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Rick & Morty 9 – La Recensione: andare avanti e non guardarsi indietro

ATTENZIONE! La recensione contiene SPOILER della nona stagione di Rick and Morty.

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Era successo qualcosa di curioso con l’ottava stagione di Rick and Morty: Dopo anni di alti e bassi, la serie sembrava finalmente aver ritrovato una direzione. Con la nona stagione, però, il risultato è ancora più interessante. Perché ha capito che non ha più bisogno di dimostrare continuamente quanto sia intelligente. Può semplicemente tornare a essere Rick and Morty.

E forse è proprio questa la sorpresa più grande della nuova stagione (disponibile sul catalogo HBO Max). Dopo il cambio di interpreti vocali, l’addio a Justin Roiland e una fase in cui la serie sembrava talvolta troppo concentrata sulla propria mitologia, la nona stagione appare più sicura di sé. Ian Cardoni e Harry Belden sono ormai perfettamente dentro i rispettivi ruoli di Rick e Morty, al punto che la loro presenza non viene più percepita come una sostituzione da metabolizzare, ma come parte naturale dell’evoluzione dello show. Ma c’è un’altra cosa che colpisce fin dai primi episodi. La nona stagione sembra finalmente sapere quanto può spingersi oltre senza perdere se stessa.


E proprio da qui bisogna partire per capire perché Rick and Morty 9 funziona così bene.

La prima puntata (qui la nostra recensione), “There’s Something About Morty”, mette subito sul tavolo uno dei personaggi che più di ogni altro rappresentano la componente mitologica della serie. Il rapporto tra Evil Morty e Morty Prime diventa un modo per ragionare ancora una volta sulla relazione tra i due protagonisti. Evil Morty si considera superiore al proprio alter ego, più intelligente, più indipendente e soprattutto più libero da Rick. Evil Morty ha costruito la propria indipendenza eliminando ogni legame che poteva renderlo vulnerabile. Morty Prime, al contrario, è ancora completamente immerso nella propria famiglia e nella relazione con Rick. È più ingenuo, più fragile e decisamente meno autonomo, ma proprio quei legami che Evil Morty considera una debolezza costituiscono ciò che lo rende umano. È un’intuizione che dà alla premiere una profondità maggiore rispetto al semplice ritorno di un villain molto popolare

E soprattutto permette alla stagione di chiarire immediatamente una cosa. La continuity non è più un peso che gli sceneggiatori devono necessariamente trascinarsi dietro. Può tornare a essere uno strumento.

Rick and Morty
Credits: HBO Max

Il segreto è non prendersi troppo sul serio

Uno dei problemi delle stagioni più recenti di Rick and Morty (qui la nostra recensione all’ottava stagione) era stato, almeno in parte, proprio questo. La sensazione che ogni elemento della mitologia dovesse avere un peso enorme. La nona stagione riesce invece a fare convivere il racconto orizzontale con una quantità impressionante di idee autoconclusive.


C’è il ritorno di personaggi già conosciuti, ma ci sono anche figure completamente nuove. Ci sono avventure che giocano con il multiverso e altre che partono da situazioni molto più quotidiane per trasformarle in delirio fantascientifico. Il risultato è una stagione che sembra aver riscoperto una delle regole fondamentali dello show. Ovvero che la premessa più stupida possibile può diventare una grande storia se viene sviluppata con abbastanza immaginazione.

E così troviamo un Rick che si ritrova separato dal proprio corpo in “Erickerhead”, un’avventura che trasforma la sua stessa personalità in un conflitto fisico. Un Morty esposto a un parassita capace di alterare l’empatia in “Rickuiem Mort a Dream”. E una una puntata come “Salute Your Morts”, dove sono addirittura Morty e Summer a dover assumere il ruolo degli adulti mentre gli altri membri della famiglia sono alle prese con una droga aliena.


Rick continua a essere Rick.

