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House of the Dragon 3×01 – Il caos del fuoco e dell’acqua

House of the Dragon - Jacaerys

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Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla prima puntata della terza stagione di House of the Dragon.

In fondo è tutto qui. Nell’immagine di un drago selvaggio che asseconda il legame atavico, senza servire in nome di qualsivoglia ordine. Proietta nel suo presente una pulsione che non conosce le lezioni della storia, sentendone a malapena gli echi. Considerazioni sommarie, ormai svuotate di ogni significato. E poi il fuoco, il sangue. L’acqua che interagisce con gli eventi assumendo la forma della trappola mortale, invece di portare la vita.


Il caos che rimbalza tra le storie dei suoi interpreti in una spirale ormai inarrestabile in cui la risposta alla guerra è altra guerra.

Non la pace, non la mediazione: ogni residuo di speranza in tal senso è ormai parte del passato.

Da quando si è varcato il confine del Gullet, ben prima che lo vedessimo effettivamente nella première della terza stagione di House of the Dragon, ogni ipotesi ha trovato irrimediabilmente conferma.

Non c’è più una linea di confine dalla quale tornare indietro. Non una potenziale soluzione che disconosca la distruzione finale di ognuno dei suoi interpreti. Al di là delle profezie di Aegon e delle visioni sparse di un futuro già scritto, ben esposto nel finale della stagione precedente, la Battaglia del Gullet trova nel drago anarchico l’ennesimo elemento di distruzione irrazionale in cui gli schieramenti non hanno più un ruolo lucido.


Sono storie personali, quelle di ognuno di loro. Schiacciati da una storia che chiede loro di scrivere gli eventi secondo esigenze globali e universali, sfogano sul campo della guerra vendette, ritorsioni, strategie latenti che cedono all’incedere di forze millenarie, ruoli nel dramma che utilizzano pronomi contraddittori: noi, voi, loro, i Targaryen. L’io non esiste, nelle parole e nelle testimonianze degli interpreti di un archetipo destinato al dramma. Eppure è tutto, ogni volta.

Non resta quindi che un drago incapace di distinguere tra amici e nemici, soprattutto perché non esistono davvero. Tutti sono vittime, tutti sono colpevoli.

“Diventeremo tutti delle bestie da qui alla fine”, dirà a un certo punto Criston Cole nel momento in cui nega a un Hightower insufficientemente disilluso il concetto di onore.


La consapevolezza attraversa ogni fronte del conflitto. Persino lui, ormai consumato dalla guerra, riconosce che non esiste più alcun codice d’onore capace di arginare la distruzione.

Un codice, sì. Una lingua affine. Un riferimento che faccia da bussola all’interno degli eventi. Ma no, quella bussola non esiste: Sheepstealer è, in fondo, la massima incarnazione possibile della Danza dei Draghi.

Il drago selvaggio irrompe nel conflitto senza distinguere vessilli o alleanze. Colpisce ciò che trova davanti a sé, ricordando quanto la guerra abbia ormai superato le logiche dinastiche che l’hanno generata.


L’unica risposta è la morte di tutti, chi prima e chi dopo. E alle regole dell’ingaggio si preferisce l’impulso del più forte, prima che un drago più grande compaia sullo schermo. Fino al solo esito concepibile dalla brutalità umana senza più argini: il silenzio dei caduti, ormai soffocati dalla cenere.

House of the Dragon 3×01 – Le parole si spengono, di fronte alle conseguenze della guerra

House of the Dragon
Credits: HBO

Ogni analisi della prima puntata della terza stagione di House of the Dragon, disponibile su Sky e NOW oltre che su HBO Max, ritrova così le considerazioni con cui avevamo già raccontato la seconda stagione. Con una differenza fondamentale: la minaccia del conflitto, finora rimandata a data da destinarsi e divampata in azioni sporadiche in ordine sparso, trova ora una delle sue espressioni più vivide.

Non diciamo niente di nuovo se consideriamo La Battaglia del Gullet la perfetta conclusione della prima metà di House of the Dragon, più che l’avvio ideale del nuovo ciclo di episodi.

È un peccato che l’hype con cui è stata accolta sia ben inferiore a quello che avrebbe avuto due anni fa. Oltre che avere tutto il senso del mondo sul piano più strettamente narrativo, avrebbe arrestato le critiche di chiunque abbia criticato aspramente il secondo ciclo di episodi.


La Battaglia del Gullet ridefinisce retrospettivamente il senso di una stagione spesso percepita come interlocutoria: ora è ancora più esplicito come il sangue, il fuoco e la distruzione si abbinino armonicamente nel mosaico globale del racconto.

Rappresenta, per il prequel, quel che per Game of Thrones rappresentarono, per esempio, la Battaglia delle Acque Nere o la Battaglia dei Bastardi: sfoggi eccezionali di capacità visive, espressive e autoriali dello storytelling più raffinato che combinano l’azione con l’introspezione, il silenzio con le urla. L’ordine ormai perduto con un vortice infernale che mostra la guerra secondo le angolature più disparate, tra l’acqua rossa di sangue e il cielo oscurato da nubi sinistre.

