Una puntata, la quinta di Euphoria 3, che non si limita a bucare lo schermo: lo lacera. Lo trascina via con una violenza sporca, sgraziata. Quello appena visto in Euphoria 3 non è soltanto un episodio: è una detonazione emotiva che smette presto di appartenere alla finzione per diventare realtà. Una confessione lasciata sanguinare davanti agli occhi dello spettatore.
Perché il lavoro che Sam Levinson sta portando avanti è uno dei più pericolosi che una Serie Tv possa permettersi di affrontare: raccontare il presente senza addomesticarlo, senza proteggerlo, senza costruirgli addosso una morale. Euphoria 3 non cerca di educare, né di assolvere. Guarda l’abisso e decide semplicemente di lasciarlo esistere.
Lo fa da tempo, ma mai come in questo episodio quella frattura tra schermo e realtà si è spalancata con ancora più brutalità. Tutto qui appare arrabbiato, sfibrato, feroce. E la stessa ferocia finisce per divorare anche i personaggi, scolpiti come corpi consumati dal bisogno disperato di esistere agli occhi degli altri.
A cominciare proprio da Cassie, che nei primi minuti della puntata smette di essere soltanto Cassie Howard. La maschera si incrina. Il personaggio collassa su se stesso e ciò che rimane davanti allo spettatore non è più una caricatura della ragazza che conoscevamo, ma una deformazione lucidissima della stessa Sydney Sweeney.
Sam Levinson ha diretto il quinto episodio di Euphoria 3 sapendo benissimo dove stesse andando a parare. Voleva iniettargli dentro una dose massiccia di realtà. E questo ha fatto

Nelle precedenti recensioni avevamo parlato della volontà di Sam Levinson di trasformare Cassie in una caricatura. Una figura esasperata, quasi grottesca, che però continuava ad affondare le radici in qualcosa di terribilmente reale. Ma qui accade qualcosa di ulteriore. Qualcosa di più inquieto, più ambiguo, persino più crudele. Perché in questo quinto episodio il confine tra attrice e personaggio smette improvvisamente di esistere. Cassie Howard non diventa più soltanto la rappresentazione deformata di se stessa. Diventa la rappresentazione deformata della sua interprete. Euphoria 3 smette di nascondersi dietro la finzione e usa il volto di Sydney Sweeney come se fosse uno specchio rivolto direttamente contro il nostro tempo.
La dichiarazione d’intenti arriva subito, violentissima, nell’immagine di Cassie trasformata in una gigante, omaggio dichiarato ad Attack of the 50 Foot Woman. Ma quella sequenza contiene molto più di una semplice citazione cinematografica. Dentro quella gigantografia non c’è soltanto Cassie. C’è il modo in cui l’industria guarda Sydney Sweeney. C’è il modo in cui internet la consuma. Ogni scena sembra alludere alla realtà con una trasparenza quasi sfacciata. I riferimenti all’utilizzo del corpo, l’esposizione mediatica, i commenti politici, il modo in cui l’immagine pubblica dell’attrice viene continuamente masticata dall’opinione collettiva: tutto smette di appartenere soltanto alla Serie Tv e comincia a dialogare direttamente con ciò che esiste fuori dallo schermo.
Euphoria 3 costruisce così un cortocircuito sottilissimo e devastante tra la vita reale e la narrazione. E lo fa cucendo Cassie addosso a Sydney Sweeney. Ma il dettaglio più sorprendente arriva nel momento del provino. Perché è lì, in mezzo al caos, alle voci, al rumore tossico dei pettegolezzi e della sovraesposizione, che Cassie riesce finalmente a rivelare qualcosa di autentico. Per un istante il personaggio smette di implorare attenzione e mostra talento. Fragilità. Verità. Pensavamo di vedere la Sweeney interpretare qualcuno incapace di recitare. Invece accade l’opposto. Attrice e personaggio si fondono fino a diventare indistinguibili.
