Vai al contenuto
Home » Recensioni

Silo 3×07 – Una puntata importante, con un finale che ci riporta all’origine di tutto

Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.

Scopri come →

Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?

Trova quella giusta per te →

Non sai che serie iniziare?

Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →

Ci sono episodi che procedono e vanno avanti a suon di silenzi. E questa settima puntata di Silo 3 appartiene senza dubbio a questa categoria. Perché il suo impatto non arriva solo al momento del colpo di scena. Della notizia che sconvolge le carte. Ma da una radio accesa nel buio, da voci che si spengono a metà frase mentre chi ascolta resta impotente. Kyle e Kennedy escono dal Silo credendo, per un istante, di aver riconquistato il mondo. Lui alza gli occhi al cielo stellato come se fosse la prima cosa vera vista in una vita intera, lei si scontra invece con la desolazione di una superficie che non perdona illusioni.

Ma quell’istante di stupore dura lo spazio di un respiro. Perché l’Algoritmo non li ha mai mandati fuori per salvarli. Li ha mandati fuori per farli sparire lontano da occhi indiscreti. E i droni che li intercettano non lasciano scampo a nessuna ambiguità: qui la libertà non è un dono. Ma un orrore trasformato in opportunità.


Silo 3 ritorna con una puntata importantissima per la storia. E al momento del finale cominciano ad arrivare nuove risposte

Juliette in una scena di Silo 3
Credits: Apple TV

È in questo gesto – l’inganno travestito da concessione – che si riconosce la vera cifra stilistica di questa stagione. Ed è proprio qui che Camille viene messa di nuovo al centro, ma questa volta con una strada ben illuminata che mostra anche le conseguenze sulla sua esistenza. Perché quando l’Algoritmo ordina alla donna di verificare se Juliette stia davvero cercando di sabotare il Safeguard, e la avverte che in tal caso dovrà essere eliminata anche lei, il confronto che ne scaturisce tra le due donne diventa presto la fotografia di un sistema che non lascia più spazio a nessuna zona grigia: o si obbedisce fino in fondo, o si diventa bersaglio.

Senza più i due ragazzi per recuperare le cianografie dal Silo 17, Juliette è costretta a scegliere la via più disperata: far saltare i muri del reparto Giustizia, alla cieca, senza sapere con certezza dove passi il tubo del gas letale, sapendo che il conto delle vittime potrebbe arrivare a mille persone. Shirley lo dice senza pietà: ‘meglio che diecimila’. E in questa frase c’è tutta la logica a cui il Silo ha abituato i suoi abitanti nel corso dei decenni: la vita ridotta a un numero. Il dolore trasformato in bilancio.

Juliette si ribella a quel calcolo. Si rifiuta di accettarlo come naturale. Finché Bernard non le mette davanti agli occhi il diario di un episodio identico avvenuto 140 anni prima: duemila morti, acqua avvelenata, ricordi cancellati come se nulla fosse successo. Non c’è pietà nel passato del Silo. C’è solo la ripetizione ciclica dello stesso orrore, travestito ogni volta con un nome diverso.


Una scena del settimo episodio di Silo 3
Credits: Apple TV

Sul fronte investigativo, Paul Billings sbatte contro il muro di Ed Harwood, che protegge la figlia Glenda tacendo tutto ciò che sa sull’omicidio di Orla Kent. E Knox scopre che suo padre – creduto morto da una vita – è in realtà vivo sotto un’altra identità. Un’altra menzogna di Harwood. È come se ogni angolo di questo Silo, scavato più a fondo, restituisse solo altre bugie. Altri segreti sepolti sotto false rassegnazioni. E poi, proprio quando non ci si aspettava più niente, arriva la voce di Kennedy dalla radio: è vivo. Una sopravvivenza che spiazza. Che costringe Martha a gridare di fermare tutto, e che lascia intuire quanto l’Algoritmo, con tutta la sua onniscienza calcolata, non riesca comunque a controllare fino in fondo ogni singola variabile.

Nel passato, intanto, Helen e Daniel si trovano davanti una delle scelte più importanti del loro percorso: firmare un accordo di riservatezza – cinque anni di silenzio assoluto – o salire su un aereo privato per scoprire cosa si nasconda dietro un progetto che promette di salvare il mondo.


Una risposta che hanno sempre conosciuto. E che adesso li porta in un punto preciso del percorso. Quando l’elicottero li porta sopra la campagna intorno ad Atlanta e Helen scorge dall’alto una struttura enorme, è Daniel a pronunciare la parola che chiude l’episodio con una parola che dà un senso a ogni cosa: trivella. L’origine di tutto, la macchina che ha dato inizio a un incubo sotterraneo destinato a durare secoli, mostrata per la prima volta nella sua interezza sotto un cielo ancora libero.

Il passato e il presente di Silo, in questo episodio, non si limitano a correre paralleli. È come se si guardassero allo specchio. E quello specchio restituisce sempre la stessa immagine: un gruppo ristretto di persone che decide, in nome di un bene superiore mai davvero verificabile, quante vite si possano sacrificare per proteggerne altre. Bernard lo chiama storia. L’Algoritmo lo chiama stabilità. Stensen, con ogni probabilità, lo chiamerà progresso.

Ed è forse questo il colpo più duro che l’episodio infligge, in silenzio, proprio nel suo ultimo istante. Non la scoperta della trivella in sé, ma la consapevolezza che l’origine di tutto l’orrore sotterraneo che abbiamo imparato a conoscere non nasce da un errore, da un incidente, da una follia isolata. Nasce da una decisione lucida, presa alla luce del sole, da persone convinte di stare salvando il mondo. Ed è proprio questa lucidità la cosa più spaventosa che Silo ci abbia mostrato finora: il male, qui, non ha mai bisogno di travestirsi da mostro. Gli basta un aereo privato, una firma su un accordo di riservatezza, e la certezza di avere ragione. Ed è forse in questi momenti che Silo sembra smettere di essere solo un racconto di finzione.


E se ve la siete persa, noi vi lasciamo con la recensione del sesto episodio della terza stagione