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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla quinta puntata della terza stagione di House of the Dragon.
“Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati“. Il motto della Casa Martell riflette perfettamente la storia di chi è riuscito, con l’astuzia e la determinazione, a superare ogni forza millenaria che abbia cercato di assoggettarla e privarla della storica indipendenza. Dorne è così l’eccezione alla regola. La regola di Aegon il Conquistatore, soprattutto. Incapace di dominare con la forza bruta una terra che vive e vivrà sempre di regole autonome.
Ormund Hightower conosce bene la storia di Meria Martell, la Principessa di Dorne che riuscì a resistere allo strapotere dei draghi e preservare la propria autonomia. Lei, indomita, riuscì là dove tutti gli altri fallirono. E non è un caso che Ormund tramandi questa storia a Daeron, un Targaryen “periferico” e plasmato sotto la luce degli Hightower. Issato sull’altare della discendenza al Trono da un padre putativo che trova attraverso lui la strada per la resistenza. Per una Danza dei Draghi differente, al punto da prescindere dai draghi stessi. Dalla forza apparentemente inscalfibile che vacilla nell’ombra, nelle segrete stanze del potere che si illuminano con fiammate improvvise. Dirompenti. Fino a destabilizzare fatalmente una Regina che rischia di non credere più di avere il destino e gli dei dalla sua parte. Vacilla, rischiando di sconfinare nella follia.
Questa, in fondo, è la sintesi ideale della quinta puntata della terza stagione di House of the Dragon, un’altra puntata che interlocutoria lo è solo in apparenza.
Perché le forze sotterranee del potere sussurrano subdolamente nell’apparente silenzio di un potere indiscutibile, senza aver bisogno della platealità del fuoco e del sangue per disseminare il caos.
Discutibile però lo è, eccome. Perché il potere non è solo forza: è, prima di tutto, la preservazione di un equilibrio o la destabilizzazione di un’apparente egemonia. Ed è, ancora di più, l’assecondamento di un sistema da cavalcare come se fosse il più disciplinato dei draghi.
Ormund l’ha capito bene: è una delle massime espressioni di quel sistema, come sosteniamo da settimane. Rhaenyra, invece, continua a essere schiacciata da forze silenziose e intangibili che sguizzano tra i cunicoli del Palazzo come topi implacabili.
Quel sistema, per lei, è un drago selvaggio del quale non conosce la lingua. Per questo la soffoca momento dopo momento. Minando ogni sua certezza. Con una sola conseguenza possibile: abbracciare la paranoia.
Gli spettri del potere divorano Rhaenyra, un morso dopo l’altro

House of the Dragon sottolinea bene la deriva intrapresa da Rhaenyra fin dal primo momento in cui si è seduta sul Trono di Spade. Cerca la strada della mediazione, ma alle proprie condizioni. Gioca a un gioco di cui cerca di ignorare le regole, convinta del fatto che il potere sia un’esclusiva della discendenza. Un diritto acquisito che non necessita di essere preservato fino in fondo con un esercizio trasversale del potere. Quando cerca di farlo, lo fa nel modo sbagliato. E nel Concilio, il suo stesso Concilio, l’autorità si sgretola alla prima folata di vento.
Segue la strada della volubile Mysaria, una straniera per la Fortezza: concentra attenzioni effimere verso Fondo delle Pulci, un “regno a se stante” che conosce le indispensabili regole dell’interesse per sopravvivere.
La fedeltà incondizionata è un lusso che non può concedersi. Anche perché si ritrova di fronte a draghi dalle diverse responsabilità nella crisi, senza che nessuno sia davvero innocente fino in fondo.
Daemon, dal canto suo, la ammonisce costantemente. Pur perseguendo irrazionalmente il sentiero pindarico dell’assolutismo globale, conosce le regole del gioco.
Sa che la fedeltà presenta un prezzo da pagare. Vale per gli altolocati sminuiti e umiliati da Rhaenyra. Ma anche per le cappe dorate, i mercenari che salvaguardano certi equilibri solo finché conviene farlo.
Rhaenyra, invece, segue un’altra via. Trincerata in un idealismo che vacilla tragicamente, chiude le porte agli interessi personali e a una certa nobiltà. Ignora i Frey con la mera attenuante che per il momento non ci siano delle Nozze alle porte. Ascolta il popolo, senza capirlo. Il suo potere è ben rappresentato dai gatti che sguinzaglia nella Fortezza: è la soluzione più timida a un problema enorme, risultando quindi inconsistente.
Fronteggia così una forza invisibile che le regole del gioco le conosce bene, perché le ha in qualche modo plasmate.