Euphoria 3 cancella così completamente il confine tra rappresentazione e vita reale, lasciando che a parlare sia il mondo che ci ruota attorno, tra corpi che vengono postati sui social per far fortuna e milioni utilizzati e ottenuti attraverso queste piattaforme.
Ed è qui che la Serie Tv diventa davvero feroce. Perché Sam Levinson osserva tutto questo – e molto altro – senza giudicarlo mai. Ed è probabilmente proprio questo a disturbare chi sta criticando questa stagione di Euphoria 3. L’assenza di una condanna morale viene scambiata per assoluzione. Ma Levinson non sta assolvendo né giudicando nessuno: sta mostrando. Sta lasciando che il presente si racconti da solo. Senza filtri. Senza paternalismo. E senza la necessità di dire allo spettatore cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
Euphoria 3 non vuole salvare i suoi personaggi: vuole guardarli precipitare mentre cercano disperatamente di restare belli, desiderabili, rilevanti. Vuole raccontare un’epoca in cui il corpo è diventato una moneta e l’esistenza stessa sembra avere valore soltanto nel momento in cui qualcuno la osserva. E dentro tutto questo Sydney Sweeney interpreta Cassie, certo. Ma interpreta anche il peso mediatico del proprio volto, del proprio corpo, della propria immagine pubblica.

Ma questa puntata non appartiene soltanto a Cassie. Perché mentre lei continua a cercare la sua fortuna, Rue scompare lentamente dentro il buio. Il finale dell’episodio lascia il suo destino sospeso come un respiro trattenuto troppo a lungo. E sì, il rischio che possa accaderle qualcosa di irreparabile è reale. Terribilmente reale. Ma è difficile credere che Euphoria 3 possa chiudere così il suo percorso, soprattutto considerando che mancano ancora tre puntate (come sempre disponibili su Sky e in streaming su NOW).
Non ancora. Perché Rue è una delle ferite attraverso cui questa storia continua a sanguinare. E interrompere adesso il suo cammino significherebbe lasciare incompiuto uno degli archi narrativi più importanti di Euphoria 3. Rue non ha ancora finito di precipitare. Ma soprattutto non ha ancora finito di cercare una via per sopravvivere a se stessa.
Nel frattempo, a conquistare spazio è Maddy, che ormai sembra diventata il punto d’incontro tra i due mondi che Euphoria 3 ha continuato a tenere separati. Da una parte Nate, Cassie e ciò che resta del loro universo. Dall’altra Rue. Ed è attraverso l’incontro con Alamo che questi due mondi entrano finalmente in collisione. L’accordo nato davanti a un milkshake sembra innocuo soltanto in superficie e agli occhi della ragazza. In realtà contiene già qualcosa di profondamente tragico. Perché Maddy si sta infilando dentro un gioco immensamente più grande di lei senza nemmeno accorgersene.
Non vede il pericolo negli occhi di Rue. Non percepisce la violenza silenziosa che Alamo si porta addosso. Continua a muoversi dentro questa storia come se il disastro non dovesse mai arrivare. Ma in Euphoria 3 il disastro arriva sempre. E quando arriverà, il prezzo da pagare sarà enorme. Perché tutti qui stanno lentamente sprofondando dentro le conseguenze delle proprie scelte. Come corpi intrappolati in una fossa scavata con le proprie mani.
Ed è forse questa l’immagine più vera lasciata dall’episodio. Un mondo che perde equilibrio centimetro dopo centimetro. Il cielo che si oscura. I soffitti che iniziano a perdere acqua. Nate che non ha più denaro né controllo. Cassie che ha toccato il cielo e per farlo ha distrutto i grattacieli. Rue che resta immobile dentro la fossa che si è scavata da sola, aspettando di capire se esista ancora qualcosa dopo il momento esatto in cui la vita sembra già finita.
Annalisa Gabriele






