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Hallelujah

the o.c.
La tragedia di The O.C.

Sono passati veramente tanti anni da una delle scene più intense e distruttive di The O.C. Eppure è rimasta lì dov’era e riusciamo a ricordarla anche solo nei dettagli di una canzone. Quello che forse non poteva essere sottofondo migliore per la fine di una storia così importante.

Sulle note di Hallelujah si consuma la terza stagione e finisce anche la prima parte della Serie che tanto ci ha fatto divertire e tanto ci ha fatto piangere. Questa scena non è stata da meno.

Quando la canzone fa il suo ingresso intrufolandosi nella tragedia, è tutto già successo. Nessuno può più essere salvato, ormai le cose non possono cambiare.
È tutto, già successo.

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Come la camminata cadenzata e ormai impotente di Ryan che non fa altro che accompagnare Marissa fuori da tutto, regalandole per un’unica, ultima volta, un piccolo spazio dedicato solo a loro. Così da poter uscire anche dalla scena ripresa. Lontano persino dal consueto mondo di The O.C. Nella solitudine si sono trovati, hanno lottato l’uno contro l’altro fino ad arrivare a combattere il mondo insieme.
Ed in quel momento in cui sembra tutto finito. Che senso ha adesso tutto quello che è accaduto, il bello il brutto, nulla ha più senso. Torna tutto solo nei ricordi, di qualcosa di già vissuto, che avrebbero voluto vivere ancora. Ma non c’è mai abbastanza tempo, anche loro se ne sono accorti troppo tardi.

Andrà tutto bene.

Sempre più sospirato. Si allontana e si fa invisibile. Era fin troppo evidente che non sarebbe servito a molto. Perché non ci si crede, è difficile accettarlo, renderlo reale. La fine si riconosce, forse dai primi istanti in cui si manifesta. Ma Ryan si era aggrappato ai ricordi, al passato vissuto insieme per allontanare la realtà di quel momento. Non bastava neanche quello, le cose sarebbero finite in un solo modo e così è stato. Nessuna svolta improvvisa, nessun tipo di salvezza. Tutto finisce, anche un sogno che non si è mai realizzato. Anche la storia di Marissa, che per quante volte sia cambiata, è rimasta sempre ancorata alle macerie di una vita rotta e mai completamente risanata.

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Prima o poi sarebbe finita, e con la morte di Marissa, indubbiamente, abbiamo visto finire le origini di The O.C. Il cambiamento, che questo finale di stagione ha portato, ha reso la serie diversa e molto più stabile, ma comunque vuota di un qualcosa di fondamentale. Siamo stati testimoni delle sue cadute, ogni volta sempre più vicine a quella fatale.

Speravamo di riuscire ad evitarlo, ed invece Imogen Heap che canta Hallelujah l’abbiamo sentita anche noi. Nella staticità della scena abbiamo visto e sentito tutto, dalla caduta alla morte. Dallo sguardo di Ryan perso nel vuoto, alle fiamme dell’auto che non contavano più nulla. In quegli attimi di calma apparente abbiamo capito quanto sarebbe stato difficile dimenticare una vita così strana, pericolosa e importante.

Quando si perde qualcuno si tende a tornare indietro, alle origini, quando il mondo era al suo posto, quando quella canzone non era ancora legata a nulla. Marissa è stato il simbolo della rinascita di Ryan e adesso sarà per sempre una della sue perdite più brutte e intense. C’erano solo loro e come nel passato, sono ancora loro due a combattere contro tutti. Stavolta non si vedono vincitori, se esistono sono lontani, sono invisibili paragonati all’addio dei due protagonisti.

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The O.C. è tornato a splendere, anche dopo tutto questo. Naturalmente la luce di cui brillava dalla quarta stagione in poi era quasi completamente diversa. Il dopo Marissa, definito così ha più senso.

È stata la tenue rivoluzione avvenuta dopo la sconfitta più grande.
La stabilità che migliora l’equilibrio, ma che non può far dimenticare quanto era bello vacillare. Quanto era bella la solitudine vissuta insieme e quanto era bello uccidersi di tristezza per poi rinascere col sorriso.

Leggi anche: The O.C. Lettera di Ryan Atwood a Marissa Cooper

Written by Alana Santostefano

Si fa fatica a vivere la realtà quando si è capaci di sognare, si è così tanto legati all'astratto che si pensa di dover costruire cose assurde nel presente dell'esistenza unicamente per convincersi di essere vivi.
Sono una sognatrice, una di quelle che si guarda attorno e immagina un'altra vita, una di quelle che non vede l'ora di andare in un posto chiamato 'se stessi' per poter guardare lontano e immaginarsi coperti di nuvole a volare sul tempo.

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