Gli Hightower riconoscono l’autonomia dei Maestri e del Credo, rappresentando per gli interpreti meno appariscenti della Danza dei Draghi una sintesi riconoscibile. Affidabile. La stessa che ha permesso a Viserys di preservare la pace attraverso il supporto imprescindibile di Otto, l’alleato più prezioso che un re potesse avere al proprio fianco. È una soluzione di continuità che rappresenta la principale arma tra le mani di Ormund.
Il suo attacco, culminato nella brutale scena finale della quinta puntata di House of the Dragon 3, mira a privare Rhaenyra di ogni forma di fiducia, portandola a gesti sconsiderati che riplasmino la sua immagine. Fiducia riposta in lei dagli altri, ma anche quella che lei ripone in un destino sempre più imponderabile. Ricerca l’approvazione degli dei, ma quanto ci crede davvero? La risposta non è semplice.
Regina per un giorno della Danza dei Draghi, è miope di fronte alla Danza di tutti gli altri.
Già, la Danza degli altri.

La Danza dei Draghi non sta consumando soltanto un regno: sta consumando le persone che lo popolano. Ognuno combatte una guerra diversa, spesso invisibile, che finisce inevitabilmente per alimentare quella collettiva.
Mentre Rhaenyra subisce attacchi su ogni fronte, c’è una vita che va avanti per ognuno degli interpreti. E questo è il principale merito della puntata di House of the Dragon: al pari di quanto fatto da Game of Thrones nei momenti che troppi traducono impropriamente con la parola “filler”, ogni “tempo morto” vive della luce dello sviluppo dei personaggi. Personaggi resi più tridimensionali da un dialogo che prende il proprio tempo per respirare, una dinamica più o meno esplicita e, soprattutto, la capacità di affermare le individualità al di là delle dinamiche di una guerra globale che parte da presupposti intimi, familiari. Più immediati di quanto possa mai suggerire un manuale di storia o i cantori di gesta distanti secoli.
Aemond, per esempio, affonda ancora una volta nelle fragilità irrisolte di un’infanzia negatale dal lignaggio. E suona persino ironica l’idea che riconosca nel fratello Aegon tutto ciò che ha subito mentre il consanguineo, a sua volta disperso in un passaggio di vita che lo priva di ogni riferimento, faccia altrettanto a parti invertite: riconoscono l’uno e nell’altro la causa dello stesso trauma, mostrando come la Danza dei Draghi di House of the Dragon sia, prima di tutto, un dramma familiare che sembra far parte di altre espressioni letterarie.
L’affermazione dell’individualità, dissolta tra le pieghe di una guerra divenuta ormai inevitabile per tutti, è l’unica risposta razionale tra dinamiche esistenziali corrotte dal dovere e dal potere.
L’individualità che afferma da tempo Alicent, ancora una volta aggrappata alla fede per interpretare il ruolo della madre e ritrovare così la propria anima oltre la coltre degli Hightower: il dovere resiste, ma le priorità sono ormai personali. Come fa Heleana, pronta a tutto pur di salvare la propria vita e quella del più scomodo dei nascituri, ricordando alla madre di portare nel grembo il proprio figlio, prima che un erede al trono.
Ogni passaggio culmina nelle parole finali di Criston Cole, un altro che riafferma un giuramento fatto a se stesso, andando oltre l’obbedienza e le finalità di chi l’ha utilizzato a tempo debito. Non fa altro che ricordare alla propria anima quanto la sopravvivenza sia importante. Un dovere, nei confronti di se stesso. Tradotto, paradossalmente, nel sacrificio estremo. Una battaglia personale e una corsa sfrenata verso una morte che lo consegni alla gloria dell’eternità. Il tempo dell’amore è finito da anni, e non resta che l’illusione dell’onore.
House of the Dragon rammenta che la guerra non sia solo materiale per contenuti enciclopedici: è, alla radice, una raccolta di diari privati che si esprimono sottovoce, lontani da occhi indiscreti.
Tra la forza bruta e l’astuzia, tra le casate e gli individui, questa puntata ha il merito di esprimere le complessità dei troppi conflitti che infestano Westeros. E che manderanno in cenere i Targaryen: il fuoco dei draghi, d’altronde, è un potere effimero, se non supportato da una cura attenta di ogni altro aspetto.
Poi c’è tutto il resto, e non sono mai dettagli. Quando Rhaenyra lo comprenderà, sarà ormai troppo tardi. E Vhagar, a quel punto, potrebbe non essere il suo problema principale.
Antonio Casu