Si ritrova il senso più inquietante di House of the Dragon, nel valore caotico degli improvvidi che non hanno avuto il tempo di vivere e abbracciano ogni potenziale concetto di distruzione.

Una distruzione, ancora una volta, asservita a un potere effimero.

Alicent ed Aemond nella prima puntata di House of the Dragon 3
Credits: HBO

Non ci sono riferimenti di alcun tipo, nemmeno quelli più umanamente sostenibili. Quelli, per esempio, che delimitano i chiari argini nel rapporto che unisce una madre a un figlio: pur essendo parte integrante di una narrativa che conosciamo da tempo, la nostra reazione non può essere simile a quella di Alicent, sospesa tra lo stupore, il disgusto e il terrore. Sapeva di aver già perso suo figlio, ma non poteva pensare che questa sarebbe stata la conseguenza: riesce così a manipolarlo, pagando ancora una volta un prezzo terribile.

Aemond, d’altronde, è un vero Targaryen: solo al mondo, trova tra le braccia della donna che gli aveva dato vita una drammatica distorsione della realtà.

Anche questo è parte del caos della guerra. Una guerra assorbe ogni lezione passata e ripete ogni errore nella forma della tragedia, rinnega apparentemente la paura e ricerca nella gloria eterna l’illusione che tutto ciò possa avere davvero un significato.

“Bestie”, direbbe ancora Cole.

Per i Targaryen, qualunque cosa voglia dire davvero. Ma soprattutto per se stessi. Anche per chi, come Rhaenyra, aveva cercato una via alternativa che elaborasse una sintesi e trovasse nella morte di un figlio di Alicent, quell’altro, il bilanciamento cosmico delle cause e degli effetti, la porta si chiude. Per sempre. Almeno per una parte di sé che muore con la fine di Jacaerys, dissoltosi nell’acqua dopo aver provato a risolvere il conflitto con la solita lingua del fuoco.

Un po’ come Lucerys, in precedenza. Come ci si aspetta da un Velaryon che porta il carico impossibile del cognome Targaryen.

Muore, il primogenito. Muore per affermare il proprio nome nella causa, spinto istintivamente da una mancanza di fiducia nella cautela della madre.

Non era pronto alla missione, e ne ha pagato le conseguenze dopo non aver calcolato variabili imponderabili: la cautela, purtroppo, non è più parte di questo tempo.

Muore, così, un pezzo dell’anima di Rhaenyra. Come in Alicent nell’ennesimo parallelismo, ma in un modo completamente diverso. Da qui in poi rinascerà un nuovo drago. Un drago meno materno e più proiettato nel presente degli eventi.

La morte di Jacaerys segna l’ennesimo tentativo fallito di fermare la carneficina di House of the Dragon, e trasforma il dolore personale in una ragione di guerra che va oltre tutto il resto. È così dall’inizio: una cicatrice dopo l’altra, svanisce la regina che Rhaenyra avrebbe potuto essere.

Anch’ella muore di giorno in giorno, come tutti gli altri. Chi conosce i testi di Martin sa già come si concluderà House of the Dragon. Che conseguenze avrà sulla storia di una casata maledetta, benedetta beffardamente dagli Dei, e sulla storia di Westeros in cui i Targaryen, tuttavia, non si arrenderanno mai al ruolo da comprimari. Il prezzo da pagare è il nichilismo della battaglia perenne, del sangue fratricida, della spirale in cui ogni tassello, primario o secondario, converge ogni volta nella riscrittura del dramma. Dalla Triarchia che sente un debito con la storia all’astuzia del Serpente Corlys, leggendario uomo dei mari che nulla può di fronte all’incalzare di una minaccia che di umano ha fin troppo.

Nemmeno l’esperienza del Serpente di Mare, capace di ridurre il potenziale svantaggio iniziale, riesce a contenere il caos scatenato nel Gullet. È un tragico rumore sullo sfondo che alimenta ulteriori spirali.

Ci ritroviamo così all’alba di una nuova stagione tra presunti re e monarchi inadeguati in fuga, tra chi arroga un diritto e non può rispondere alle regole che porterebbe con sé. Al solito Trono di Spade che campeggia sulle teste di ognuno al confine tra l’onore, il dovere e l’indifferenza, fino al prossimo morto da piangere o il sadico piacere di chi sente di avere un posto nel mondo solo se rotola sulla terra la testa del nemico.

House of the Dragon è tornata. E stavolta sarà davvero difficile lamentarsi. Il sole risorge dai fumi della battaglia, riempiendo di luce un mondo sprofondato nell’oscurità del caos. Ciò sarà parte del percorso che porterà l’uomo a sconfiggere gli spettri dell’Inverno, ma a quale prezzo?

Al solito prezzo: trasformare l’umanità stessa nel soggetto più tragico di una stagione altrettanto gelida.

Antonio Casu