3) L’infanzia di Jules e il ricovero in psichiatria
Attraverso i dolorosi flashback dedicati alla sua complessa backstory, la narrazione di Euphoria ci svela le radici profonde del malessere di Jules (Hunter Schafer). Molto prima della sua transizione e dei celebri trucchi grafici sugli occhi che hanno influenzato la pop-culture, vediamo Jules da bambina, intrappolata in un corpo e in un’identità che le provocano un dolore indicibile, sfociato in gravissimi episodi di autolesionismo. La madre, decide di ricoverarla in un istituto psichiatrico. La sequenza è di una crudezza raggelante per gli standard di Euphoria: la regia inquadra Jules piccolissima, indifesa, terrorizzata e in lacrime, mentre viene trascinata nei corridoi asettici della clinica e separata dal mondo. Gli occhi di quella bambina, sommersi da un sistema medico e familiare che non ha le competenze né l’empatia per comprendere la sua disforia di genere, rimangono impressi come uno dei punti più dolorosi dell’intera serie.
Questa sequenza affronta con straordinaria lucidità il trauma del rifiuto genitoriale e l’incomprensione delle istituzioni nei confronti dell’infanzia queer, arricchendo lo spessore sociale di Euphoria. Il ricovero non è un atto di cura, ma un tentativo di confinamento e normalizzazione di una diversità che spaventa la famiglia. Da questo preciso istante nasce la complessa architettura psicologica della Jules adolescente: la sua disperata, quasi ossessiva ricerca di validazione e amore – specialmente attraverso il desiderio maschile – non è altro che il tentativo continuo di risanare quella ferita originaria. Jules cerca negli altri la conferma di esistere, un bisogno vitale che in Euphoria viene sviscerato con rara sensibilità.
4) Il pellegrinaggio di Ali dopo la morte di Rue e il simbolismo della nascita
In seguito alla tragica scomparsa di Rue, l’impatto emotivo si riverbera con violenza devastante su Ali, il suo sponsor e mentore spirituale in Euphoria. Dopo la vendetta contro Alamo, la narrazione cambia completamente tono. Per la prima volta Euphoria abbandona le luci al neon, il caos urbano e la frenesia autodistruttiva che hanno definito l’intera serie. Ali raggiunge la fattoria dove Rue aveva trascorso del tempo con una famiglia cristiana che l’aveva accolta e che aveva avuto un ruolo importante nel suo percorso spirituale, rivolgendosi al padre dicendo che SUA FIGLIA era stata lì.
La scena è costruita come un pellegrinaggio. Ali non arriva lì per cercare risposte razionali. Arriva come un uomo ferito che cerca una traccia della presenza di Rue. Quando parla con la famiglia, emerge chiaramente che quel luogo è diventato per lui una sorta di santuario. Rue non è più definita attraverso la dipendenza, la malattia o gli errori. È ricordata come una persona che, almeno per un momento, aveva trovato pace.
Questa sequenza rappresenta il definitivo superamento del nichilismo distruttivo che ha da sempre caratterizzato lo show. Se fino a quel momento Euphoria aveva raccontato la morte come una fine assoluta e priva di senso, il pellegrinaggio di Ali ribalta la prospettiva attraverso la lente del ciclo universale della vita e della redenzione. La tragica fine di Rue non si traduce in un vuoto cosmico a perdere, ma diventa la spinta propulsiva che permette ad Ali di perdonare se stesso e di ricucire lo strappo con il proprio passato tormentato. Il simbolismo del vitellino appena nato è monumentale nell’economia emotiva di Euphoria: incarna la purezza incontaminata, la forza intrinseca della vita che pervicacemente ricomincia, come se fosse una sorta di rinascita di Rue.









