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La Casa nella Prateria: Quando il western incontra This Is Us – La recensione del remake Netflix

una scena de La Casa nella Prateria

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Era il 1974, e le parole di Laura Ingalls Wilder venivano trasformate in paesaggi infiniti in cui c’era sempre il sole, case di legno da erigere e prati senza fine. Era il 1974, e sul piccolo schermo arrivava uno dei primi riadattamenti destinati a staccarsi dall’opera madre per scrivere una propria e nuova epopea, tanto da diventare oggi una delle pietre miliari della televisione. Un western, un dramma familiare. Una delle prime Serie Tv capaci di sfidare il tempo, composta da nove stagioni e più di 200 episodi, con annessi film. Un’eredità preziosa, e per certi versi persino ingombrante da maneggiare. Perché La Casa nella Prateria sembra figlia di quel preciso istante storico. Una Serie Tv nata per abitare esclusivamente tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Una sensazione che questo remake targato Netflix non smentisce del tutto.

La serie si è presentata con le sue prime otto puntate e la promessa di un ritorno. Un secondo capitolo è già stato confermato per La Casa nella Prateria. Una scelta quasi obbligata per la piattaforma, che ha deciso di dilatare il racconto partendo dalle origini. Una decisione che ha fatto storcere il naso a diversi puristi della Serie Tv originale. A mancare in questo debutto è infatti Walnut Grove, il baricentro in cui si concentrava l’intera opera madre. Una scelta che potrebbe disorientare, ma che in realtà risponde a una precisa direzione artistica: esplorare le origini della famiglia Ingalls partendo da Independence, nel Kansas, proprio come nel terzo volume della saga letteraria. Per questo motivo, a condurci nella terra promessa, a Walnut Grove, sarà la seconda stagione. Un azzardo consapevole, guidato dalla volontà di riscrivere in modo diverso l’epopea di questo nucleo familiare, seguendo la cronologia fedele dei libri.


La Casa nella Prateria sa dunque bene cosa vuole fare e cosa vuole essere. Ma questo non la protegge da evidenti punti deboli che incontriamo lungo il percorso

una scena de La casa nella prateria
Credits: Netflix

Un remake non ha mai il dovere di copiare e incollare l’opera madre mantenendo una cieca fedeltà a tutto ciò che è stato detto prima. Occorre saper reinventare la tradizione, gettare un ponte tra il passato e il presente. Tra ciò che la televisione era e ciò che oggi è diventata. Tutti elementi che La Casa nella Prateria sulla carta sembrerebbe custodire nel corso della narrazione, compiendo scelte intelligenti come quella di creare una punto di partenza alternativo attraverso Independence, nel Kansas. In questo luogo in cui il sole splende implacabile, la famiglia Ingalls cerca una nuova terra in cui piantare le proprie radici. Un posto nel mondo che da tempo sembra essergli stato negato, tra risorse economiche che scarseggiano e nessuno spazio per edificare una casa. Quella dimensione intima, disperatamente cercata e sperata, viene però finalmente ritrovata nella vasta prateria del Kansas.

Uno spazio aperto in cui finalmente il cielo promette di non trasformarsi in tempesta, concedendo un attimo di tregua. Un sollievo che per un istante appare reale, fatto del progetto di una casa da costruire e di mani pronte a contribuire a quel tetto sopra la testa degli Ingalls. Ma tra le tante cose, quella de La Casa nella Prateria vorrebbe essere una storia di colpe, responsabilità e pesi opprimenti sulla coscienza. Un racconto che vorrebbe – e il condizionale non è un caso, ma di questo ne parleremo dopo – costringerci a chiederci quanto costi la nostra felicità, e cosa abbia strappato agli altri.

