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House of the Dragon 3×06 – Il prezzo della lealtà

Rhaenyra Targaryen in House of the Dragon

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Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla sesta puntata della terza stagione di House of the Dragon.

Sognava un duello leale, Criston Cole. Un ultimo atto che lo consegnasse in gloria ai posteri. La scelta della morte per riscattarsi agli occhi di se stesso, dopo esser stato schiavo per una vita di giuramenti vacui. Preda di guerre non sue, di battaglie combattute in nome di qualcun altro.


Non lo accettava, Criston. E ha scelto per questo di morire alle sue condizioni. In campo aperto, guardando negli occhi il nemico finale con la consapevolezza di un esito che non avrebbe contemplato la sua sopravvivenza.

L’aveva chiarito bene, nella scorsa puntata. E qualcuno, di conseguenza, sarà rimasto deluso dal fatto che l’apertura della sesta puntata di House of the Dragon 3 ci abbia regalato una dipartita, la sua, anticlimatica. Istantanea, bieca. Sleale, mentre scrutava un orizzonte pieno di nemici con cui avrebbe voluto un confronto leale: una freccia, però, lo colpisce da lontano. Poi un’altra e un’altra ancora, mentre sublimava la sua fedeltà alla donna che amava e a se stesso. Giuramenti non scritti, inscalfibili nella sua mente: la lealtà, nel bene e nel male, può essere anche questo.

Ma è giusto così. È giusto che Criston Cole se ne sia andato in un modo deludente. Martin, d’altronde, è disilluso nei confronti dell’umanità ma fedele ai bilanciamenti karmici che restituiscono un destino appropriato alle anime erranti che albergano nel suo mondo. Ed è giusto, quindi, che Cole, lo sleale Cole, non sia morto alle sue condizioni.


Senza infamia, senza gloria. Prossimo a esser dimenticato dai posteri un attimo dopo aver respirato per l’ultima volta.

Ci saluta così uno dei personaggi più controversi di House of the Dragon. E lo fa in una scena d’apertura che sembra disconnessa da tutto il resto.

Un sottile filo conduttore, tuttavia, ci accompagna da una situazione all’altra attraverso personaggi e dinamiche distanti, creando un racconto che affonda le radici nel concetto di lealtà. Tradita, schernita, soffocata dal peso del potere e dal prezzo che ogni azione ha. Un lusso morale che pochi si concedono nel caotico mondo di Westeros. E che vacilla ancora di più quando crolla ogni certezza e la guerra costringe tutti a galleggiare nel caos.


House of the Dragon – Rhaenyra può essere ancora fedele a se stessa?

Rhaenyra Targaryen in House of the Dragon
Credits: HBO

Lo ribadiamo da settimane, in tutte le nostre recensioni stagionali di House of the Dragon 3: è sempre più insostenibile la lealtà che Rhaenyra ripone nei confronti della memoria del padre e di se stessa. Insostenibile nelle logiche tossiche del potere e nelle sue espressioni che si riflettono su chiunque, al di là della posizione occupata nella scala sociale.

Sente di esser stata scelta dal destino, Rhaenyra. Ma persegue questa sua convinzione ciecamente: disconosce le conseguenze terribili che ebbero le azioni idealistiche del padre, portatore sì di pace e stabilità nell’ottica ristretta del medio periodo ma soprattutto protagonista, suo malgrado, della genesi della Danza dei Draghi.

Azioni e conseguenze: in un mondo ideale, la capacità di mediare e di approcciarsi mitemente al potere sarebbero qualità di sovrani illuminati, ma questo è un mondo vero. E il mondo vero è sempre imperfetto, fragile, sottoposto a forze sotterranee oscure ed esigenze individuali che riconoscono la lealtà solo finché c’è un tornaconto.


Alicent, una vera Hightower che ricorda l’esempio del padre Otto ed è disposta a esser sleale persino coi propri figli in nome di un “bene superiore”, l’aveva ammonita fin dall’inizio, ma Rhaenyra è miope.

