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Dietro l’arroganza di Daemon Targaryen si nasconde un uomo che ha sempre cercato il suo posto

Daemon in una scena di House of the Dragon

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su House of the Dragon e, in particolare, su Daemon Targaryen.

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Principe, fratello, zio, marito, padre, guerriero. O forse semplicemente un uomo che prova a essere tutto questo insieme rimanendo sempre a metà. Una metà che divide anche il pubblico fin dalla prima apparizione di Daemon Targaryen (Matt Smith) nella prima stagione di House of the Dragon. Sin da subito ha provocato sentimenti contrastanti, talvolta antitetici, persino nella stessa scena.

Daemon è il principe indesiderato che sfida il potere con un sorriso beffardo, il combattente che uccide senza esitazione, l’uomo che sembra non avere paura di nulla e rispetto per quasi nessuno.

Eppure, a guardare bene, sotto quello strato di arroganza e spavalderia si muove qualcosa di molto più fragile. Un Targaryen che, fin dal primo respiro, ha dovuto fare i conti con l’essere sempre il secondo. Una condizione che non ha mai accettato davvero.

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Daemon porta il peso, altamente drammatico proprio perché realistico, di essere “il fratello di”. Quel Viserys il Buono, il Pacifico, il Sognatore, che persino nei nomi sembra superare in virtù e morale il fratello minore. In una delle scene più intime e rivelatrici della prima stagione di House of the Dragon, però, abbiamo assaporato un assaggio della vera natura di Daemon.

Daemon con il fratello Viserys in una scena di House of the Dragon
Credits: HBO

Di fronte a un Viserys anziano e malato, il principe raccoglie la corona caduta e gliela ripone delicatamente sul capo, aiutandolo a salire i gradini del trono. In quel gesto silenzioso, privo di dialoghi ma carico di pathos, crolla l’impalcatura che ha costruito agli occhi degli altri. Rimane solo un fratello minore che ha sempre desiderato proteggere la propria casa, anche quando la sua stessa presenza veniva percepita come una minaccia. Se da un lato infatti abbiamo Viserys, che ha fatto della pazienza e della razionalità i mezzi con cui governare un regno, dall’altro abbiamo Daemon, un individuo impulsivo e ribelle, irrequieto come i suoi draghi.

Guardando House of the Dragon mi sono ritrovata a pensare che Daemon fosse più affine alle creature alate, che capisce e cavalca con una disinvoltura innata, rispetto al mondo cinico e machiavellico degli umani.

Ed è in questa frattura che si annida la vera essenza del personaggio. Un uomo d’azione, indomabile e imprevedibile, ma anche intelligente e intuitivo. Daemon sa di essere solo e vive i suoi giorni alla ricerca di un perenne senso di appartenenza e di scopo che il mondo intorno a lui si ostina a non riconoscergli.

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Prova a essere il braccio armato del regno. Il sovrano delle Stepstones. Prova a essere marito, prima con Rhea Royce – un matrimonio vissuto come un esilio umiliante – poi con Laena Velaryon, con cui sembra per un momento trovare un equilibrio possibile. Ogni volta, però, qualcosa lo spinge oltre, come se quel posto non fosse ancora quello giusto. E allora lo vediamo richiamare Caraxes e volare via alto in cielo con chissà quali intenti e obiettivi. Magari è quello il luogo in cui vuole stare veramente. In sella al suo drago, affamato di libertà e ostinato a portare avanti le sue idee tra le nuvole.

Tuttavia c’è un momento in House of the Dragon che ha saputo illuminare questo personaggio con particolare chiarezza, così da farcelo comprendere un po’ di più. Il suo soggiorno ad Harrenhal non è altro che una seduta di psicoterapia inusuale, in cui la solitudine e le visioni costringono Daemon a confrontarsi con i fantasmi della propria storia. Qui vede il fratello che non ha mai davvero conosciuto, il padre che non lo ha mai scelto, le perdite, persino il futuro della sua casata. È un passaggio che rifiuta la scorciatoia della redenzione facile. Daemon non esce da quell’esperienza come un eroe ma come un uomo costretto, forse per la prima volta, a guardarsi in faccia e a comprendere quanto le sue scelte siano frutto di mancanze mai colmate.

È qui che il personaggio smette di essere semplicemente “il fratello difficile” o “il guerriero spietato”. Ad Harrenhal lo vediamo finalmente attraverso una lente trasparente.

Il principe Targaryen ha passato la vita a essere definito da ciò che non era – non l’erede, non il preferito, non l’uomo di cui la famiglia si fidava – e ha risposto a quella definizione negativa con un eccesso di affermazione. Più violenza, più sfida, più anarchia. L’arroganza, se la leggiamo in questo senso, diviene quindi una strategia di sopravvivenza emotiva.

Certo, Daemon è colui che guarda la testa di un nemico ucciso con un misto di divertimento e disprezzo. Eppure un secondo dopo fa sorridere con una carezza affettuosa a Caraxes. È colui che ride spietatamente di fronte al volto di Otto Hightower imprigionato nelle segrete di Approdo del Re. Eppure subito dopo vola in giro per mezza Westeros nel disperato tentativo di coprire le azioni della figlia con Ladro di Pecore. E il suo rapporto con Rhaneyra? Dove lo collochiamo? È sincero o è solamente un puro calcolo politico? Anche qui la risposta potrebbe sorprendervi.

La nipote infatti è l’unica della famiglia a non considerare lo zio come un individuo pericoloso da mettere ai margini e da controllare.

Daemon e Rhaenyra in una scena di House of the Dragon
Credits: HBO

Anzi, sin dalla giovinezza Rhaenyra riesce a vedere Daemon per intero. Non lo teme come lo teme la corte, non lo giudica, non lo strumentalizza.

Per la futura regina lo zio è una guida e un confidente. Un uomo fatto e finito, che non disdegna i bordelli e i quartieri malfamati, dove un principe non dovrebbe stare e dove invece Daemon si trova perfettamente a proprio agio. Per un’adolescente rappresenta trasgressione e scoperta, a prescindere dalla propria appartenenza regale. Per Daemon invece Rhaenrya non è altro che legittimazione. Il sentire che qualcuno lo riconosce in un ruolo rilevante e ben definito.

Infine il rapporto con Caraxes. Potrà sembrare una cosa di poco conto analizzare la relazione tra un umano e un drago, ma in House of the Dragon i rettili alati sono personaggi a tutti gli effetti. Il legame tra i due offre infatti un ulteriore specchio della psiche di Daemon. Caraxes non è un drago maestoso e impeccabile come Vhagar, né elegante e aggraziato come Sunfyre prima dell’incidente. È un drago deforme, dal collo sproporzionatamente lungo, il cui ruggito è un fischio stridulo e inquietante. In poche parole, è una creatura imperfetta. Il fatto che Daemon abbia instaurato una connessione così profonda proprio con Caraxes non è un caso. In quel drago unico e temuto, Daemon ritrova sé stesso. Un essere dotato di un’intelligenza sottile ma tagliato fuori dalla bellezza e importanza di altri suoi simili.  

Alla fine, è proprio in questa complessa specularità con Caraxes che il cerchio si chiude. Daemon Targaryen rimane un enigma meraviglioso e doloroso.

Se si ha la sensibilità di guardare oltre le sue provocazioni e le sue terribili azioni, la sua storia diventa il ritratto intimo di chi cerca una posizione, un significato e qualcuno che lo veda per ciò che è davvero.

Al di là di ogni possibile pensiero a riguardo, è inevitabile osservarlo con un certo interesse.