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Finalmente siete tornati a fidarvi di House of the Dragon?

Aegon in una scena di House of the Dragon

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su House of the Dragon.

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Se mi venisse chiesto quale sarebbe lโ€™immagine che piรน di ogni altra riassume simbolicamente lโ€™essenza di House of the Dragon, non avrei alcun dubbio sulla risposta. Il rosso delle impronte lasciate da Rhaenyra mentre si avvia, con passo incerto, verso quello che รจ il centro e lโ€™ambizione del mondo di Westeros. Un trono che fa male, che ferisce, che sembra scottare quando la regina ci si siede sopra. Appena appoggiata sul bordo, con le spalle piegate in avanti, ricurve, quasi a proteggersi da un oggetto tanto desiderato quanto temuto. E poi lo sguardo di Emma Dโ€™Arcy, diviso tra la consapevolezza di aver vinto e il peso di ciรฒ che quella vittoria รจ costata. Questa sequenza non รจ un dettaglio inserito al solo scopo di impressionare.

รˆ il punto di arrivo di un cammino compiuto dalla protagonista nel corso delle due stagioni precedenti.

Da spettatori abbiamo condiviso lo stesso percorso di Rhaenyra, fatto di entusiasmi altalenanti, promesse rimandate e alcune fasi di stallo e di frustrazione. Del resto il potere lo si perde con uno schiocco di dita ma per conquistarlo e mantenerlo, bรจ, quella รจ tutta unโ€™altra storia. E probabilmente รจ stata lโ€™eccessiva ripetizione di questo concetto ad aver fatto storcere il naso a una parte del pubblico.

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Avrebbe voluto vedere i veri protagonisti, i draghi, in tutta la loro imprevedibile bellezza. Battaglie dietro a ogni angolo, con Daemon in prima linea, trascinatore anarchico e irrequieto di eserciti e alleanze. Piรน azione, piรน pathos, piรน colpi di scena. Ma davvero la buona riuscita di uno show fantasy risiede solamente nella quantitร  di violenza e di guerre compiute dai suoi personaggi? Per risolvere questa domanda, alla quale avevamo giร  dato una prima risposta alcune settimane fa, dobbiamo fare due passi indietro e ripescare dalla memoria la prima stagione di House of the Dragon. Durante i suoi 10 episodi di carne al fuoco ne era stata messa parecchia, complice la presenza di personaggi profondi, scritti e recitati divinamente, primo fra tutti quello di Viserys Targaryen.

Rhaenyra in una scena di House of the Dragon
Credits: HBO

Dโ€™altronde per i primi capitoli di una serie tv รจ quasi sempre piรน facile.

In essi vengono introdotti i protagonisti con le loro storyline personali che si intrecciano alla narrazione collettiva. Puntata dopo puntata impariamo a conoscerli, a scegliere il nostro preferito e, con il tempo, ad affezionarci e a sperare nella buona sorte. Le prime stagioni hanno il potere di proiettarci nel nuovo e nello sconosciuto. Due nozioni che per loro natura fungono da calamite per il genere umano. Inoltre lโ€™aspettativa verso un altro prodotto nato dallโ€™immaginazione di George R.R. Martin รจ stata ovviamente altissima. Westeros ci era mancata troppo, tutto qui.

Il secondo capitolo di House of the Dragon, invece, ha preferito cambiare tono e ritmo, con una Rhaenyra spesso relegata sullo sfondo delle proprie (in)decisioni. E un conflitto tra Verdi e Neri che sembrava procedere per accumulo di dialoghi e di intrighi politici. Non che la stagione fosse priva di meriti, tutt’altro. Basti ricordare la mano di Daemon che si appoggia allโ€™Albero-Diga di Harrenhal e alla successione di immagini in cui viene mostrato il destino dei Sette Regni.

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Tuttavia, il ritmo compassato e l’ennesimo rinvio dello scontro decisivo hanno contribuito a erodere la pazienza di quella parte del pubblico.