Il suo regno sta implodendo passo dopo passo, senza trovare i compromessi necessari tra le linee sovversive di Mysaria e l’assolutismo tirannico di Daemon.

Continua a contrapporre i gatti ai topi, senza rendersi conto che a un certo punto dovrà chiamare in causa i draghi. E farlo, possibilmente, un attimo prima di quanto farà Daenerys ad Approdo del Re, senza sconfinare nell’apparente follia dell’ennesimo Targaryen.

I segnali, purtroppo, vanno sempre più in quella direzione. Rhaenyra non riconosce le vere priorità ed è sempre più ostaggio delle sue ossessioni. La linea è sempre più dura, ma è altrettanto inconsistente.


Il Trono la rigetta e boccia le sue azioni, esattamente come aveva fatto con suo padre: una goccia di sangue è incontenibile, quando una piccola ferita prefigura una sorte nefasta per il suo regno. Il popolo, dal canto suo, rumoreggia e viene accompagnato fuori dalla sala del Trono quando non ci sono più risposte da dare: non sarà una candela accesa a ristabilire la fiducia nei confronti di una sovrana che siede scomoda sull’emblema del potere.

Il rischio, allora, è che la vera escalation sia improvvisa e brutale, invece di trovare la giusta misura per preservare un equilibrio tanto fragile. Le servirebbe la fermezza di Ormund, senza farsi sedurre dall’impulso al narcisismo.

Mysaria in House of the Dragon
Credits: HBO

Inevitabile, quindi, che la lealtà sia figlia della stabilità. Se il potere è fragile, diventa fluida e soggetta a interpretazioni fin troppo personali.

Non è solo una questione di tradimenti: quando viene meno un’autorità capace di stabilire cosa significhi essere leali, ognuno finisce per ridefinire la fedeltà a propria immagine e somiglianza. Si può tradire una regina per essere fedeli al regno, disobbedirle in nome della sua stessa causa o rinnegare un giuramento per non tradire se stessi. Il confine si sfalda, e la lealtà smette di essere un principio condiviso per diventare una giustificazione personale.

Il Concilio di Rhaenyra non contiene più le certezze che dovrebbe offrire alla sovrana. Rhaenyra si affida a Mysaria, ma la sua ambiguità la porta a sussurrare nell’oscurità e tradire la fiducia di quella che è la sua regina. Daemon, pur guidato da un destino in cui ha visto diventare reale la profezia di Aegon il Conquistatore, vacilla a sua volta: affronta la slealtà delle Cappe Dorate sopravvissute, pronte ad abbandonare la barca che affonda nel momento più difficile. Non vede altra soluzione al di fuori della repressione incondizionata, e diventerà un problema sempre più grande.

Il tradimento diventa ancora più insidioso: Mysaria può convincersi di servire una causa più grande della volontà di Rhaenyra, mentre Daemon può disobbedire alla sua regina continuando a considerarsi il più feroce difensore della sua corona. Conservano una propria idea di fedeltà, anche quando quella degli altri la riconoscerebbe come un tradimento.

Ogni singolo personaggio di House of the Dragon agisce quindi in una direzione autonoma, per questo pericolosa.

La guerra non annichilisce la lealtà: la rende, al massimo, più ambigua e illeggibile. Alla Corona si sovrappongono il sangue, l’amore, l’ambizione, la sopravvivenza, il rancore e una personale concezione del bene comune. Quando tutte queste fedeltà entrano in conflitto, non esiste più una gerarchia capace di stabilire quale debba prevalere. È allora che ogni scelta può diventare, contemporaneamente, un atto di fedeltà e un tradimento.

Come se tutti fossero i Baratheon inquadrati nelle istantanee di questa puntata, si galleggia fluidamente tra una riva e l’altra del conflitto.

