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Euphoria 3×06 – Il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava

Rue in una scena del sesto episodio di Euphoria 3
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‘Il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Questo è ciò che abbiamo visto nel finale della sesta puntata di Euphoria 3. Una sequenza che, nelle ultime ore, ha generato enorme confusione, diventando per molti una delle scene meno leggibili dell’intera stagione. Eppure il suo significato era stato disseminato lungo il percorso di Rue, non soltanto in questo episodio, ma anche nelle puntate precedenti, quelle in cui aveva iniziato lentamente ad avvicinarsi a Dio. Perché se Dio esiste, dice Rue, allora esiste anche la redenzione.

E insieme alla redenzione arrivano tutte le sue conseguenze. Salvarsi. Trovare riparo. Concedersi finalmente un rifugio. Fare tutto ciò che non ha mai davvero saputo fare: vivere una vita normale, composta di gesti quotidiani. Chiamare sua madre. Restare accanto alla donna che ama dai tempi del liceo. Due cose semplici. Due cose umane. Niente di straordinario, e forse proprio per questo irraggiungibili.


Due cose che in questa puntata vengono rigettate da un’esistenza che sembra volerle escludere a priori, dando vita a un episodio simbolico, che parla di fede e redenzione

Rue in Euphoria 3

Prima Jules. La scoperta che i loro sentimenti, adesso, non riescono più a sopravvivere dentro le vite che conducono entrambe. Poi quella telefonata tra una madre e una figlia, qualcosa di ordinario e sacro, che però nasconde un’ombra. Le minacce di Bishop. Il mondo che ormai si è stretto attorno a Rue come una morsa: questi sono tutti gli effetti collaterali della sua esistenza, pensa quest’ultima dentro di sé.

Di quella vita sporca, dolorosa, indecente, che presenta il conto fin da quando era soltanto una studentessa e che oggi la costringe a vivere come informatrice della DEA e corriere, sospesa continuamente tra il desiderio di sparire e la consapevolezza di essere ormai intrappolata in qualcosa che non le assomiglia più. Ed è per questo che Rue si aggrappa all’unica cosa rimasta intatta. All’unico dubbio che non si è ancora trasformato in condanna. Si rifugia in un atto di fede. Comincia a credere davvero nell’esistenza di Dio, non come possibilità astratta, ma come ultima ancora contro il precipizio. E quell’incertezza diventa rivelazione nel finale della sesta puntata, quando, dopo essere sopravvissuta ancora una volta alla morte, un albero prende fuoco. Non è un’immagine casuale. È il richiamo diretto al roveto ardente, all’episodio biblico in cui Dio appare a Mosè sul monte Oreb.

Ed è proprio lì che Rue smette di dubitare. Perché quel fuoco, come nella Bibbia, arde senza consumare. Illumina, ma non distrugge. Brucia, ma non annienta. Per Rue quella è la manifestazione di Dio dopo una ricerca silenziosa, lunga, disperata. Non è più soltanto fede. Diventa verità. Diventa speranza. E diventa redenzione. È una carezza ricevuta in mezzo alle fiamme, dopo alcune delle ore più devastanti della sua vita. Ore trascorse a guardare i propri sogni sgretolarsi uno dopo l’altro: vivere una quotidianità semplice con la donna che ama, sentire ancora sua madre come un rifugio. Due desideri normali, distrutti da una vita che sembra volerle ricordare continuamente di non essere fatta per le cose normali.


Prima l’abisso. Poi il fuoco che incendia senza distruggere. Ed è proprio questo a rendere la scena uno dei momenti più intensi e simbolici di Euphoria 3. Perché in quell’istante il fuoco diventa luce nel buio. Acqua dentro l’incendio. Salvezza nella perdizione. Vita dentro la morte, quella da cui Rue è riuscita a scappare ancora una volta, sopravvivendo perfino ad Alamo e a un destino che sembrava inevitabile.

