericolose, e l’eredità non è mai parte di un percorso lineare. Nel corso di un dialogo con Alyn, un altro che sta accogliendo un’eredità complessa, parla esplicitamente di “padri che ispirano e irritano”.

Se si dovesse individuare una sintesi ideale di questo episodio, si potrebbe trovare in questa frase.

Daemon, nella quarta puntata di House of the Dragon 3, si mostra invece sotto una luce differente.

Sempre portato alla dissimulazione e all’inganno, ma stavolta la motivazione è meno egoistica del solito. Per la prima volta, infatti, lo vediamo cimentarsi con una certa concretezza al ruolo da padre. Rhaena, latitante, fa pesare la radicale solitudine a cui è costretta: si sente una vera Targaryen, ma l’incontro con Sheepstealer la sottopone a un destino tragico. Così come tragico è il suo rapporto con Daemon, padre assente e apparentemente indifferente che trova però nella protezione di sua figlia, audace e incauta, una nuova motivazione per offrirci una parte di lui a suo modo inedita.


I Targaryen, certo. E poi ci sono gli Hightower, gli altri grandi protagonisti di House of the Dragon.

Alicent in House of the Dragon
Credits: HBO

C’è chi pensa all’eredità di una casata e chi, più genuinamente, a una libertà impossibile dalle tossiche dinamiche del Gioco del Trono. Helaena, per esempio, si ritrova a nascondere la nuova gravidanza, da noi evocata alcune settimane fa, col materno senso di protezione di chi sogna di generare una nuova vita che non porti con sé un fardello insostenibile. È il fardello di chi può essere protagonista assoluto, suo malgrado, della Danza dei Draghi.

Altrettanto sogna Alicent per se stessa e per il suo ultimo figlio, Daeron. L’unico con cui abbia assolto al meglio un ruolo da madre nei limiti della sua scomoda posizione. Affidandolo a Ormund, gli ha permesso di essere uno scaltro Hightower e contenere in sé, allo stesso tempo, le potenzialità pressoché illimitate della sua natura Targaryen.

Invece di condannarlo a un’eredità che costringe all’infelicità e, troppo spesso, a una follia che di congenito non ha poi così tanto, Alicent può essere figlia della sua casata e allo stesso tempo una nuova interprete.


Non si può dire altrettanto dell’appena citato Ormund: non è lui il padre di Daeron, ma è come se lo fosse.

È intrigante vederlo gettare la maschera in questa puntata di House of the Dragon, introducendo esplicitamente nel racconto alcuni temi che avevamo trattato una settimana fa a proposito della figura dell’Alto Septon. Perché sarà pur vero che il potere religioso fondato sui Sette sia indipendente e svincolato da ogni casata, ma è altrettanto innegabile che gran parte della forza degli Hightower trovi nella tradizione e nella cultura uno dei presupposti chiave della loro enorme influenza.

Non sono loro a dettare le regole di maestri e septon, ma è chiaro che rappresentino per loro il tramite politico più solido e affidabile. È una natura esistenziale, spinta anche da connessioni secolari che rafforzano un rapporto pressoché inscindibile.

Così come testimoniava Otto con la sua figura, moralmente ambigua ma votata a un’espressione pragmatica e poco idealista del senso del dovere, Ormund interpreta il ruolo del padre putativo con il piglio di chi mette il futuro della casata e dei sette regni di fronte a ogni altro impulso.

Pronto a ricorrere alla brutalità di un gesto senza compromessi e ad articolate strategie dal sapore machiavellico, lasciando ogni vocazione effimera all’onore a cavalieri in cerca di riscatto, Ormund interpreta il ruolo del reggente di quello che spera possa essere il Principe, con la p maiuscola.

Il re, quindi. Targaryen di nascita, Hightower nello spirito. Il biondo argenteo, mascherato da una tinta.

Daeron Targaryen
Credits: HBO

Un possibile re futuro chiamato a una prova affine a quella superata da Rhaenyra due puntate fa, non senza drammatiche esitazioni.

Niente di nuovo, in fondo. Anche quando i personaggi si affacciano solo ora all’orizzonte di House of the Dragon. Ed è innegabile ritrovare così nella matrice Verde il destino di una casata destinata a sparire dopo aver ricoperto a lungo un protagonismo assoluto nelle dinamiche di palazzo.

L’unione coi Targaryen malcela un disprezzo radicato nei loro confronti da figure come quella di Ormund, da loro ritenuti fonte di miscredenza e stregonerie attraverso l’apocalittica incombenza dei draghi.

Sì, i draghi. Padri e madri, nella quarta puntata di House of the Dragon 3. E una Danza dei Draghi che riposiziona i tasselli per entrare in una nuova fase.

Mentre Aegon cerca di rinascere, offrendo una sfumatura più letterale al destino di Sunfyre (potenzialmente problematico per assecondare le trame di Fire and Blood), Rhaenyra dovrà preservare il suo neonato regno dalle numerose minacce esterne, ma anche da quelle intestine. Sono serpi in seno che nascondono personalismi velenosi dietro le rassicurazioni effimere dei giuramenti, portandoli a disvelare le ipocrisie attraverso macchinazioni nell’ombre. E poi c’è il popolo: si divide tra la speranza e la diffidenza nei confronti di una regnante a cui non mancano gli scheletri nell’armadio.

I topi saranno sempre più rumorosi, nelle prossime puntate di House of the Dragon. Fuoco e sangue ovunque: l’unico stabile regnante sarà ancora il caos. Dai padri e le madri ai figli, certe storie si ripeteranno sempre ciclicamente. E la storia non potrà agire in alcun modo, se non verrà sostenuta dalla memoria.

Altro che una puntata di transizione.

Antonio Casu