Ognuno sa essere leale o sleale a modo proprio, minando le basi del potere con conseguenze ancora da definire. Lo fa chi ha avuto in dote dal destino un drago, ma non vive una vita più felice: è sempre pericoloso, d’altronde, umiliare pubblicamente un Lord di Fondo delle Pulci, anche se lo fa chi deterrebbe quel titolo. Come dovrebbe comportarsi, invece, chi ha trovato la gloria ma ha perso l’amore? A cosa deve rispondere davvero, allora, la fedeltà di un uomo?

Diventa complesso, per chiunque, comprendere chi gli è leale e chi no. E diventa ancora più difficile farlo se “prendi a calci un cane” che a un certo punto “ti morderà la mano”. Questo è il messaggio che Ormund, sfuggito a un attentato vile, rivolge alla donna a cui vorrebbe sottrarre il Trono. E risulta persino profetico, se sovrapposto a ognuna delle trame della sesta puntata di House of the Dragon 3.

L’unica risposta valida è quella di Aegon, per una volta: riporre un barlume di fiducia nei confronti del solo che abbia la forza di sbattere in faccia una verità scomoda è quanto di più saggio si possa fare in un macrocosmo del genere.

House of the Dragon – La Danza degli sleali

Criston Cole
Credits: HBO

La Danza dei Draghi presenta conseguenze meno immediate di quanto imporrebbero il fuoco e il sangue, mostrando una volta ancora quanto possa essere speciale House of the Dragon in ogni singolo dialogo. E alla base c’è ancora la radicata solitudine di personaggi che dovrebbero recitare una parte impossibile in questa tragedia, trovando nei sussulti di legami instabili e di amori di una notte gli unici veri impulsi a una lealtà incondizionata. Fino alla prossima alba, almeno.

Aemond abbraccia così l’oscurità disillusa di Alys, mentre Baela è confusa sulla via che non può condurre alla libertà una donna nella sua posizione. Sono solo esempi che si inseriscono in uno scenario complesso in cui il tradimento e la fedeltà assumono i significati più disparati, spesso disperati.

Un quadro in cui i personaggi, in fondo, non possono fidarsi manco di se stessi: la guerra, subdolamente, sa essere anche questo.

Ogni interprete del dramma è frammentato tra i giuramenti, il dovere, l’onore e la sopravvivenza: nel contesto di una guerra, l’idealismo è però un lusso che rischia di condurre alla distruzione.

La libertà è un dono che solo la morte può portare con sé: sembra suggerirlo Helaena con uno sguardo sempre più spento, mentre Criston Cole l’ha gridato a gran voce nell’ultimo atto di un’esistenza infame. Fino al penultimo capitolo, quando era ormai troppo tardi per cambiare il finale.

Un attimo prima che una mano invisibile scoccasse la freccia fatale e spegnesse per sempre gli occhi di un uomo che nell’amore ci aveva creduto. Uno che per amore aveva fatto cose orribili, sognando per una vita di poter essere leale a se stesso. Svegliarsi una mattina ed essere dall’altra parte del mondo, lontano da occhi indiscreti. Finalmente libero, tra un’arancia e l’altra. Illuminare la sua stessa via senza più il fardello del nome, del dovere e della lealtà.

Questa, però, è una storia che nessuno racconterà mai. E sarà sempre difficile comprendere un personaggio che ha provocato tanta repulsione e scarsa empatia. La condanna, tuttavia, è chiara: Criston Cole ha trascorso una vita tentando di unire fedeltà inconciliabili. Alla cappa, alla Corona, alle donne amate e all’immagine che aveva costruito di se stesso. Essere leale a una significava inevitabilmente tradirne un’altra, fino a non sapere più quale giuramento avesse davvero valore: quando è arrivata la vera risposta, l’inchiostro si era già posato da tempo sul foglio bianco.

È, in questo senso, un’esperienza che riassume perfettamente tutto ciò che questo episodio ha cercato di raccontarci.

A noi, invece, non resterà che assistere al prossimo, violento, tradimento: farà male, e non porterà altro che una nuova giornata da vivere infelicemente.

Altro che lealtà.

Antonio Casu