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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla settima puntata della terza stagione di House of the Dragon.
Sognava di volare, Helaena. Librarsi in alto, tenendo fede al proprio cognome. Cavalcare un drago senza paura di perdersi nel vuoto. Affrontare la morte un giorno alla volta ed essere, soprattutto, libera. È il sogno del fuoco, come evocherebbe il nome del suo drago. Ma non è un impeto alla distruzione. Alle fiamme che si combinano col sangue. L’assolutezza di un semidio che, attraverso una connessione atavica, ritrova nella propria anima gli echi di un tempo apparentemente immortale.
Ma c’è la paura di cadere. Volare giù, negli abissi della propria anima. Essere un drago e farsi plasmare da essi, dalla sete di potere e dall’inevitabile hybris che porterà sempre le ali a brucarsi una volta entrate a contatto col sole.
Helaena lo sa, da troppo tempo. Alienata dalle regole dello spazio e del tempo umanamente riconosciute e vissute, persegue con disperazione crescente una forma di liberazione che possa finalmente appagarla senza smettere di essere se stessa.
I sogni si rincorrono, allora, tra evocazioni mortifere e piccoli momenti di felicità bucolica che si schiantano sui muri di un destino, quello collettivo, chiamato ad affrontare lunghi inverni. Non solo Estranei, come ci insegna questa saga fin dai tempi di Game of Thrones: la natura umana sa essere più spietata e distruttiva di ogni chiave fantasy possa adottare la nostra creatività.
Non c’è una via di fuga: quasi fosse rimasta bloccata per sempre nel tunnel in cui l’avevamo lasciata nella quinta puntata di House of the Dragon 3, Helaena cerca il chiarore della luna e trova le tenebre.
Vorrebbe solo essere una madre, una donna, un’anima a cui concedere il lusso di vivere secondo le proprie regole, ma è condannata dal cognome che porta.
Sogna, Helaena. E quindi sa già tutto, anche quello che non sa e può al massimo intravedere, interpretare. Riabbraccia Dreamfyre quando gli occhi sono chiusi, ma per volare dove? E i draghi, tutti gli altri, si schianteranno al suolo oppure potranno vivere ancora liberi, se graziati da chi sa connettersi davvero a essi come ha fatto Daemon con Sheepstealer?
La risposta, purtroppo, potete immaginarla. Ed è intorno ai draghi, slegati dalle tossicità della natura umana, che si concentra in particolare la settima puntata.
House of the Dragon e l’abisso di Rhaenyra

Sì, un volo nell’oblio. Lo stesso che sta affrontando Rhaenyra, in caduta libera e sempre più ostaggio di paranoie che la allontanano dalla realtà. Un percorso umano che con la presunta sorte millenaria dei Targaryen non ha tanto a che vedere, al pari di quanto accadrà in futuro a Daenerys.
Rhaenyra paga a caro prezzo gli errori di valutazione, a partire dalla scelta sbagliata di associare la propria linea a quella della volubile Mysaria. Ancora più grave, la ricerca dell’eredità del padre a tutti i costi: sa che il suo è stato solo un sogno, e allora perché ostinarsi in quella direzione? I sogni, in questo mondo, rischiano di trascinarsi in un incubo globale.
Niente di nuovo rispetto a quanto abbiamo sostenuto nelle ultime settimane, nell’arco completo delle recensioni della terza stagione di House of the Dragon. E si riassume perfettamente nella scena di confronto con Helaena che ha aperto l’episodio.
La figlia di Alicent, al pari della madre, ammonisce la Regina sulla spirale che rischia inevitabilmente di affrontare, ma Rhaenyra, seppure titubante, cerca ancora ogni appiglio più o meno razionale per sentirsi dalla parte della ragione.
Quando non la trova, sceglie la violenza. La regina si sovrappone a Rhaenyra, la sorella che ancora si illude di essere la donna idealista di un tempo, afferra il braccio di Helaena, un’innocente, e chiede ancora una volta a chi non le è fedele di tradire chiunque amino.
Ogni sacrificio sembra giustificato, in nome del destino straordinario che aleggia intorno al suo nome. Il drago sfiora il terreno, un attimo prima di schiantarsi sul suolo.
La realtà, tuttavia, incalza. E lei non può non vedere nemici ovunque, anche dove il fuoco amico è davvero tale. Lo vede in Daemon, portato però a tradire la sua fiducia in nome del legame ritrovato con una figlia errante (e dell’empatia generata da un drago che la rispecchia), senza riconoscerlo invece in Ulf.
Lui la sta tradendo sul serio, ma Rhaenyra, segnata dai lutti e dal peso di un sogno impossibile, è ormai accecata dalla collera e non riesce a vedere, ancora una volta, il disegno nel suo complesso.
Lo scenario ricostruito dalla terza stagione di House of the Dragon è sempre più caotico. E lo è almeno quanto quello in cui quattro draghi sono costretti a incontrarsi, affrontarsi e talvolta scontrarsi, rimanendo fedeli a esseri umani che hanno scelto e decidono di assecondare. Non strumenti, non armi: sono esseri viventi magnetici ed enigmatici con cui si deve scegliere di convivere, ricevendo in cambio un amore incondizionato che contrappone ai veleni della natura umana.
Vale in un senso ma anche nell’altro. Anche per questo motivo, sarebbe stato interessante esplorare meglio il rapporto tra Sheepstealer e Rhaena.
Lo capisce bene Aegon, l’altro grande protagonista di questa puntata di House of the Dragon

