Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sull’ottava puntata della quinta stagione della serie Apple TV For All Mankind.
Quando si parla di una serie come For All Mankind, un raffinato slow burn che fa della lentezza un valore autoriale sempre più raro nella serialità contemporanea, è sempre un errore sbilanciarsi oltremisura coi pareri mentre la stagione è in corso. Lo diciamo oggi, consci del fatto che gran parte delle nostre recensioni abbiano finora sottolineato i limiti del quinto ciclo di episodi, più che i suoi meriti. Un disilluso ritorno alla realtà da parte di chi ha sempre amato For All Mankind e ha fatto di tutto per evidenziarne il valore, visto che si tratta di una delle serie più sottovalutate in circolazione.
L’abbiamo fatto persino una settimana fa, quando la settima puntata ci aveva ricordato cosa For All Mankind possa ancora essere, seppure risenta parecchio dei ricambi generazionali e della perdita di gran parte dei personaggi cardine. Oggi, dopo aver visto l’ottava, le prospettive cambiano in parte. Solo in parte, senza contraddizioni: anche quando siamo stati più duri, abbiamo sempre premesso la necessità di valutare il racconto nella sua interezza, al di là degli inciampi nel corso delle singole puntate. Con un ulteriore credito che la serie merita: pure nei momenti più difficili, si intravedevano all’orizzonte le luci che avrebbero potuto dare un senso diverso alla stagione.
Tutto ciò è indispensabile per offrire un contesto ai meriti che invece l’ottava puntata di For All Mankind ha. Seppure permangano alcune criticità in diverse storyline.
Criticità chiare, come nel caso dei personaggi teen di Marte che vengono rappresentati, prima di tutto, da Alex. Seppure sia apprezzabile l’intenzione di vederli all’opera con un tentativo di mutare la narrativa tossica che si fa di loro sulla Terra, continuano a non essere sufficientemente attrattivi per reggere il peso del cambio generazionale. Alex Baldwin, per dire, non è Ed Baldwin. E non si può nemmeno chiedergli di esserlo: nessuno può essere all’altezza di un personaggio del genere. Tuttavia, manca ancora della personalità necessaria per raccogliere il testimone.
Visto lo screentime dedicatogli, è ormai un problema radicato della quinta stagione di For All Mankind.
Diverso il discorso per AJ, figlia di Danny Stevens e quindi nipote di Gordo e Tracy Stevens.
In questo caso, la serie sta facendo un ottimo lavoro per caratterizzarla e connetterla al meglio alle complesse storyline dei suoi familiari, ma l’ottavo episodio chiarisce definitivamente che il personaggio abbia una centralità assoluta. Il che va bene, sia chiaro. A questo punto, però, ci sono alcune perplessità sul fatto che non le sia stato dedicato un intero episodio introduttivo, visto che irrompe in scena all’improvviso e assume da subito un’importanza capitale. Qui non si parla di potenzialità sprecate, ma di una cornice mancante che avrebbe dato una spinta in più al personaggio. E ci avrebbe permesso, di conseguenza, di vivere con maggiore intensità la tragedia che vive al termine di questa puntata.
Possiamo andare oltre questo? Assolutamente sì: abbiamo detto ben di peggio nelle scorse settimane.
Fin qui, le criticità. Ma ripetiamo: questa puntata di For All Mankind 5 è finalmente appagante fino in fondo.
Oltretutto, il suo titolo, “Il mondo nuovo”, rappresenta a suo modo un elemento di speranza per gli episodi finali e, soprattutto, per la prossima stagione. L’ultima della serie.

Ci è piaciuta, innanzitutto, perché ci riporta ancora al leitmotiv ideale della serie: missioni nello spazio complesse, portate alla disperazione dall’insorgenza di agenti esterni pericolosi e variabili impazzite del tutto imprevedibili. Era già successo una settimana fa, quando l’approdo su Titan, ben assecondato dall’iconica targa lunare di Ed, aveva messo in evidenza le straordinarie peculiarità della serie: in questa puntata, invece, si affrontano le conseguenze dell’inganno di Kelly e le nuove criticità che dovranno affrontare i pionieri per trovare la vita in un angolo molto remoto dello spazio. Passaggi piuttosto interlocutori che promettono benissimo in vista del finale di stagione.
La missione di sabotaggio della pista d’atterraggio di Riccioli d’Oro rappresenta, poi, l’essenza più vivida di For All Mankind. Anche perché connette, all’improvviso ma non casualmente, due personaggi distanti come Celia e Polivanov. I due sono impegnati in una missione ad altissimo rischio che va a buon fine, salvo poi concluderla con un terribile effetto collaterale: la morte di un sergente mandato su Marte per guidare la liberazione di Happy Valley dagli indipendentisti. L’introduzione della tempesta spaziale è prevedibile ma consistente: parallelamente, il sabotaggio porta la trama marziana in una dimensione completamente diversa. Finora inedita.
La tempesta perfetta, stavolta geopolitica, è l’innesco di un conflitto a cui For All Mankind ci aveva preparato fin dall’inizio di questa stagione.
Ha, inoltre, il merito notevole di rivalutare in toto l’intera trama indipendentista. Dopo un lungo e a tratti insopportabile immobilismo, culminato nell’insoddisfacente sesta puntata, l’organicità con cui si incastra la potenziale dissoluzione dell’M6, l’evocazione di un processo riformista nell’Unione Sovietica, i suoi conflitti interni e i riflessi che ha nelle decisioni di Polivanov, offrono finalmente motivazioni e urgenza. Quindi, una rinnovata attrattività a una rivolta che non sembra più dover forzare i toni per mostrare la sua importanza.
Al di là delle perplessità iniziali, la rivoluzione nata in una comunità di cinquemila persone può effettivamente sovvertire l’ordine mondiale.
Può portarla a nuovi equilibri, nuovi rapporti di forza, una nuova grammatica. Grammatica che si scontra con l’incedere del sistema di potere ancora vigente, ora messo ancora più alle strette dalle conseguenze dell’attentato subito.
Insomma, si abbatte un “ponte” fisico (la pista d’atterraggio) per costruire nuovi “ponti” geopolitici, andando oltre le storture dell’M6.
Non necessariamente un bene, sia chiaro: se davvero si dovesse andare in questa direzione, l’ultima stagione avrebbe il difficile compito di presentare le conseguenze, ma non è il momento giusto per pensarci. Ora possiamo giusto tirare un sospiro di sollievo: For All Mankind è ancora viva. E ha ancora due puntate a disposizione per consegnare alla storia una stagione all’altezza del suo nome. Alla faccia di chi aveva suonato prematuramente il De profundis.
Antonio Casu