La nona stagione, però, non ha intenzione di trasformare il suo protagonista in una persona migliore. Rick rimane egoista, manipolatore, alcolizzato, geniale e profondamente autodistruttivo. Solo che adesso la serie sembra più interessata alle conseguenze del suo comportamento. Il tema della dipendenza torna più volte, direttamente o indirettamente, e trova una delle sue espressioni più efficaci proprio nel modo in cui Rick continua a sabotare se stesso.

In “A Ricker Runs Through It”, per esempio, la separazione tra parti differenti del personaggio diventa l’ennesima occasione per mostrare quanto sia impossibile per Rick sfuggire a Rick. Persino quando viene letteralmente diviso in due, il problema resta lo stesso. Nessuna delle sue versioni riesce davvero a liberarsi dell’altra.È un meccanismo perfettamente coerente con il personaggio. Rick ha passato gran parte della serie a cercare di dimostrare che tutto è sostituibile: le persone, le dimensioni, le famiglie, persino se stesso. Ma ogni stagione di Rick and Morty continua a dimostrare l’esatto contrario. E allora la vera evoluzione non consiste nel diventare buono. Consiste nel riconoscere che i propri legami hanno un valore anche quando non si è capaci di gestirli.

Viceversa, il nipote che un tempo rappresentava la coscienza dello show comincia a utilizzare la conoscenza del multiverso per soddisfare desideri sempre più egoistici. La pistola portale non è più soltanto lo strumento attraverso cui Rick porta Morty nei guai. Diventa qualcosa che Morty può usare autonomamente. Morty sta cambiando, avvicinandosi pericolosamente alla visione cinica dell’universo che possiede il nonno.


Rick and Morty
Credits: HBO Max

“MortGully: The Last Rickforest”: il capolavoro della stagione

Se dovessimo scegliere un solo episodio per spiegare perché la nona stagione funziona, probabilmente sarebbe questo. “MortGully: The Last Rickforest” prende spunto da FernGully: The Last Rainforest e trasforma Rick e Morty in organismi costretti a evolversi continuamente per poter sopravvivere. La premessa è perfettamente in linea con la filosofia della serie, ma ciò che sorprende è il modo in cui viene sviluppata.

L’episodio diventa una sorta di viaggio attraverso l’evoluzione biologica, accompagnato da una progressiva trasformazione dei protagonisti. E proprio qui Rick and Morty trova una delle metafore più efficaci dell’intera stagione. Per sopravvivere bisogna cambiare. Ma cambiare significa anche perdere qualcosa di ciò che si era prima. È un concetto che può essere applicato tanto all’avventura quanto alla serie stessa. Rick e Morty sono costantemente costretti ad adattarsi a nuove realtà, nuovi nemici e nuove versioni di se stessi. Dopo nove stagioni, la serie si trova nella medesima posizione. Non può semplicemente ripetere ciò che ha già fatto, deve evolversi.

La nona stagione di Rick and Morty non vuole tornare indietro, ma vuole ricordarsi come andare avanti.

Dopo nove stagioni, la serie continua a trovare nuovi modi per parlare di famiglia, dipendenza, identità, morte e solitudine senza rinunciare al gusto per il nonsense. Riesce a farlo attraverso un albero evolutivo, un maestro di kung fu in un parcheggio, una versione alternativa di Rick, un Morty alle prese con la propria mortalità o una piscina che torna ossessivamente nelle conversazioni degli Smith.


È ancora volgare. È ancora cinica. È ancora innamorata dei giochi di parole e delle citazioni pop. Ma sotto tutto questo continua a esserci la stessa domanda che accompagna Rick e Morty da sempre: se esistono infinite versioni di noi, perché dovremmo preoccuparci proprio di questa? Non tutte le puntate sono memorabili allo stesso modo, e alcune sottotrame avrebbero meritato maggiore spazio. Ma la sensazione generale è quella di uno show che ha smesso di combattere contro la propria eredità.