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4 grandi Serie Tv italiane passate completamente inosservate

Serie Tv italiane

Le serie tv italiane sono spesso ingiustamente trascurate. Soprattutto negli ultimi tempi, invece, si è registrato un aumento della qualità che fa ben sperare per il futuro. Proviamo allora a restituire risalto ai prodotti nostrani con questa rassegna di quattro serie tutt’altro che banali e ingiustamente passate in sordina. Tra drama, docu-serie, dramedy, e medical atipici c’è l’imbarazzo della scelta!

1) Faccia d’angelo

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Elio Germano si cala nella parte del boss della mala del Brenta, Felice Maniero. Lo fa restituendo un personaggio di sicura presa. La figura del boss è romanzata, non potrebbe essere diversamente. Sulla scia del successo di Romanzo Criminale, Faccia D’Angelo mette in scena la psicologia dietro il crimine. Intelligenza fuori dal normale, grande furbizia e fascino del tutto particolare, il Toso, come veniva chiamato, è scrutato con occhi curiosi, scavando a fondo nella sua vita privata, nei sentimenti e nella contorta psiche che lo caratterizza.

La trama, poco lineare, si sposa con una narrazione sporca, aggrovigliata, fatta più di rapidi flash ed episodi isolati che di vera e propria continuità documentaristica. Il risultato sono pennellate violente, improvvise, apparentemente disarticolate ma funzionali a restituire un ritratto intrigante, per quanto fantasioso, del celebre boss. Una delle serie tv italiane, come Romanzo Criminale, dallo sguardo umano più che storico e per questo, forse, di maggior interesse.

2) Quo vadis, baby?

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Un’investigatrice quarantenne apparentemente dura e introversa, un caso irrisolto, quello della sorella, che riaffiora dal passato e tanti personaggi a far da corollario. Dal romanzo noir di Grazia Verasani una serie televisiva distribuita da Sky e desolatamente passata sotto traccia. Come nel film omonimo dello stesso Salvatores anche nell’adattamento televisivo curatissima risulta la fotografia, “sporca”, altamente espressiva, che restituisce atmosfera in una crepuscolare e labirintica Bologna. I colori si fondono e si annullano nella notte carica di accadimenti.

Angela Barardi nel ruolo di Giorgia restituisce un’interpretazione di grande fascino, calandosi perfettamente nei due volti del suo personaggio. Quello esterno più ruvido e apparentemente inossidabile e quello più segreto, delicato e incerto. Un personaggio anticonvenzionale che la mimica facciale della Barardi e l’espressività naturale del suo volto esaltano alla perfezione. Il fascino del giallo vale da sé la visione e si affianca a un montaggio registico che si fa espressione dell’interiorità psicologica di Giorgia. Il presente e il passato si accavallano e si fondono così come le figure della detective e i ricordi della sorella in un viaggio introspettivo di grande coinvolgimento.

3) La linea verticale

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Ironica, paradossale, a tratti volutamente disturbante, La Linea Verticale nell’essenzialità della sua trama ci restituisce un microcosmo tratteggiato con grande gusto. Nonostante l’iperbole tesa al fine comico sia spesso un elemento ricorrente, nulla è tolto al realismo vivido, concreto e a tratti brutale di una tra le serie tv italiane più ingiustamente trascurate. D’altronde il regista e creatore (nonché autore del libro da cui è tratta) è Mattia Torre, uno degli sceneggiatori di quel piccolo capolavoro italiano che è Boris.

Si tratta di un medical drama atipico che parla del sistema medico solo secondariamente. Ampio spazio è dato alla malattia, anzi al modo di rapportarsi alla malattia molto diverso, naturalmente, da medico a paziente. Da un lato il dramma di un mondo che ti crolla addosso, dall’altro la nonchalance di chi affronta giornalmente il problema.

Perfetta l’interpretazione di Valerio Mastandrea. Non si cade mai nella retorica stucchevole e trita, ma il taglio ironico dona originalità e gusto nuovo alla serie. Qualche passaggio melodrammatico strizza ancora l’occhio alla tv generalista ma il compromesso è accettabile. Se ne ricava un’opera che risulta godibile dal pubblico italiano e anche al serializzato più consumato. Non male.

4) La porta rossa

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A sfidare Quo vadis, baby? su un terreno molto simile (poliziesco) è La porta rossa. I pregi di questa troppo spesso trascurata serie televisiva sono tutti, infatti, nelle atmosfere “notturne”, nei giochi cromatici e in una fotografia di assoluto livello. Ma non va dimenticata neppure la trama, avvincente quanto basta, e con colpi di scena ben congeniati. Non bisogna fermarsi al plot che può apparire piuttosto banale se non del tutto insignificante. Il fantasma del marito che grazie a una medium aiuterà la moglie a scovare gli assassini.

C’è vivacità espressiva, una buona dose di citazionismo e una Trieste chiaroscurale. Ma anche una storia che colpisce costantemente per lo sviluppo inaspettato e la capacità di ingannare e sviare il pubblico prima di restituire un risvolto sorprendente. Una tra le serie tv italiane che dopo un iniziale boom di share è finita ingiustamente nel dimenticatoio. La seconda stagione tiene a fatica il livello della prima ma merita comunque la visione.

Scritto da Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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