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For All Mankind 5×10 – L’ossigeno è anche vita – La Recensione dell’ottimo finale della penultima stagione

For All Mankind

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul finale di stagione di For All Mankind 5.

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C’è chi cerca la vita negli angoli più remoti di un universo tutto da scoprire, e alla fine la trova: non è mai un’impresa semplice, e talvolta sembra addirittura al limite dell’impossibile. Già, il limite: la soglia massima, lo spiraglio minimo che separa l’umanità, immersa nel buio di un’esplorazione ignota, da un progresso epocale. Se le probabilità sono prossime allo zero, ma non sono effettivamente nulle, non resta altro che aggrapparsi alla speranza. Una preghiera laica rivolta al Dio della conoscenza, recitata dai più audaci. Da chi non si arrende mai ed è sempre pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo, pur consapevole che i rischi siano ben superiori alle garanzie. Questo, in fondo, è uno dei grandi mantra di For All Mankind, nella quinta stagione come alle origini. Soprattutto se un cognome, Baldwin, si declina sempre in tal senso.

Da Ed a Kelly, allora, il passo è breve: la fame di conoscenza e di scoperta ha la meglio su tutto il resto. Un’irrazionalità raziocinante che si racchiude in una targhetta di metallo, quella di sempre, che ha attraversato mille mondi per portare un messaggio di comunione tradotto attraverso l’azzardo, fino a portare gli esseri umani in una nuova dimensione della propria storia. Ossigeno che trabocca, nel momento in cui l’impresa va a buon fine. Anche quando lascia alle spalle un estremo sacrificio che addolora, anche se suona quasi inevitabile in virtù di un percorso giunto al suo punto d’arrivo più ambizioso.


Si provano così sensazioni contrastanti, nel momento in cui condividiamo con Kelly gli ultimi istanti della sua vita. Arrivati ora, nei minuti finali della quinta stagione di For All Mankind.

C’è la tristezza, certo. Era una delle ultime testimoni della miglior versione di questa serie e lasciarla andare così, a un passo dalla stagione finale, fa male. Più male di quanto abbia fatto la morte di suo padre nella terza puntata, visto che eravamo preparati a un evento da tempo imminente. In questo caso no, non eravamo pronti: ogni step del suo percorso verso Titan evoca sinistri presagi a posteriori, ma non l’abbiamo lasciata andare persino oltre i titoli di coda. Dopo aver visto una scena bellissima in cui la morte abbraccia la vita attraverso luci nuove, inedite. Una fluorescenza fuori dal nostro controllo, intangibile e per questo suggestiva.

Fa male, lo ripetiamo. Ma allo stesso tempo non si immagina un epilogo migliore per il suo personaggio.

Un personaggio che ha sfidato la sorte con un solo obiettivo in testa: far progredire l’umanità attraverso il linguaggio della scienza, trovando per strada i nuovi confini per leggere un universo di cui continuiamo a non sapere pressoché niente. La testa c’era sempre stata, mentre il cuore ha avuto bisogno, nei momenti chiave, di esser sorretto dallo spirito di un padre indomito, proiettato nel domani anche quando il suo presente era ormai stretto in una morsa mortifera.

Si sorride malinconicamente, quando la salutiamo per l’ultima volta. Immersa in quella fluorescenza che fa luce laddove sembravano albergare le tenebre, proiettando il genere umano verso una nuova tappa del suo straordinario percorso. Con una speranza, su tutte: mettere da parte le divergenze, i contrasti, le beghe geopolitiche e locali che si riducono a screzi infantili, se posti su una scala in cui gli obiettivi portano a un contatto con forme di vita aliene. Cellule, o qualcosa del genere. Che aprono opportunità, nuovi spazi: trasformano gli spiragli in portoni spalancati, attraversabili da chi avrà fede nelle potenzialità sconfinate della nostra specie.


È ossigeno, “for all mankind”. Pure nel momento in cui l’ossigeno finisce e spegne la vita di una donna eccezionale.

For All Mankind
Credits: Apple TV

Quando si parla di For All Mankind, tuttavia, c’è anche chi cerca la morte negli angoli più remoti di un universo tutto da scoprire, e alla fine la trova. L’ossigeno si trasforma così in un’arma spietata che non lascia prigionieri, ma una spirale di sangue. La risoluzione del conflitto su Marte, attraversato da tensioni locali che si riflettono nelle tensioni internazionali che potrebbero caratterizzare, ancora, la sesta stagione, trova però nelle ultime parole di Kelly un’eredità che si spera verrà abbracciata da tutti.

Passa il testimone, la donna. Al figlio Alex, in particolare, diventato adulto su un campo di battaglia in cui è stato un Baldwin impavido e un ponte tra realtà tanto diverse in cui le individualità possono stringere accordi apparentemente impossibili. Nell’incontro con AJ, una Stevens che potrà incontrare la storia della sua famiglia in un futuro tutto da scrivere, ci sono nuovi spiragli che diventano portoni. La vita che nelle storie delle singole persone può superare gli impulsi alla distruzione di una specie non troppo dissimile dalle bestie, nei suoi momenti peggiori.


Ponti, allora. Non barriere. Capaci di donare una nuova stratificazione a una storyline, quella della Happy Valley, che ha caratterizzato in negativo buona parte della quinta stagione di For All Mankind. Salvo poi trovare, nelle conclusioni, uno spirito più affine alla migliore versione di questa straordinaria serie tv.

Lo leggiamo negli occhi dei sopravvissuti, pronti a scrivere una storia proiettata sulla vita dopo aver attraversato i solchi più duri della resistenza.

E lo troviamo, si spera, anche nella figura ambigua di Dev, grazie alla quale vediamo opportunità sostenibili (e finalmente giuste) nella distesa di terra rossa riconsegnata a chi la considera, ormai, casa.

Sprazzi della vera For All Mankind emergono qua e là, come pennellate in uno scenario decadente ma non per questo arido. Una stagione altalenante che abbiamo criticato a più riprese in queste recensioni settimanali, spesso insoddisfacente e con alcuni sbocchi narrativi semplicistici. Ancora in grado però, soprattutto negli ultimi episodi e nell’ottimo season finale, di ricordarci perché l’abbiamo amata tanto.


E ora non ci resta che attendere la sesta, quella che sarà l’ultima. La accogliamo nello spazio aperto, ancora una volta. Tra le tenebre, nel buio labirintico. Con una flebile luce rossa che pulsa, inquietante ma intrigante. In una scena criptica che si presta alle letture più disparate, pur ancorandosi al realismo fantascientifico che ha sempre caratterizzato la serie.

Non abbiamo idea di dove potrebbe portarci, ma una cosa è certa: l’auspicio è che For All Mankind non perda mai la sua vocazione pionieristica, fino alla fine. L’impulso alla scoperta, attraverso il piacere del percorso.

Quasi fossimo Kelly Baldwin, ma con i piedi ben ancorati per terra.


Antonio Casu