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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →I sogni son desideri, e a chi non piacerebbe vederli realizzati?! Ma la vera domanda è: cosa succede quando diventano realtà? Ci sono casi in cui i sogni avverati ci rendono parecchio felici, e altri in cui ci rendiamo conto del fatto che sarebbe stato meglio rimanessero solo sogni. So che cominciare così una recensione potrebbe essere un po’ controproducente, e che forse gli incipit degli articoli avrebbero bisogno di un po’ di suspense in più. Il fatto però è che, dopo aver visto Wonka’s The Golden Ticket, io di suspense esagerata ne ho già avuta abbastanza. Anzi, rettifico, ne sono assolutamente piena rasa.
Per chi è stato attirato qui solo dal nome di questo show e non ha la minima idea di cosa io stia parlando, Wonka’s The Golden Ticket è un “programma tv” – tra virgolette, dato che è spuntato direttamente su Netflix – americano distribuito questa settimana. Dei 9 episodi realizzati, i primi 7 sono disponibili sulla piattaforma dal 23 settembre mentre gli ultimi due, il gran finale, arriveranno mercoledì 30. Perché ci tengo a specificare che si tratta di un programma americano? Perché lo stile americanata esagerata è assolutamente inconfondibile, nonché uno tra gli elementi a cui questa recensione farà più riferimento. Ma come sempre, meglio dare tempo al tempo.

Wonka’s The Golden Ticket: un nome che è tutto un programma
La prima volta che sfogliando il catalogo Netflix ho visto tra i titoli in arrivo il nome di Willy Wonka, in me si è scatenata una certa curiosità. Il protagonista de La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl è uno di quei personaggi iconici dei quali non smettiamo mai di sentire il bisogno tanto che, dopo le versioni cinematografiche del racconto, nel 2023 è arrivato anche un film dedicato solo ed esclusivamente a lui. Willy Wonka smuove le masse perché con i suoi diversi volti è tra i protagonisti della nostra infanzia. Qualsiasi età voi abbiate, c’è un Willy Wonka per voi, da Gene Wilder a Timothée Chalamet. Neanche a dirlo io, rigorosamente millennial, ho Johnny Depp.
Wonka è un uomo fantasioso, istrionico, comico e drammatico insieme. Ha sempre qualcosa da raccontare e da inventare, da dire e da fare. Ed è il proprietario di una fabbrica nella quale tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato di entrare. È proprio per questo che leggere la trama di Wonka’s The Golden Ticket mi ha fatto pensare a un sogno che si avvera. Oddio, ma quindi c’è davvero qualcuno che ha avuto l’occasione di entrare nella Fabbrica di Cioccolato? Qualcuno che ha goduto della possibilità di vivere un’esperienza più unica che rara in un luogo fantastico e contemporaneamente reale? La risposta è sì, è esattamente così, qualcuno c’è. Col senno di poi, però, vorrei non averlo saputo.
Dodici persone, possessori di altrettanti Golden Ticket, entrano nella Fabbrica di Willy Wonka.
E non sono soli: assieme a loro – proprio come per i bambini vincitori del Biglietto nella storia originale – c’è un accompagnatore. Un genitore, fratello, amico, collega e chi più relazioni umane ha in mente più ne metta. Ci sono rapporti di tutti i tipi. Abbiamo coppie super innamorate, amiche da una vita, figlie un tantino viziate con padri che per loro si lancerebbero anche tra aggressivi scoiattoli addestrati. E non potevano mancare un nonno e un nipote in stile Charlie e nonno Joe, ovviamente. A guidarli in questo viaggio nella Fabbrica c’è ovviamente il suo proprietario: Wonka, che con la voce ricreata con l’Intelligenza Artificiale del compianto Gene Wilder, il primo Willy Wonka cinematografico, porta i protagonisti tra una sfida e l’altra. E c’è, neanche a dirlo, anche Rusty Goffe, l’Umpa Lumpa del film del 1971.