Quando le critiche si sono fatte sentire, perรฒ, la risposta dello showrunner Ryan Condal non รจ stata quella di un dietrofront in fase di scrittura, semmai una spiegazione chiara e pulita. La serie era stata pensata fin dal principio come un unico grande racconto suddiviso su quattro stagioni, e giudicare un singolo capitolo isolandolo dal resto rischiava di essere fuorviante: la terza stagione ha chiarito meglio il concetto.

La Battaglia del Gullet del primo episodio mette in chiaro sin da subito che da qui in avanti la guerra non รจ piรน un’ombra all’orizzonte, un rumore di fondo da rimandare continuamente. รˆ il presente, immediato e concreto. Ed รจ proprio in questo spostamento di baricentro che la serie ha ritrovato il consenso. Navi in fiamme, draghi che si contendono il cielo, una messa in scena che ricorda perchรฉ HBO continua a investire cifre da capogiro su questo franchise. รˆ una scelta di regia prima ancora che narrativa. Dopo una stagione accusata di procrastinare lo scontro, House of the Dragon si รจ presentata con l’atto che tutti aspettavano, senza nemmeno la cortesia di un episodio di rodaggio. Tuttavia nel corso delle otto puntata lโ€™azione bellica รจ stata scrupolosamente alternata alla psicologia del potere, risvegliando lโ€™attenzione della critica internazionale.

Persino i draghi sono tornati a farsi sentire, sia fisicamente che emotivamente: dalla pericolositร  di Sheepstealer allโ€™intelligenza di Caraxes, fino al potentissimo Dracarys di Sunfyre.

Cโ€™รจ poi un personaggio che in questa terza stagione si รจ ripreso lo spazio che merita. Quel Daemon Targaryen relegato per buona parte della seconda stagione tra le visioni e i fantasmi di Harrenhal. Un Daemon spento, ben lontano dallโ€™essere il personaggio piรน magnetico di Westeros.

Ma quello che colpisce di piรน non รจ la ritrovata imprevedibilitร , quanto la fragilitร  che lโ€™accompagna. Mente alla moglie e nipote per proteggere la figlia. Esita davanti ad alcuni bambini schierati davanti alle porte di Tumbleton. Si guarda intorno smarrito quando comprende la devastazione e il dolore causati dalla sconfitta. Lui che non ha mai perso occasione di sottolineare la superioritร  di casa Targaryen, lโ€™unica a poter essere elevata al rango di divinitร  a causa del legame con i draghi.

Una scena della terza stagione di House of the Dragon
Credits: HBO

Insomma, la terza stagione di House of the Dragon ha dimostrato quello che, in fondo, sapevamo giร . E qui i dati aiutano a inquadrare meglio il cambio di passo sulla percezione del pubblico piรน diffidente.

Su Rotten Tomatoes il terzo capitolo ha debuttato con un punteggio critico che ha superato sia la prima sia la seconda stagione anche se va detto, per completezza e onestร  intellettuale, che il coro non รจ stato del tutto unanime. Qualche voce ha continuato a lamentare una scrittura che talvolta indugia piรน del necessario sulle sottotrame secondarie.

Dunque il dibattito ci conduce alla domanda finale, che poi coincide con il titolo di questo articolo: finalmente siete tornati a fidarvi di House of the Dragon? Se consideriamo il puro action televisivo di altissimo livello tecnico e la ritrovata introspezione dei personaggi, la risposta non puรฒ che essere sรฌ. Non perchรฉ la serie sia diventata improvvisamente perfetta, e nemmeno perchรฉ ogni critico e ogni spettatore la pensi allo stesso modo. La differenza, a mio avviso, sta nel peso che diamo ogni volta che uno dei draghi si alza in volo.

Ora infatti sappiamo che sopra a quella creatura alata cโ€™รจ una persona, un nome, una storia che si รจ costruita nel corso di tre stagioni. E che quella persona potrebbe non esserci piรน da un secondo allโ€™altro.

รˆ la lezione che ci ha tramandato Game of Thrones quasi fino alla fine e che House of the Dragon, dopo qualche incertezza, sembra aver fatto propria: lo spettacolo funziona solo se prima ci ha fatto affezionare a chi lo vive.