Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla quarta puntata della quinta stagione di For All Mankind.
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E anche questa ce la siamo lasciata alle spalle. Senza protrarre oltremisura il lutto, senza scadere in ulteriori celebrazioni che avrebbero rischiato di assumere il sapore amaro del riempitivo. Con un salto di un mese circa rispetto alla puntata precedente, peraltro: doveroso, se non addirittura coraggioso. Molte altre serie, d’altronde, avrebbero indugiato oltre sull’addio a Ed Baldwin, il personaggio che più di ogni altro ha incarnato lo spirito di questa saga fantascientifica, ma For All Mankind è fatta di un’altra pasta: è sempre proiettata al futuro, anche quando il presente fa male e volgere lo sguardo al passato offrirebbe un sollievo malinconico.
Gli autori sanno bene come gestire questo tipo di situazioni: la serie è portata per natura a trasmettere e processare tanti lutti dolorosi. Quando si procede su una strada lunga decenni è così, inevitabilmente. Così come è chiaro che l’audacia visionaria dei suoi protagonisti li spinga sempre verso il limite, finendo talvolta per oltrepassarlo. Andare avanti, però, non significa dimenticare. In alcun modo. La memoria è un elemento chiave di For All Mankind, ed emerge chiaramente anche nella quarta puntata della quinta stagione.
I ricordi sono importanti. E si trasmettono come eredità fondamentale per le generazioni successive.
L’episodio, allora, si apre e si conclude con due passaggi del testimone molto diversi tra loro. Da un lato abbiamo l’ingresso in scena di un nuovo membro della famiglia Stevens, la giovane A.J, portatrice di traumi irrisolti che rappresentano la perfetta continuazione per una stirpe ricchissima di complessità: il suo personaggio irrompe sugli schermi con grande personalità e promette di assumere una centralità rilevante nei prossimi episodi. E a proposito di ricordi, ci permette oltretutto di riabbracciare Danielle per un breve momento: una trama imprevista, e per questo suggestiva. Non abbiamo idea di dove andrà a parare, ma è evidente che possa dare una spinta interessante a un racconto che necessita di nuovi interpreti per ritrovare lo slancio in parte perduto.
Dall’altra, invece, diventa protagonista assoluto Alex, figlio di Kelly e quindi nipote del defunto Ed: come era già chiaro fin dalla scorsa puntata, la sua importanza crescerà nel corso della stagione di For All Mankind. Ritroviamo con lui lo spirito di Ed, audace e sovversivo. Contro le regole, se necessario. E in questo caso portato a sostenere il processo di emancipazione dei marziani, sempre più forieri di un’identità che li distingue dai terrestri: non una nuova specie, come si immagina fin dalla prima stagione, bensì un nuovo popolo. Un popolo che non può più accettare l’idea di essere una colonia di comodo, terra di conquista per l’M6 dalle implicazioni geopolitiche fin troppo evidenti.
Perché no: Marte non è la miniera asettica auspicata dai potenti della Terra. O meglio: non è più solo quello. Marte non è solo iridio e opportunità finanziarie: è, prima di tutto, una casa per migliaia di persone. Un nido a misura d’uomo, là dove la vita sembrava non poter attecchire.
Lo sviluppo del suo personaggio è fondamentale per il futuro di For All Mankind.

Apre, inoltre, a uno scenario che ci riporta ancora una volta alla nostra realtà, come avevamo già sottolineato ampiamente nel primo appuntamento con le nostre recensioni settimanali. Era solo una questione di tempo, e non è necessariamente un problema: la serie non poteva evitare il tema dell’intelligenza artificiale. Non poteva farlo e non poteva farlo ora, quattordici anni indietro ai nostri calendari: il progresso tecnologico che caratterizza l’ucronia è più veloce del nostro, ed è importante aver affrontato ora l’argomento. Con una chiave affine alla nostra: secondo quanto emerso, infatti, potrebbe rimpiazzare la comunità della Happy Valley in pochi anni. L’intelligenza artificiale, d’altronde, non ha bisogno né di mangiare né di dormire: tantomeno, necessita di un salario.
Ciò porterà con ogni probabilità all’alba di una vera e propria battaglia campale. Una resa dei conti ormai irrimandabile che offrirà spunti preziosi per le prossime puntate. Si spera, con contenuti all’altezza della situazione.
Sarà interessante osservare in tal senso come si posizionerà uno dei personaggi più ambigui in questa fase: Dev punta a costruire una città autosufficiente per garantire a Marte un’oasi dorata in cui essere simile alla Terra, ma allo stesso tempo qualcosa di completamente diverso. A patto che non sia una mera simulazione: una casa, una vera casa, non proviene mai dallo showroom dell’Ikea. Nasce lì, ma poi deve prendere vita autonomamente per essere davvero tale.
Spaventa non poco la prospettiva di Dev, ma allo stesso tempo intriga: come si spiega, però, il fatto che la Happy Valley sia proiettata verso l’automatizzazione pressoché integrale? Ovvero, pressoché priva di esseri umani al suo interno. Sapeva? Non sapeva? Punta a trasformarlo nel resort per altolocati più ambizioso mai visto? A quale gioco sta giocando? Al di là degli ovvi parallelismi che potremmo fare con personaggi del nostro tempo che sembravano essere animati inizialmente da nobili visioni per il futuro, la sua figura rappresenta uno degli spunti di maggiore interesse della stagione.
Ma For All Mankind non è mai stata solo questo. Non è solo una lente d’ingrandimento del nostro tempo, in una dimensione parallela.

È, prima di tutto, la storia di uomini che mirano alle stelle per trovare loro stessi. Una storia di padri e di figli uniti in un solo sogno, l’audace volo dell’umanità verso confini inesplorati. È la storia di Aleida e Kelly: quanto è bello, di conseguenza, averle ritrovate insieme, per la prima volta su Marte, prima di una missione che potrebbe riscrivere ancora una volta la storia della nostra specie.
Così For All Mankind ci riporta all’alba della straordinaria serie delle origini: il viaggio verso Titan, legata oltretutto a un nuovo scontro tra gli Stati Uniti e una decadente Unione Sovietica che potrebbe essere prossima al capolinea, è un passaggio che riporta agli scenari lunari della prima stagione. Là dove fu la terra di conquista che ha scisso la sua realtà dalla nostra, per l’esattezza: uno spartiacque imprescindibile per captare l’anima di questo racconto. Ma anche alla corsa verso la stessa Marte, trasformatasi da sogno elettrizzante a deludente specchio dell’ordinarietà per chiunque non ne abbia mai calcato il suolo.
Insomma, For All Mankind 5 è arrivata alla quarta puntata, ma questo è sembrato un vero e proprio pilot. Perché niente può essere lo stesso dopo la morte di Ed Baldwin, ed è qui che capiremo quanto questa serie avrà ancora da dire. Si spera, tantissimo.
Antonio Casu






