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For All Mankind 5×09 – L’uomo in fondo alla valle con la divisa di un altro colore

For All Mankind

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla nona puntata della quinta stagione di For All Mankind.

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È molto difficile non pensare a Fabrizio De André e a uno dei suoi brani più iconici, La guerra di Piero, dopo aver guardato il penultimo episodio della quinta stagione di For All Mankind. Lo è perché il tema della guerra può sempre sfuggire alle logiche del potere e di ogni dinamica geopolitica, se si sposta il focus sul campo di battaglia e sulle persone che, più o meno volutamente, lo popolano. Uomini, semplicemente. Che uccidono altri uomini. Si difendono da essi o li attaccano, andando presto oltre ogni dinamica abbia portato all’evento. Ai rapporti di causa ed effetto, alle slavine che si trasformano in una valanga incontrollabile.

E allora è il caos. Sparare a vista a chiunque abbia un’arma tra le mani, se non si identifica la divisa del medesimo colore. Avanzare a ogni costo, sacrificando la vita umana sull’altare del conflitto. Non esiste una guerra giusta, secondo questa logica, e vi risparmiamo ogni considerazione ulteriore a riguardo.


For All Mankind, arrivata al penultimo atto di una quinta stagione che ha finalmente trovato la quadra, esprimendosi al meglio negli episodi conclusivi dopo non poche difficoltà gestionali, restituisce fin troppo bene il concetto. Prima col casco che presenta, tra le altre cose, il simbolo della pace: è il poster ufficiale di questa stagione, e non è difficile capire perché. Poi con un intero arco narrativo, incentrato sull’occupazione della Happy Valley e il tentativo, disperato, di ottenere l’indipendenza per chiunque senta ormai Marte come la propria casa, che ha rimandato a lungo l’innesco di una vera e propria guerra per poi rappresentarla bene in questa puntata.

Niente di sorprendente, per molti versi: For All Mankind si è sempre rivolta all’umanità nel suo complesso, superando le logiche e le polarizzazioni con soluzioni universali.

Altrettanto ha fatto in questa puntata, nella quale i punti di vista interni alla battaglia tra i marines dell’M6 e gli indipendentisti si sublimano in relazioni personali complesse. Relazioni umane, al di là del colore della divisa di quello che dovrebbe essere un nemico. Già, ma nemico di chi?

La puntata è, ancora una volta, spietata e allo stesso tempo carica di speranza.

Spietata nel momento in cui uccide un uomo un attimo dopo aver invocato alle parti di non sparare, certo. E quanto sangue scorre, innocente a prescindere. Anche quando combatte una battaglia in cui crede e ha scelto di schierarsi sul lato sbagliato di questa storia. Ma giusto o sbagliato per chi? Anche in questo caso, si dovrebbe discutere a lungo dei torti e delle ragioni, seppure si abbia a cuore la causa dei Figli e le Figlie di Marte che danno il titolo alla puntata. Si arriverebbe a una risposta, ma quanta fatica.


La verità è che il sangue è sangue. Scorre nelle divise di chi dovrebbe essere lì a garantire la pace, sgorgante per colpa di quello che dovrebbe essere “fuoco amico”. Ma amico di chi? Potremmo riportare il quesito per ognuna delle situazioni in cui ci si spinge il conflitto, specie se dovesse protrarsi sul lungo periodo. Perché la guerra è guerra, e finisce spesso per smarrire per strada cosa abbia originato tutto ciò: è l’oblio della ragione, un po’ a prescindere. Anche se è talvolta inevitabile, a quanto pare.

Rimangono allora le relazioni, ben esplicitate da For All Mankind per rendere ancora più doloroso ciò che accade.

For All Mankind
Credits: Apple TV

Prima di tutto attraverso la prospettiva di Alex, sintesi ideale di tutto ciò: alieno alle dinamiche del campo di battaglia, si ritrova dentro nel momento in cui cerca sostegno per l’improvvisato ospedale da campo che soccorre i feriti, ma a un certo punto è costretto a utilizzare la pistola. Lui che non aveva mai tenuto in mano una pistola fino a pochi giorni prima. Sparare nella penombra, senza poter guardare negli occhi l’uomo che con ogni probabilità avrebbe fatto fuoco prima. Non è il Piero di De André, Alex. E non si può fargliene una colpa: l’istinto di sopravvivenza è parte del Dna. Un attimo dopo, però, capisce. Capisce di aver ferito gravemente un uomo che un tempo era suo amico, e che amico lo è ancora. Indossa la divisa di un altro colore, ma è un figlio di Marte tornato a casa nella più tragica delle circostanze.


L’istinto di sopravvivenza, tuttavia, riguarda anche le persone a lui care: lo soccorre, cerca di salvarlo pur avendo troppo da perdere. E si ritrova un attimo dopo a interagire con una ragazza che mai aveva visto fino a quel momento: ciò nonostante, è anch’ella parte del suo Dna. Perché scorre il sangue degli Stevens in lei, e nel suo quello dei Baldwin.

Di nuovo insieme, ancora. Ancora, nella peggiore delle circostanze. E chissà cosa proverà Dev, per chiudere il cerchio.

Nel regno della morte, allora, si intrecciano relazioni che riportano alla vita. Alla speranza. A quella fiammella che può ancora tenerci uniti anche quando le logiche del conflitto sono ormai alla deriva. Come succede a Celia con Fred, divisi in questo conflitto ma con un legame che non si scinde di fronte ai tumulti della geopolitica internazionale. Spinte alla vita, allora, che ci portano qui, nel cuore mortifero. E altrove. Su un altro pianeta, tutto da scoprire.

Lì dove la ricerca della vita è, al contrario, l’unico vero imperativo. A ogni costo, anche in questo caso. Per una progressione dell’umanità e per abbracciare nuove realtà, invece di distruggere la nostra. Su Titan riscopriamo ancora una volta quanto è speciale For All Mankind e come un riflesso ignoto, al momento indecifrabile, potrebbe rappresentare la chiave di ridefinizione di una storia che guarda avanti, invece di guardarsi le spalle.


Non sappiamo ancora dove andrà a parare questa ricerca, né dove si potrebbe spezzare la linea rossa che ha macchiato di sangue il suolo di Marte. Una settimana ancora e avremo tutte le risposte del caso. Con la speranza che la frontiera varcata in un bel giorno di primavera ci porti verso un nuovo mondo. Senza più riportare indietro le lancette del tempo.

Antonio Casu