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5 scene delle Serie Tv che continuano ancora a metterci a disagio

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Oggigiorno è alquanto improbabile che un network sfoderi l’arma della censura per gambizzare una serie tv. A meno che quel canale non si chiami Rai. In linea di massima, però, l’esplicitazione su piccolo schermo di ciò che un tempo era catalogato come illecito e immorale non è ormai la norma.  Insomma, ce ne vuole alle serie tv per scioccare il proprio spettatore. Violenza, sessualità, dipendenze sono divenute più un dogma che un tabù televisivo. E di conseguenza, non sono più d’effetto. Finché gli autori non hanno compreso che non conta tanto il cosa viene mostrato, ma il come. Nonché quali corde della sensibilità umana, quella grezza e impulsiva, pizzicare. L’allusione e l’intenzione che muovono una scena, trascinandola al varco per poi schiacciarla al di là del digeribile, possono essere molto più potenti di qualche banale collo sgozzato. Il perturbante è il nuovo proibito.

E negli ultimi anni, di serie tv disturbanti ne abbiamo trangugiate parecchie. Noi ne abbiamo scelte cinque, con la certezza che il ricordo farà vibrare un brivido lungo la vostra schiena.

Black Mirror – Il ricatto del Primo Ministro

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Black Mirror è la serie tv disturbante per eccellenza. Ma il disagio che crea non ha nulla a che vedere coi soliti dettami della trasgressione, che di trasgressivo ormai hanno ben poco. La serie tv originale Netflix si ispira direttamente alla realtà, estremizzandone le contraddizioni e profetizzando le eventuali derive distopiche. E la sua pregnante credibilità scatena nello spettatore il terrore per la possibilità di un futuro dominato da simulacri di vita, sostituitisi alla libertà di scegliere e fallire.

Perciò si potrebbero chiamare in causa moltissimi temi ed episodi di Black Mirror, ma nessuno sarebbe più scomodo di Inno Nazionale.

Perché la puntata che ha lanciato il diamante di Netflix non si rivolge al futuro, ma è fissata nel presente. Un oggi in cui chiunque può essere messo sotto scacco, persino un primo ministro che è costretto dall’opinione pubblica a sottomettersi a un ricatto: avere un rapporto sessuale con un maiale. L’atto non è consumato, non per eroismo: il destino della Principessa, tenuta ostaggio dal ricattatore, è una casualità minore. Il Primo Ministro cede e dissipa la propria dignità al solo scopo di mantenere alto il consenso popolare.

Quindi, quel che sconvolge, a prescindere dall’ovvio disgusto che la scena provoca, è il fine che ha spinto il politico a prestarsi a una tale umiliazione.

Che viene trasmessa in diretta nazionale davanti ai volti rivoltati e divertiti di coloro che l’hanno agognata. Ma alla fine, il ricatto non si rivela che un bluff. Una dimostrazione di cosa si è disposti a fare per essere accettati e acclamati.

American Horror Story – Il passato di Ipodermica Sally

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Come Murphy e Falchuk riescano a superare la loro stessa penna, portando la mole disturbo di questa serie a un livello sempre più alto a ogni stagione, va oltre ogni logica deduzione. Eppure il duo ha da anni successo nell’infondere la fatidica domanda che inevitabilmente fa capolino nella mente di chi guarda American Horror Story: “Che c***o sto guardando?”. Non è forse questo il campanello che con certezza ci avverte che stiamo assistendo a qualcosa di non solo fuori da ogni senso logico, ma che ci turba profondamente? E nonostante tale quesito riecheggi spesso e volentieri durante la visione della serie tv in causa, c’è una scena che per degrado e compassione non è comune alle altre.

Il flashback di Sally Ipodermica in Hotel, in cui vengono rivelati come e perché sia legata al Cortez, è impregnato più che di sangue, di disperazione.

Sally è un’eroinomane che si apparta in una stanza dell’albergo insieme a due musicisti. La chimica, affettiva e tossicologica, è pregnante al punto che cucire le carni di tutti e tre i presenti pare una buona (e romantica) idea per rendere il legame indissolubile. Ad opera quasi compiuta, i due amanti sono colti da una overdose letale e Sally è prigioniera dei loro corpi, ormai cadaveri. Come se la situazione non fosse già al limite del sopportabile, il Demone delle dipendenze fa la sua apparizione per torturare la sfortunata sopravvissuta. Che si libera dalla prigione da lei stessa cucita strappando le suture dalla propria pelle. Di certo rivoltante, ma in abbondante parte triste. E la lotta tra disgusto ed empatia è feroce.

Game of Thrones – Lo stupro di Sansa

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Stupri e variegate violenze vanno a braccetto da sempre con Game of Thrones. La serie tv HBO si era finora però preoccupata di giustificare ogni barbaro atto. Di per sé, già l’ambientazione era una un’ottima scusante per dare sfogo alle pulsioni più abiette. Ma fino a che punto l’orrore può essere mostrato in noncuranti termini, e trattato come se fosse ordinario?

L’abuso di Sansa perpetrato da Bolton dimostra come Game of Thrones abbia perso la bussola della decenza. Non quella moralista o moralistica, ma umana.

