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Manhunt: Unabomber, tra Hannibal e Mindhunter

Il linguaggio è la nostra impronta personale. Il segno di riconoscimento che caratterizza il nostro stile, come fosse la mano invisibile dietro un’opera architettonica maestosa. Sempre la stessa, che progetta e aggiunge dettagli fondamentali che permettono di riconoscerne ogni volta l’autore. Non si può non comunicare. Manhunt, Hannibal e Mindhunter parlano con una voce diversa, con un linguaggio che va al di là di ogni fisica presenza. Sono storie raccontate a bassa voce a chi sa ascoltare i sussurri.

Perché la normalità non fa rumore, non attira l’attenzione, è maggioranza e non può dare altro che conformismo. Le deviazioni invece, cominciano piano, in silenzio, sono tumulto silenzioso che diventa tempesta. Ed è solo questo che vediamo, la fine, quando già tutto è stato scritto, quando il temporale è già in atto. Quello che c’è dietro è la causa silenziosa che si può solo percepire, come la presenza del vento, che non si vede ed è tutto.

Manhunt è la ricostruzione, pezzo per pezzo, delle cause del passato, dell’impasse che ha permesso la deviazione.

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Di quanto e come Manhunt sia simile a Mindhunter se ne è già magistralmente parlato, e in questo connubio viene quasi automatico provare a intrecciare anche un altro capolavoro. Quando si parla di voce della mente non si può non ricondurre tutto all’opera originale di Hannibal.

Nella seconda puntata di Manhunt cominciamo a conoscere meglio James Fitzgerald, il personaggio che farà emergere nel corso della stagione l’importanza della comunicazione. L’aspetto che abbiamo avuto modo di apprezzare già nel finale del primo episodio, quando James cammina per una stanza buia, dove poco prima è scoppiata una bomba quasi ripercorrendo le azioni del primo Will Graham.
Descrive la scena presumibilmente accaduta, comunicando con sicurezza ad alta voce a se stesso e al registratore. Attraverso l’empatia gioca con una simulazione fin troppo dettagliata. Così veritiera da esserne alla fine, lentamente ma inevitabilmente, travolto.

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Come Will, che entra in contatto con gli indizi lasciati dal killer, traduce l’idioletto del carnefice che sta interpretando, diventando completamente un’altra persona. Sono i due volti di una stessa medaglia: nel dualismo tra indagatore e indagato, Will, James e Holden trovano il loro modo di comunicare.
Ognuno di loro indaga l’ossessione del cacciatore così intensamente da diventare loro stessi prede di quella ossessione. D’altronde è l’abisso delle profondità umane che cercano e Nietzsche ci aveva avvertito. Basta guardarlo per farti guardare.

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Holden e Will ne sono stati risucchiati. Hanno barattato la loro ingenuità iniziale con la consapevolezza patologica. Combattendo il mostro sono arrivati a conoscerlo a fondo, hanno cominciato a pensare come lui e a lui si sono improvvisamente ritrovati troppo vicini.
James resta però lontano dall’uomo che sta cercando di catturare. Ne ammira l’intelligenza, legge e rilegge il Manifesto, ma la sua trasformazione è lenta e discontinua. Crede nelle parole di Ted, riflette sulla deriva tragica che la società sta prendendo a causa della tecnologia, ma la chiarezza arriva solo alla fine. Non sotto forma di abbraccio all’ossessione, ma come riconoscimento del suo diritto di esistere.

Le idee di Unabomber sono rivoluzionarie e le sue azioni estreme, come quelle di Hannibal, come quelle degli assassini seriali di Holden, ma è il fine manifesto che cambia. Tutti questi carnefici sono mossi dagli stessi blocchi del passato, eppure essere ascoltato è prerogativa di Ted Kazynski. La sua è un’opera raffinata: come le portate di Hannibal, lavorate ad arte per ospiti d’eccellenza, così il Manifesto è destinato a chi sa cogliere i sussurri di una mente diversa.

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Nonostante questo, Manhunt, Mindhunter e Hannibal mostrano un quadro completo. Qui i protagonisti sono vittime e carnefici e la verità è tutt’altro che semplice da dedurre. La superficie nasconde tanto, e molto di quello che non si vede ne è la causa. James ha imparato a memoria lo stile di comunicazione di Ted arrivando a isolarsi per poi rendersi conto che i rapporti umani sono importanti, se solo non fosse per Tabby. Quello spiacevole episodio è stato lasciato sospeso, era forse un indizio.

Ma non è facile rappresentare la mille sfumature di una verità. Manhunt ha saputo cogliere l’abisso in ogni sua parte, ci ha invitato a guardarlo a fondo e ci ha ricordato Mindhunter. E non solo. Ha scandito ogni suo passo, raccontandolo così come fa Will Graham, empatizzando con l’essere umano che si nasconde dietro il mostro.

Leggi anche: Mindhunter e i suoi fratelli

Written by Alana Santostefano

Si fa fatica a vivere la realtà quando si è capaci di sognare, si è così tanto legati all'astratto che si pensa di dover costruire cose assurde nel presente dell'esistenza unicamente per convincersi di essere vivi.
Sono una sognatrice, una di quelle che si guarda attorno e immagina un'altra vita, una di quelle che non vede l'ora di andare in un posto chiamato 'se stessi' per poter guardare lontano e immaginarsi coperti di nuvole a volare sul tempo.

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