Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla settima puntata della quinta stagione della serie Apple TV For All Mankind.
Rieccola, la vera For All Mankind. Dopo averla criticata duramente nell’ultima recensione, la settima puntata ci ha finalmente ricordato perché sosteniamo da anni che sia una delle serie più sottovalutate in circolazione. L’ha fatto con una risposta chiara alle speranze che avevamo evocato nella chiusura del pezzo, ovvero: la trama che riguarda la missione su Titan, finora tenuta sullo sfondo, ha ottenuto parte della centralità che avrebbe meritato fin dall’inizio, regalandoci uno dei momenti più intensi della stagione.
Gli ultimi minuti di The Sirens of Titan rappresentano buona parte delle suggestioni che For All Mankind sa regalare al pubblico più paziente.
Kelly, infatti, prende in mano la situazione e sabota la decisione di fare marcia indietro dopo la tragica conclusione della parallela missione della Kuragin, azzardando una mossa che avrebbe potuto avere conseguenze terribili. Kelly, tuttavia, è figlia di suo padre: al confine tra l’audacia e la follia, tiene fede alla memoria di Ed e decide di abbracciare le stelle, sfidandole con un atto di coraggio in cui viene meno ogni calcolo delle probabilità. Un rischio enorme, ben oltre la soglia, premiato però dallo sbarco finale su una terra ignota tutta da scoprire.
Ritroviamo così gli impeti dell’esplorazione pionieristica, dopo aver vissuto col fiato sospeso i minuti che avevano preceduto il fortunato atterraggio su Titan. Le sirene del titolo, allora, assumono la forma di una nobile tentazione esistenziale: al di là dell’innegabile sensatezza delle motivazioni che avevano portato Walt a fare marcia indietro e rinunciare allo sbarco, la decisione di Kelly abbraccia più generazioni e rappresenta un crocevia fondamentale che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità. Non siamo davanti a un effetto farfalla casuale, affatto. Qui ogni conseguenza sembra nascere dalle esperienze dei padri e dal modo in cui queste ricadono sui figli. L’istante in cui Kelly stringe tra le mani la targhetta di Ed può regalare a tutti noi il primo contatto con una vita aliena.
Qualunque forma abbia, qualunque conseguenza avrà, ci concede il lusso di attendere il prossimo episodio di For All Mankind con aspettative più alte.
Come questa serie merita. Come noi, fan della prima ora, meritiamo ancora a distanza di anni.
E non è tutto: emoziona non poco come lo sbarco su Titan abbia rappresentato un momento di ritrovata armonia su Marte, dopo tutto quello che abbiamo vissuto nel corso di questa travagliata stagione. Tutti avevano il fiato sospeso. Tutti hanno esultato nell’istante in cui la ripresa dei contatti ha celebrato la buona riuscita dell’operazione. Poi il brivido finale che in questa stagione avevamo solo vissuto con l’ultimo atto della vita di Ed: l’inquadratura del suolo titanico, il primo passo tutti insieme, i sorrisi che finalmente si schiudono. Ogni dettaglio ricorda quanto sappia essere speciale For All Mankind, al di là degli organici slow burn e gli indispensabili tempi morti che dovrebbero cementare il legame tra lo spettatore e i personaggi.
Finora gli elogi, per molti versi liberatori. Tuttavia, si provano sensazioni contrastanti a riguardo.

L’impressione è chiara, purtroppo. Paradossalmente, questo straordinario momento di televisione fa risaltare, se possibile ancora di più, i limiti della quinta stagione di For All Mankind.
Il motivo è presto detto: se da un lato la missione su Titan è quanto di meglio possa offrire la serie in questa fase, dall’altro risente dello screentime ridotto a disposizione. Ciò non ci permette di vivere la tragedia della Kosmos-1 con la medesima intensità con cui l’avremmo vissuta con un percorso preparatorio all’altezza della situazione. E altrettanto possiamo dire sulla gestione del tumulto interiore di Kelly che l’ha portata a una decisione comunque controversa. Controversa al punto da necessitare di una cornice che purtroppo non ha avuto. Tutto è relegato a singoli frammenti, peraltro mostrati con discontinuità. E a un ribaltamento degli orizzonti che viene percepito come improvviso, seppure non lo fosse affatto.
È chiaro, d’altronde: tutto è andato per il meglio ed elogiamo per questo il suo spiccato coraggio. Ma se così non fosse stato?
Cosa sarebbe successo, se fossero andati incontro a una tragedia che era diventata altamente probabile? Comprendiamo Kelly, ma avrebbe avuto bisogno di tempi diversi sullo schermo per far sì che si potesse metabolizzare il suo gesto. Soprattutto, per farne sedimentare le motivazioni più profonde.
Al contrario, la storyline della Happy Valley ha avuto anche in questa settima puntata di For All Mankind 5 una centralità assoluta. Per quanto il time skip di sei mesi e le relative conseguenze portino a una parziale rivalutazione della sua trama (da noi criticata nelle recensioni precedenti), i personaggi principali continuano a non essere abbastanza coinvolgenti. La tensione garantita dai tempi ristretti con cui devono gestire un’imminente emergenza alimentare alza la posta in gioco e rende più urgente lo scenario anche per il pubblico, ma anche stavolta sono stati diversi i momenti dimenticabili.
A un certo punto si pensava addirittura di esser finiti dentro un bizzarro spin-off di For All Mankind che avremmo potuto intitolare L’estate nei tuoi occhi marziani, ma gli eventi hanno poi preso una piega ben diversa. Con la speranza che il consolidamento dell’emergenza faccia emergere finalmente le vere motivazioni di Dev e ci permetta di osservarlo con maggiore curiosità.
Insomma, il bilancio è buono a metà. Dopo aver attraversato uno dei peggiori episodi dell’intera serie è una parziale consolazione, ma ora l’indicazione è diventata ancora più chiara: lo sviluppo della missione su Titan ha tutte le possibilità di risollevare le sorti della quinta stagione di For All Mankind. E risollevare, allo stesso tempo, quelle delle trame marziane. Per il momento, possiamo accontentarci.
Per il momento, almeno.
Antonio Casu