Nessuno si aspettava niente di meno (figurarsi di meglio) dal bastardo di Lord Bolton, e nessuno avrebbe preteso un lieto fine per Sansa che sostituisse una tragedia annunciata. Ma la freddezza e il cinismo coi quali la scena è stata impalcata lasciano allibiti. Perlomeno la trasposizione grafica ci è stata risparmiata, verrebbe da dire a mo di consolazione. Probabilmente, invece, l’aspetto disagiante giace nella consapevolezza della violenza che non ci è data vedere integralmente, ma ci viene suggerita ed esplicata dalle urla di Sansa. Per contro vediamo Reek/Theon che, alla presenza di una così raccapricciante visione, rimane inerte. Esattamente come facciamo noi davanti allo schermo. Ed è lo stesso senso di impotenza che pervade lo spettatore a rendere il tutto ancor più disturbante.

Hannibal – Verger pasteggia col proprio naso

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Mason Verger non si è sforzato granché nel cercare di attirarsi le simpatie del pubblico. Tanto infantile quanto depravato, l’erede si è spinto oltre le proprie possibilità cercando di raggirare un serial killer ben più collaudato e sofisticato: Hannibal. L’omonima serie tv, alla quale i personaggi in questione appartengono, vanta atrocità di ogni sorta, ma si eleva rispetto al semplice crime. Gli omicidi attorno cui la trama ruota vengono, infatti, mascherati come vere e proprie opere d’arte.

L’estetizzazione porta lo spettatore a perdere di vista per un attimo l’oggettività del delitto.

E durante il corso di ogni puntata si è costretti a ricordare a se stessi cosa si sta guardando: cadaveri. Agghindati, ma pur sempre cadaveri. Questo onore non è concesso invece a Verger. Lui non se lo merita. La presunzione di Mason scatena l’insofferenza di Hannibal. L’arroganza poi strabocca in totale stupidità quando l’erede tenta di eliminare lo psichiatra dandolo in pasto ai suoi maiali. Inutile dire che l’intento fallisce. E Hannibal non vive secondo il “porgi l’altra guancia”.

Lecter serve la sua vendetta e, nonostante dovessimo ormai essere abituati alle perversioni del cannibale, rimaniamo scioccati ancora una volta. Stavolta, forse, più di tutte.

Dopo aver inalato sotto costrizione una droga psichedelica, Verger è fuori di sé al punto da assecondare i suggerimenti di Hannibal, che lo induce a tagliare pezzi del proprio volto e darli in pasto ai maiali. Ma i porci non sono gli unici a banchettare con le carni del loro padrone. Poichè Mason stesso prende un assaggio e mangia il proprio naso, per di più con gusto e divertimento. Forse questa è stata l’unica occasione in cui ho davvero preso in considerazione di convertirmi al vegetarianismo.

The Walking Dead – La morte di Glenn

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The Walking Dead si è spinta oltre. Ma non secondo un’accezione positiva. Da montagna russa di colpi di scena e suspense che era, da qualche anno la serie tv è divenuta un lento carosello che ruota inesorabile intorno a se stesso. Ripetendosi e ripetendosi e ripetendosi. Serviva dunque una scossa. Una scossa che si è rivelata un terremoto in piena regola.

Glenn, un veterano della comunità guidata da Rick, viene ucciso a colpi di mazza. Per una banale scelta del caso.

Abbiamo assistito a una marea di gore in The Walking Dead, al punto che difficilmente scene scabrose hanno il potere di farci sobbalzare. La ragione principale per cui nessuna morte ha colpito quanto questa è che finora avevamo visto smembramenti di personaggi di cui ben poco ci fregava. Con Glenn è diverso. Per sette anni abbiamo assistito alla sua crescita, conosciuto nella prima stagione quando ancora era un ragazzo spaventato e titubante. Che è poi divenuto un uomo e un padre.

L’attaccamento al personaggio fa sì che il boccone sia ancora più amaro da mandare giù.

E assistere alla brutalità con cui il suo cranio viene ripetutamente preso a colpi dalla mazza di Negan, non rende l’addio meno traumatico di certo. Il nuovo villain non si accontenta di aver ucciso Glenn, che con un occhio fuori dall’orbita e grondante di sangue sbiascica l’ultimo saluto a Maggie. Negan vuole dare una dimostrazione: quindi, ne maciulla il cranio finché nulla rimane se non poltiglia. Lo stesso Steven Yeun, insieme a Andrew Lincoln, ha ammesso che gli autori potrebbero essersi fatti prendere un po’ troppo la mano nel scrivere questa scena. Ma ormai il danno è fatto.

Abbiamo visto quanto sadici gli autori di serie tv possono essere e quanta pena sono disposti a infliggere ai proprio spettatori in nome del sensazionalismo. D’altra parte, però, è giusto ammettere che noi stessi rappresentiamo l’altra faccia della medaglia: masochisti che perdoneranno sempre chi ha inflitto loro qualche dispiacere. E aver ripercorso volontariamente queste scene orripilanti ne è la dimostrazione.

Scritto da Letizia Berciotti

Convinta osteggiatrice di Netflix, a cui non darò una lira finché non metterà in catalogo tutte le stagioni di Spongebob.

NB. Mai prendere sul serio ciò che dico, a meno che non stia parlando di Spongebob.

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