Perché ci troviamo nella Riserva ridotta degli Osage, una terra che gli Stati Uniti avevano promesso a quel popolo e che non era ancora stata riscattata. Ed è quella promessa infranta, adesso, a mantenere nel limbo tutti i protagonisti de La Casa nella Prateria. Tutti, nessuno escluso, si ritrovano prigionieri di uno spazio a cui non appartengono da un lato, e da cui sono stati estromessi in modo illegittimo dall’altro. Sensazioni opposte, due posizioni opposte, ma accomunate dalla medesima condanna: non avere radici in nessun posto, vivendo ogni giorno alla ricerca di una propria dimensione che diventi rifugio. Perché è questo ciò che più di ogni altra cosa si brama all’interno de La Casa nella Prateria: la pace sottratta da troppo tempo. Un tetto. La sopravvivenza. L’assoluzione da ogni colpa. Tutti temi importanti che vengono presentati, ma mai davvero affrontati come dovrebbero.


una scena tratta da la casa nella prateria
Credits: Netflix

La Casa nella Prateria non ci racconta solo la realtà, ma si abbandona a sequenze oniriche in cui i personaggi fanno i conti con i propri fantasmi, le mancanze, i rimorsi. Tutto resta sospeso in quel limbo in cui si incontra chi si è perso, dove albergano i propri errori e le proprie sofferenze. Non fanno pace con quanto accaduto nel mondo reale, ma ne riconoscono la presenza, prendendo consapevolezza del peso che si portano dentro. Una cosa che non è mai facile concedersi quando durante il giorno la tua unica priorità è restare in vita. Perché questo è ciò che accade ne La Casa nella Prateria: si lotta per rimanere integri tra incendi e febbri devastanti.

La storia c’è. L’idea di fondo è stimolante. E convince anche la volontà di partire dall’origine di tutto. Ma questo non cancella purtroppo alcune evidenti fragilità che hanno reso questa prima stagione la cosa più vicina a un This is Us in salsa western. Questa è una Serie Tv che può permettersi il lusso di concentrarsi solo sui sentimenti, perché vive e respira grazie al viaggio interiore dentro i suoi personaggi. Il problema nasce quando questa stessa formula viene calata nel genere western. La Casa nella Prateria ha tra le mani una materia ben diversa, fatta di colpe storiche, sopravvivenza e questioni morali lasciate in sospeso. Ed è proprio qui che il remake sbaglia: per paura di rischiare, si rifugia nel melodramma frenando storie che avrebbero invece bisogno di respirare davvero.


Il senso di colpa è infatti uno dei temi portanti del remake, ma viene sviscerato con la costante ansia di dire la cosa sbagliata. E così, meno si rischia, meno danni si rischia di fare. Ma con premesse così è un peccato vedere La Casa nella Prateria limitarsi in troppi momenti a essere soltanto una Serie Tv in cui insieme si vince e da soli si perde, soprattutto quando si avverte il bisogno di riadattarla a una televisione contemporanea che utilizza le dinamiche familiari e personali come grimaldello per parlare d’altro.

Ed è proprio in questo senso che La Casa nella Prateria appare spenta, sospesa in un limbo quasi quanto i suoi stessi protagonisti. Appartiene sia all’oggi che al domani, ma senza mai graffiare in modo definito in nessuno dei due modi. È sfocata, confusa, intimorita dalle sue stesse potenzialità. E per questo decide – senza ragioni – di percorrere la strada più facile.

Siamo soltanto all’alba di questo viaggio. E mai come in questo caso, per giudicare con piena consapevolezza il remake occorrerà vederlo evolversi. Questa è una storia fatta di cronache, di eventi e situazioni che si stratificano, di giorni che passano e anni che corrono. È un racconto in cui l’evoluzione gioca un ruolo fondamentale. E con premesse del genere è quantomeno legittimo nutrire fiducia nel futuro, sperando che dalla prossima stagione La Casa nella Prateria sappia sia custodire la sua purezza sia tirare fuori la sua identità più sincera, mettendo davvero in gioco tutti quegli ingredienti che questa volta ha preferito lasciare fuori dal piatto, pur avendoli a portata di mano. Qualcuno dirà che è stato un peccato. Noi diciamo che è solo il primo capitolo di una storia che ha ancora tutto il tempo per smettere di avere paura.