È persino commovente la costante condivisione del suo percorso di vita con quello del suo drago, Sunfyre. Feriti gravemente e a un passo dalla morte, risorgono insieme dalle ceneri, assecondando l’imperativo del sangue col fuoco.
Come era intuibile, il suo percorso ritrova la strada maestra indicata da Martin. Al di là delle interpretazioni e delle fonti fallibili con cui ogni storico deve avere a che fare, era difficile immaginare che non avremmo assistito alla resurrezione del suo drago e di lui con esso.
Smette di fuggire, Aegon, si riappropria del nome che il destino gli ha dato e lo urla nel più assordante delle grida di battaglia. Invoca un riscatto, un futuro da regnante, un’eredità che Aemond, invece, sembra non poter abbracciare mai: ne cerca ingenuamente una tutta sua, ma il sentiero è irto di inganni.
Avere il drago più potente, disperso chissà dove, gli concede un vantaggio che i demoni della sua anima, distrutta da un’infanzia impossibile che gli ha negato ogni forma d’amore, gli portano via alla prima folata di vento. Condannato all’oblio di Harrenhal, ritrova sul tragico sentiero una madre votata al sacrificio in nome di se stessa e degli equilibri dei regni, e una drammatica deriva edipica attraverso cui House of the Dragon continua a sovrapporlo alla figura di Daemon.
La potenza del fuoco e del sangue non possono nulla, di fronte ad anime spezzate che si ricompongono confusamente sotto una forma distruttiva e, soprattutto, autodistruttiva.
Daemon, dal canto suo, è stato baciato dalla consapevolezza del percorso che deve affrontare, seppure a modo suo. Aemond, invece, è annientato da complessità che trovano nelle illusioni di una strega la perfetta concretizzazione di un disastro imminente.
E poi c’è Daeron, talmente slegato dalle dinamiche di potere da farne un regnante ideale.

Sogna la libertà, a sua volta. Chiamato dal lignaggio a essere un Targaryen e dal padre putativo Ormund a essere un Hightower, non vorrebbe essere altri che Daeron. Senza un trono, senza il potere. Non gli interessa il trono, chiarendolo bene. E questo chiude il cerchio sul fatto che potrebbe essere un regnante illuminato col fuoco di un drago, la lucidità organica di un Hightower, strateghi eccelsi che sanno sempre riportare il sistema alle regole del potere, e la mancanza di vanità che rischia di stringere in una morsa Ormund.
Gli concederebbe l’opportunità per essere una sintesi ideale di tutto ciò che servirebbe per essere l’uomo giusto al posto giusto.
Lui, però, non lo vuole. Ma non vuole nemmeno fuggire dalle proprie responsabilità. In sella al suo drago, diretti chissà dove. Magari in una terra libera baciata dal tramonto, in pace. Lui come Helaena, in fondo. Durerebbe però un solo minuto: un attimo dopo l’Inverno, quello dettato dagli uomini che sanno essere non morti almeno quanto quelle creature orrorifiche da noi ben conosciute, il drago si ritroverebbe nel gelo. Al buio. Oppresso da una storia che pochi possono scrivere davvero fino in fondo: sfogliando le pagine apparentemente bianche, si rischia di scoprire che siano già state riempite da una mano invisibile e consegnate alla storia.
Un drago in inverno, come suggerisce il titolo di questa bella puntata di House of the Dragon. E fu così che abbracciamo ancora una volta le tenebre mentre tutti danzano all’impazzata.
Antonio Casu






