Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla terza puntata della quinta stagione di For All Mankind.
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Avete presente cosa abbiamo detto nella recensione della prima puntata di For All Mankind 5? Mettetelo da parte, almeno per ora. Fate poi altrettanto con quanto raccontato nella recensione successiva, visto che ogni evento della serie passa in secondo piano. Ogni implicazione geopolitica, qui valorizzata dall’inasprimento delle relazioni tra l’M6, il gruppo di Stati che gestisce Marte e ne trae profitti, e l’ISN, gli altri Stati presenti sul pianeta rosso. Gli altri sì, ma non certo subalterni: al momento la dinamica è ancora sullo sfondo ed emerge principalmente attraverso i lanci dei notiziari, ma con ogni probabilità assumeranno una rilevanza decisiva nelle prossime puntate.
Ci sarebbe poi l’altra trama centrale di For All Mankind, legata al percorso di scoperta dello spazio.
È un percorso che dopo aver messo piede sulla Luna e su Marte ci sta accompagnando chiaramente verso Titan, la luna più grande di Saturno, e le prime forme di vita extraterrestri. Dovremmo parlarne? Come no: For All Mankind è una serie che parla di speranza, di individualismi nobili e di uomini che mirano alle stelle senza volerne trarre necessariamente profitto, anche se il suo mondo è sempre più simile al nostro. Dev, per dire, ha mostrato un gran cuore anche nella terza puntata, pur avendo mire che di idealistico hanno ben poco.
Sì, certo. Dovremmo parlare di tutto ciò. E lo faremo nelle prossime puntate, promesso. Pure del giallo che caratterizza l’irrisolto caso d’omicidio, ovviamente. Così come non tralasceremo la trama marziana con marziani sempre meno terrestri, anche se abbastanza statunitensi da evocare il Primo Emendamento: a quanto pare, però “questa non è l’America”. Lo riportiamo con David Bowie nelle orecchie, uno che di “vita su Marte” se ne intendeva parecchio, ma qui, d’altronde, la situazione è complessa: il Governatore della Happy Valley potrebbe diventare il prossimo presidente sovietico, quindi le analisi da fare sono ben diverse.
Marte è una terra di frontiera tra confini che non sono mai caduti davvero, e con questo dovremmo riportarci al punto numero uno. E parlare poi di una colonia che ormai si sente molto più di una realtà subalterna. Ha un’identità tutta sua, un percorso, un vissuto e una prospettiva: la Terra è lontana come non mai.
Ne parleremo? Dai, l’avete capito: conoscete già la risposta. Ma non oggi. Non ora. Non dopo aver visto quello che abbiamo visto. Davvero, no.
Questo è il momento in cui tutto ciò è rimandabile a data da destinarsi, possibilmente tra sette giorni. Questo è il momento di salutare il vero protagonista di For All Mankind. L’uomo che più di ogni altro ne ha incarnato lo spirito. È il momento di dire addio a Ed Baldwin.
Ed Baldwin è morto. Ed è giusto così

Nell’ultima recensione, d’altronde, c’eravamo domandati come sarebbe stato gestito il personaggio nelle puntate successive. L’addio sembrava ormai imminente, soprattutto necessario. Pur avendo amato visceralmente la sua figura, uno dei protagonisti più intensi e sfaccettati della serialità nell’ultimo decennio, il suo percorso era fisiologicamente esaurito. Andando avanti, avremmo rischiato di ritrovarci con un peso, una zavorra che avremmo tenuto con noi per mero affetto. Ed Baldwin ha detto tutto quello che c’era da dire, fatto tutto quello che aveva da fare: ha vissuto pienamente ogni istante della sua esistenza, riempiendo ogni frammento di screentime con qualcosa di significativo. Anche quando non sembrava più possibile.
Ha dato un senso profondo a una vita unica, senza sprecare manco un attimo. Manco in tarda età, quando ormai anziano e malato non si era arreso all’idea di fare il pensionato e prendersi cura di sé.
Lo testimonia bene Dev mentre parla con Alex, un giovane ragazzo che si stringe al nonno morente con un affetto rigenerante.
Restituisce amore ogni momento della terza puntata di For All Mankind 5, un cammino di commiato che ha portato all’inevitabile morte di Ed con delicatezza, eleganza, lirismo e un sorprendente tocco onirico.
Un tocco inusuale per la serie, ma magistrale nell’accompagnare Ed all’uscita con i flashback in Corea e, in ultima battuta, con l’attraversamento del corridoio che lo porterà sull’ultimo volo della sua vita.
Ed ha così modo di salutare tutti, presenti e non. Decide di andarsene a modo suo, nell’unico modo che possa rendere giustizia al suo cammino: da eroe, dopo un’ultima impresa disperata. In nome della salvezza di un amico. Per l’umanità, ma anche per se stesso. Facendo prendere il volo a sua figlia e suo nipote. È uno che coi piedi per terra non ha saputo mai starci, lo sappiamo. E che sarebbe stato da ingenui immaginare a letto a lungo, in un ospedale, in attesa di cure e di un pezzo di vita che non sarebbe stato davvero suo. No, non sarebbe stato il giusto addio: è molto meglio averlo visto al bancone di un bar con l’ultimo drink, finalmente condiviso con la sua famiglia e le persone a lui care. Un brindisi per salutarsi con un sorriso, al di là della tristezza.
Allora sì, è tutto vero. Tutti presenti, anche gli assenti.
Quasi fosse il J.D. dell’ultima struggente puntata dell’ottava stagione di Scrubs, l’uomo delle stelle, per sempre giovane, si avvicina all’ultima tappa da astronauta e può finalmente ritrovare tutti. L’amore della vita, uno straordinario amico, il figlio perduto: ognuno è lì, in quel momento, per tributare un omaggio a Ed Baldwin. Il miglior saluto possibile, nonché uno dei momenti più alti di una serie che di momenti alti (e sottovalutati) ne ha vissuti parecchi.
Lasciamo andare, quindi, uno degli ultimi protagonisti della For All Mankind delle origini. L’uomo che aveva fin qui caratterizzato ogni singolo episodio, lasciandoci col sapore amaro di un’era che si è conclusa definitivamente. Ma non è questo l’approccio giusto: il finale ci permetterà di ricordarlo al meglio, senza delusioni. Non un disappunto, solo una consapevolezza: nessuno impedirà mai a Ed Baldwin di volare, e ora potrà farlo per l’eternità. Chissà dove, non conta più.
See you, space cowboy. È stato bello.
Antonio Casu






