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Manhunt: Unabomber – L’incolmabile solitudine di Ted Kaczynski

Manhunt: Unabomber

La moglie ubriaca e la botte piena

proverbio popolare

Bisogna partire dalle parole. Dalle parole di Jim Fitzgerald (interpretato da Sam Worthington), il protagonista di Manhunt: Unabomber. O forse dovremmo dire “coprotagonista”. Perché alla fine Manhunt: Unabomber parla dell’intuizione che Jim ha avuto per risolvere uno dei casi più intricati e complicati della storia americana, ma parla anche dell’uomo che ha messo in piedi tutto questo: Ted Kaczynski (Paul Bettany, nella serie).

Dicevamo che bisogna partire dalle parole in questo caso. In fondo è grazie alla specificità dell’idioletto (ovvero l’insieme delle strutture linguistiche utilizzate da un singolo individuo, la lingua personale, per dirla a grandi linee) di Ted che Jim riesce a individuarlo. Nessuno ci aveva mai pensato fino ad allora, ma se capisci come parla – scrive – una persona, quali sono i suoi errori ricorrenti, quali i modi di dire, quali i dialettismi, riesci a restringere sempre più il campo fino ad avere una e una sola corrispondenza. Certo, non si tratta di un lavoro semplice, né breve, ma poteva essere, ed infine è stata, la strada giusta. Forse l’unica percorribile con quel genio di Kaczynski.

Un proverbio popolare si rivela l’innesco perfetto per la risoluzione del caso. Un proverbio popolare ricordato non correttamente dai più, ma non da Ted, che è un tipo preciso, di cultura, dall’intelligenza spaventosa.

Manhunt: Unabomber

Bisogna partire dalle parole, dicevamo, e spesso queste sono intraducibili. C’è una parola tedesca, ad esempio, Waldeinsamkeit, che indica

la sensazione di sentirsi soli immersi in una foresta, isolati dal resto del mondo. È una parola che esprime solitudine, ma non solo in senso negativo: è anche quel sentimento di pace e isolamento che si sperimenta stando a contatto con la natura.

E andando più nello specifico

sensazione di solitudine mista alla paura di perdersi, come quando si è soli in un bosco.

Letteralmente: “nella solitudine della foresta”. Il concetto di Waldeinsamkeit non esiste in nessun’altra lingua, quindi la terremo così, poiché è proprio quello che cercavamo.

Nell’ultimo episodio di Manhunt: Unabomber a un certo punto Jim e gli agenti fanno trovare a Ted la sua baita in un capannone, sperando di suscitare qualche reazione in lui. Ted dice: “Beh, hanno portato la baita, ma non hanno portato la foresta. Né la pioggia. Era bella. Era molto bella

Ma Waldeinsamkeit non comprende solo il significato di foresta. Alla fine della serie un testimone dice: “Che la tua morte sia come la tua vita: solitaria, senza compassione né amore”. Ed ecco che torna tutto, per parlare di Ted Kaczynski, Waldeinsamkeit è proprio la parola di cui abbiamo bisogno. 

Manhunt: Unabomber

Quando era molto piccolo, aveva circa dieci anni, un test determinò il quoziente intellettivo di Ted: tra 160 e 170. In due parole? Un genio. Così Theodore salta le classi e frequenta corsi più avanzati. Questo non fa altro che acuire il suo carattere schivo e ombroso: non deve essere stato facile trovarsi bene con persone più grandi che spesso lo prendevano di mira. Non era un tipo facile alla socializzazione, è un po’ una prerogativa dei geni questo, si sa.

Nel 1958, Ted si immatricola ad Harvard: aveva solo sedici anni. Studia matematica, con ottimi risultati, e partecipa allo studio sulla personalità di Henry Murray. Tale studio, denominato MKULTRA, e sponsorizzato dalla CIA, venne venduto agli studenti sotto le mentite spoglie di conversazioni e approfondimenti a tema filosofico. Quel che avvenne in realtà è ben più tragico: si trattava di un esperimento legato allo stress prolungato. I giovani venivano immobilizzati su una sedia e monitorati tramite elettrodi. I legali di Ted attribuiranno parte della responsabilità della sua instabilità emotiva a questo studio.

Passa un po’ di tempo e Theodore diventa assistant professor nella facoltà di Matematica di Berkeley, ma abbandona presto l’incarico. Aveva solo 26 anni e un futuro accademico brillante davanti a sé, tant’è che i professori faticarono a capire la sua scelta. Tornò per qualche tempo a casa dei genitori, per poi trasferirsi a Lincoln, in Montana, nella piccola baita senza elettricità e acqua corrente, cacciando e conducendo una vita frugale. E proprio qui, nel fitto della vita selvaggia, Theodore il matematico diventa Unabomber (UNiversity and Airline BOMber).

La sua insurrezione violenta e brutale, certo, contro la società non è l’urlo di un rancore incontenibile e barbaro, ma è supportata da un pensiero strutturato, analitico e puntuale. Nel 1995 infatti chiede che una delle principali testate giornalistiche pubblichi, integralmente, il suo manifesto programmatico: La società industriale e il suo futuro. 

Manhunt: Unabomber
Il genio folle di Manhunt: Unabomber

Questo manifesto ha la lucidità e la profondità di analisi che solo un uomo di una certa intelligenza e cultura poteva partorire.

Torniamo al nostro punto di partenza però: le parole. La stupenda serie di  Andrew Sodroski si intitola Manhunt: Unabomber. Manhunt, caccia all’uomo, appunto. Ma se ci distacchiamo un secondo da quel che significa davvero e consideriamo il significato letterale ci troveremo stupiti nel comprendere che il termine in questione è ambivalente. Sì, le forze dell’ordine hanno dovuto trovare Kaczynski in una lunghissima “caccia all’uomo”, ma noi spettatori, guardando la serie, ci siamo ritrovati a cercare l’Uomo in una persona la cui umanità pareva inesistente, inghiottita dalla violenza deflagrante delle sue bombe.

Relativamente alle conseguenze negative che potrebbero scaturire dall’eliminazione della società industriale beh, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Per ottenere una cosa si deve sacrificarne un’altra.

Così scrive Theodore Kaczynski nel suo manifesto.

Serendipità è la parola che ci viene in mente ora: cercavamo una serie tv su uno dei casi più difficili e angoscianti della storia e abbiamo trovato un’umanità complessa e difficile da capire, abbiamo trovato un’infinità di quesiti sprigionati alla sola visione di quelle che sono le briciole di un’intera esistenza. Abbiamo trovato, tra le righe di questa assurda storia, l’incolmabile solitudine di Ted Kaczynski e ci sono rimaste solo domande. Chi è Theodore Kaczynski? In quale foresta è imprigionata e libera la sua solitudine?

Dov’è finito il vino? Non ci sono né la botte piena, né la moglie ubriaca. 

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Scritto da Elisa Belotti

Nata a Bergamo, ho sempre trovato nelle storie una forma di evasione e analisi del mondo. Laureata in Scienze dei beni culturali e in Lettere moderne, cerco di mettere in ordine le mie suggestioni tra una visione e l'altra

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