ATTENZIONE! L’articolo contiene SPOILERS del terzo episodio di Widow’s Bay
Dopo due episodi (qui la nostra recensione) in cui Widow’s Bay giocava soprattutto con l’ambiguità, il terzo capitolo della serie Apple TV+ decide finalmente di scoprirsi. “The Inaugural Swim” è l’episodio in cui la creatura sotto il letto smette di essere un sospetto e diventa qualcosa di tangibile, viscido, inevitabile. E la cosa più sorprendente è che riesce a farlo senza perdere quel tono tragicomico storto e irresistibile che sta rendendo la serie una delle sorprese televisive dell’anno.
Widow’s Bay non vuole essere l’horror d’autore ossessionato dal trauma generazionale raccontato con lentezza esasperante e una fotografia cupa. Allo stesso tempo non vuole nemmeno trasformarsi in una parodia meta-horror piena di strizzate d’occhio. Rimane invece in uno spazio molto particolare, quasi scomodo: quello dove il ridicolo e il terrificante convivono senza annullarsi a vicenda. Dopo i primi due episodi un certo livello di rischio si è percepito. Perché se da un lato atmosfere e cast funzionavano alla grande, dall’altro i rimandi a una certa opera nello specifico di Stephen King risultavano un po’ troppo espliciti. Questo terzo episodio cambia completamente la percezione della serie. Non perché riveli grandi verità narrative, ma perché definisce finalmente il suo tono.
L’episodio ruota attorno all’evento cittadino che dovrebbe rilanciare economicamente Widow’s Bay.
Una sorta di inaugurazione turistica legata alla tradizione marinaresca del posto. Il sindaco Tom Loftis, interpretato da Matthew Rhys, continua a rappresentare il centro emotivo della serie. Non è un eroe, non è un investigatore brillante, non è nemmeno particolarmente coraggioso. È un uomo inetto e pavido che cerca disperatamente di mantenere una facciata di normalità mentre il mondo attorno a lui sembra scivolare lentamente fuori asse. Risollevare le sorti dell’isola significa risollevare anche le proprie, almeno in parte. Dimostrando a suo figlio e agli altri abitanti che lui è capace di fare qualcosa di grande, di meritare un posto nel team vincente.
Matthew Rhys gioca tutto sulle micro-espressioni. La sua performance è riesce a mantenere ogni situazione ancorata a una dimensione emotiva credibile, anche quando la trama prende derive apertamente sovrannaturali. Tom Loftis è un uomo pragmatico, logico e, non dimentichiamolo, codardo. Una caratteristica che risulta chiara non solo negli orrori che si nascondono a Widow’s Bay, ma anche nei rapporti umani che lo riguardano. Da quello con il figlio adottivo adolescente, quello irrisolto con la moglie deceduta, quello cringe con la bella single che ci prova con lui e quello passivo con i colleghi a lavoro.

Nel terzo episodio, Loftis si ritrova nel ruolo della Sirenetta tormentata dalla strega del mare. Peccato che questa Ursula in particolare non voglia rubargli la voce, ma mettergli la fagiana in faccia.
Perché? Non si sa con precisione, come d’altronde avviene con il 90% delle storie del folklore. Si dice che se si incontra una strega del mare e lei ti graffia, ti darà la caccia. Secondo la leggenda, la strega del mare rintraccia le proprie vittime grazie al sangue e alla pelle che raccoglie dai suoi graffi. In seguito le trova e le uccide sedendosi loro sul viso. Tom, però, continua a ignorare gli avvertimenti di Rosemary prima e di Wyck poi. Proprio quest’ultimo gli consiglia di chiudersi in una cassa per 72 ore, finché le ferite non saranno guarite. Sostiene infatti che, al calar della notte, Tom si sentirà esausto e incapace di muoversi e sarà allora che la strega del mare lo ucciderà.
La creatura introdotta in questo episodio è probabilmente il momento di svolta dell’intera stagione. Per buona parte dell’episodio non è chiaro se ci troviamo davanti a una leggenda locale gonfiata dalla paranoia collettiva o a qualcosa di realmente sovrannaturale. Poi Widow’s Bay decide improvvisamente di smettere di giocare rivelandoci il mostro durante gli ultimi dieci minuti della puntata.
L’orrore dell’episodio nasce dalla percezione che la realtà stessa di Widow’s Bay stia diventando instabile.
Raccogliendo l’eredità di un altro grande maestro del genere, ovvero Sam Raimi, la serie comprende appieno che paura e comicità sono emozioni molto più simili di quanto sembri. Entrambe nascono dalla perdita improvvisa di controllo. Quando ridiamo davanti a una scena assurda, stiamo reagendo a qualcosa che rompe la logica della realtà. L’horror fa esattamente la stessa cosa, solo con conseguenze emotive diverse. Widow’s Bay sfrutta questa connessione continuamente.
Per questo l’episodio funziona così bene anche nei suoi momenti più grotteschi. Non cerca mai di rassicurare lo spettatore con l’ironia. Le battute non servono ad abbassare la tensione, anzi, spesso la rendono ancora più destabilizzante. Aggiungiamo poi che Widow’s Bay mantiene sempre una forte identità da racconto folkloristico costiero americano. L’isola è un luogo intrappolata in sé stesso, isolato dal resto del mondo non tanto geograficamente quanto psicologicamente. E proprio questo isolamento diventa uno dei temi più interessanti dell’episodio.
La strega del mare è un’altra manifestazione sovrannaturale del sospetto di Tom e del suo stesso isolamento. Persino Marissa — uno dei pochi personaggi che sembravano offrire a Tom una possibilità di connessione autentica — diventa improvvisamente ambigua. Ogni conversazione sembra nascondere qualcosa. Ogni abitante del paese appare leggermente fuori posto. Anche lo spettatore tende a diffidare di tutto e tutti, convinto da un lato che sia tutto nella testa di Tom e dall’altro che Marissa sia la strega. Il reverendo Bryce sente presenze nel bosco, la radio della polizia si attiva da sola, vecchie storie locali cominciano a emergere con dettagli sempre più inquietanti. Widow’s Bay costruisce molto bene la sensazione che il male della cittadina non abbia una forma precisa ma sia radicato direttamente nel territorio. E il finale conferma definitivamente questa impressione.
Quando Wyck interviene con l’arpione e la creatura esplode in quella massa nera e melmosa, non assistiamo semplicemente alla distruzione di un mostro. Assistiamo alla fine della possibilità di negare ciò che sta succedendo.
Apple TV+ negli ultimi anni ha costruito un catalogo molto attento alla qualità visiva e narrativa, ma spesso anche estremamente controllato. Widow’s Bay invece ha il pregio raro di sembrare leggermente fuori controllo. Come se sotto la superficie della serie ci fosse qualcosa di caotico che prova continuamente a emergere. Forse è proprio questo il motivo per cui il terzo episodio funziona così bene: perché smette di preoccuparsi di apparire elegante e accetta finalmente la propria natura di racconto horror sporco, folkloristico e grottesco.