E qui viene il bello. Cosa fanno questi 24 giocatori nella Fabbrica? Si sfidano in una serie di gare più o meno complicate (più meno che più), a volte individuali, altre volte in gruppo, con l’obiettivo finale di portarsi a casa una rendita a vita che ammonta a circa 3 milioni di euro. Tra queste sfide in stile Fabbrica di Cioccolato nominiamo a titolo puramente esemplificativo cercare delle tessere d’oro, impilare delle caramelle, indovinare Paesi o città dai monumenti, trovare le differenze tra numerose immagini dell’Umpa Lumpa Rusty. Insomma, per quanto l’idea di lottare per la bellezza di 3 milioni di dollari metta su tutto una certa pressione, non è nulla di impossibile. In teoria.
Nella pratica invece la narrazione di Wonka’s The Golden Ticket sembra una tragedia in piena regola, neanche fossero gli Squid Games.
Il narratore e gli stessi protagonisti, sia nelle loro chiacchierate quotidiane sia nelle interviste fuoricampo che costruiscono i diversi punti di vista come accade nel 99% dei reality in circolazione, fanno passare ognuna di queste abbastanza banali attività per incredibili sfide all’ultimo sangue che potrebbero determinare la triste dipartita di qualcuno da un momento all’altro. Ogni scelta di montaggio è portata avanti per creare del dramma anche dove non c’è o dove non dovrebbe esserci. Cosa, questa, che se da un lato rende Wonka’s The Golden Ticket un reality in piena regola, dall’altro gli conferisce una patina di surrealismo che nemmeno il fatto in sé di trovarci letteralmente nella Fabbrica di Cioccolato di Roald Dahl dà.
I protagonisti piangono tutte le loro lacrime ogni volta che succede qualcosa, a cominciare dal momento in cui mettono il primo piede nella Fabbrica. Della stragrande maggioranza di loro non conosciamo nulla se non gli atteggiamenti egoistici (questo lo capisco, ci sono pur sempre in ballo 3 milioni di dollari) che portano avanti durante l’esperienza. Cambiano idea e alleanze ogni cinque minuti, dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. L’impressione che ho avuto per tutto il tempo è che agissero molto più per dare luogo alle dinamiche che si sarebbero dovute creare, che per coerenza con se stessi, i propri valori e il proprio modo di muoversi nel mondo.

Le reazioni non sembrano reazioni: sembrano messe in scena.
E al di là delle sfide a volte coinvolgenti e a volte meno, credo sia questo il vero problema di Wonka’s The Golden Ticket: nessuno sembra davvero sincero. E non parlo della sincerità tra concorrenti che possono e devono mettersi in difficoltà l’uno con l’altro per poter vincere il montepremi finale. Parlo della sincerità di chi agisce in modo reale e non seguendo un copione già scritto. Parole incoerenti, gesti incomprensibili, conversazioni palesemente costruite solo per creare dinamiche di alleanza randomiche: sembra tutto finto. Ben più finto di quanto sembri una Fabbrica di Cioccolato – tra l’altro con una scenografia e un’ambientazione davvero lodevoli – in cui tutto è commestibile.
Come si conclude il programma? Questo non lo sappiamo ancora, perché il gran finale non è ancora andato in onda. Guarderò le ultime due puntate? Purtroppo sì, perché ho bisogno di sapere chi tra Ziad, Garrison, Gabrielle e gli altri personaggi rimasti in gioco porterà a casa i suoi soldini. Ma so già che le guarderò con quel neanche troppo sottile velo di fastidio che mi ha accompagnato per tutta la visione con la stessa fedeltà con cui Rusty accompagna i partecipanti nella loro “dolce” avventura. Ma che devo dirvi, io sento il bisogno di cominciare le cose che finisco, e la curiosità guida le mie scelte più di quanto vorrei. Spero solo che non si tratti dell’ennesima caramella troppo amara.