Alamo in Euphoria 3
Credits: HBO

«La donna più fredda che Alamo abbia mai conosciuto era sua madre. È stata solo una lunga truffa. Per tutto il tempo in cui è vissuto, mai più una str*nza lo avrebbe superato in astuzia.» Con queste parole comincia e si chiude il racconto del passato di Alamo. Un passato che ci offre un’immagine totalmente diversa dell’uomo che conosciamo oggi. Al posto del cappello, della sicurezza ostentata e della spavalderia, troviamo un bambino puro. Un figlio che vedeva nella famiglia il centro del proprio mondo. Ed è proprio lì che Euphoria 3 colloca l’origine della sua trasformazione. Perché Laurie, Rue e Maddy non sono altro che riflessi di sua madre. Donne che Alamo percepisce come inevitabilmente destinate a ingannarlo. A tradirlo. A sottrargli quella felicità che sua madre gli aveva fatto intravedere prima di strappargliela via.


All’inizio sembrava il contrario. Pensavamo di assistere alla storia di una madre pronta a sacrificarsi per suo figlio, mentre quell’uomo appariva soltanto come una presenza tossica capace di distruggere entrambi. E invece era l’opposto. Quell’uomo rappresentava per Alamo la cosa più vicina a una famiglia. L’unica forma d’amore autentico che avesse conosciuto davvero. E gli è stata portata via attraverso una truffa orchestrata dalla persona di cui non avrebbe mai dubitato. Sua madre.

E quando è tua madre a tradirti, non resta più niente. Rimane soltanto la ferocia della solitudine. Quel dolore umiliante che ti fa sentire improvvisamente solo al mondo. E allora tutti diventano sospetti. Tutti sembrano impostori. Illusionisti. Manipolatori pronti a fregarti.

Ed è ancora una volta qui che Euphoria 3 trova la propria grandezza: nel racconto delle sfumature. Nella capacità di mostrare la ferita prima del mostro. Perché il lato ingenuo e puro di Alamo è morto molto tempo fa, negli anni ’70. Era soltanto un bambino. Ma se è vero che i traumi hanno il potere di deformare ciò che siamo, allora è stato proprio quel dolore a costruire l’uomo che sarebbe diventato. C’è chi sopravvive ai propri traumi e riesce a uscirne diverso. Persino migliore. E poi c’è chi ci affonda dentro fino a sparire. Alamo ci è annegato.


Cassie in Euphoria 3
Credits: HBO

E adesso controlla tutto. O almeno ci prova. Continua a costruirsi addosso una vita fatta di dominio, di rivincite, di vittorie necessarie a convincersi di non essere più l’ingannato ma l’ingannatore.

Ed è per questo che esercita il proprio controllo sulle donne che incontra nella sua vita. Lo vediamo con le ballerine. Lo vediamo con Rue. E lo vediamo con Maddy, che in questa puntata finisce per unire due mondi rimasti distanti fino ad adesso, mentre Cassie tenta di dividerli. Perché Cassie vive da cinque anni dentro una fantasia. Intrappolata tra Nate e quell’idea soffocante della compagna perfetta che aspetta a casa.

Ma adesso qualcosa si è incrinato. Qualcosa che va oltre Nate. Oltre Maddy. Oltre qualsiasi finzione costruita per sopravvivere. Sono arrivati i sensi di colpa. I dolori. Quelle consapevolezze improvvise che ti raggiungono nei giorni più impensabili, proprio quando il futuro sembra finalmente luminoso. Ed è lì che Cassie comprende di stare male davvero. Di essere diventata una spugna emotiva. Una persona che per anni ha assorbito tutto, trattenuto tutto, fino a ritrovarsi soffocata dal peso di ciò che aveva dentro. Perché per cinque anni ha vissuto dentro una bugia. E adesso resta soltanto la verità. Quella che arriva senza chiedere permesso. Quella che ti rincorre nei giorni più improbabili e rimette in discussione ogni cosa.


Mancano due episodi alla fine di Euphoria 3 (come sempre su Sky e in streaming su NOW e HBO), e adesso stanno tutti annegando. Fanno i conti, prendono le distanze, tentando di capire quanto male farà la caduta. Ma la verità è che forse il destino non è scritto per nessuno e, anche nei momenti più soffocanti, un roveto arderà nel fuoco. Ma non lo consumerà.