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Euphoria 3×08 – La recensione di un finale di serie che è stato poesia su schermo

Fezco e Rue nell'ultima puntata di Euphoria 3
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È morta con Rue, Euphoria. Una comunicazione di decesso arrivata nello stesso giorno in cui abbiamo scoperto il destino della protagonista. Euphoria 3 non è stata un momento di passaggio: è stata la fine. Da adesso non ci saranno più stagioni, è ufficiale. Si è spenta, come Rue Bennett. Si è spenta nello stesso modo in cui lei ha vissuto: correndo, scappando. Ogni salto era un sorso di vita in più. Ogni angolo svoltato, un centimetro strappato all’asfalto. Era un passo avanti verso le persone che aveva perso e che avrebbe voluto riavere accanto. Rue si spegne, e lo fa insieme ai suoi desideri. I rimpianti si convertono, diventano carne, ricongiungimento. Corre verso Fezco, adesso libero ed evaso.

Lo aveva promesso Rue: l’avrebbe raggiunto. E allora sfreccia su quella macchina che l’ha portata ovunque, fino a diventare la sua unica vera casa. Corre verso Fezco, tenendo stretto quel ricordo di loro due. Corre verso una madre che la stringe. Finalmente la famiglia. Finalmente la casa. E finalmente la pace. Quella stessa pace che diventa buio nell’ultimo atto di una vita che si interrompe. La luce l’avvolge, la morte la travolge. Rue Bennett è morta.


Euphoria 3 era data per spacciata all’inizio. E adesso che è finita, invece, ci lascia con una sola consapevolezza: abbiamo visto una delle più grandi opere degli ultimi anni

Rue in Euphoria 3
Credits: HBO

Rue Bennett è morta, e non lo ha fatto un attimo prima dei titoli di coda. Se n’è andata a metà dell’episodio. Ha lasciato che le cose andassero avanti anche senza di lei, costringendoci a guardare quel mondo rimasto orfano. Tutta la rabbia, il dolore. Il mondo ha continuato a girare anche senza Rue Bennett, regolare, secondo il suo flusso impassibile. Il dolore è rimasto, e con esso il peso dell’impotenza negli occhi di Ali, che a un certo punto sembra arrendersi all’idea che la vita non possa essere altro che questo fango. Ma c’è qualcosa di più grande, più grande di tutto. Lo aveva insegnato lui a Rue, e adesso Rue – da qualche parte nel cielo – lo ricorda a lui.

Che Dio li benedica tutti, dice per l’ultima volta Rue prima che il sipario cali. In quella fattoria in cui questa terza stagione era cominciata, Euphoria 3 giunge al termine. Nessuna nuova stagione, nessun ritorno. Un finale del genere non ne ha bisogno. La strada per continuare ci sarebbe stata, basti pensare a Maddy o Cassie. Ma adesso è più dolce immaginarseli, quei destini.

Perché Euphoria 3 non ha fatto altro che dimostrarci che prima del ciak, prima che osservassimo le esistenze dei protagonisti attraverso lo schermo, ognuno di loro riusciva in qualche modo a difendersi. Cassie e Nate continuavano a mentire a loro stessi dentro il sogno americano, Rue viveva felice in una fattoria, Maddy e Lexi affrontavano la normalità di giovani adulte alle prese con la gavetta, Jules frequentava la sua scuola d’arte. Tutto reggeva. E adesso che è finita, è terapeutico immaginare un futuro in cui la luce ritorna, seppur con l’ombra della morte di Rue a fare da sfondo.


È stato un epilogo emotivamente logorante, quello di Euphoria 3. Ma è stato il finale più giusto. Quello a cui non serve aggiungere una virgola, una sola inquadratura in più. I personaggi hanno fatto i conti con le macerie e, in alcuni casi, hanno ottenuto il riscatto sperato. Altri hanno sofferto fino all’ultimo respiro, ritagliandosi un minuscolo spazio per sperare. Altri ancora hanno dovuto guardare in faccia ciò che hanno perso per sempre. Come Jules, che adesso dipinge una Rue che brucia mentre lei singhiozza. Spennella con ferocia, sentendo dentro quel fuoco che divora.

È il dolore degli amori interrotti. Delle occasioni mancate. Delle sofferenze che sai che ti cammineranno dentro fino all’ultimo giorno su questa terra. Del tempo che passa e ti ricorda che il Dio degli amori incompresi ti ha preso di mira. E che solo qualche giorno prima quella persona ti chiedeva di cambiare vita insieme, e adesso è polvere. È un concetto difficile da elaborare, ma ciò che è accaduto a Rue è vita e morte fuse insieme.


Jules in Euphoria 3
Credits: HBO

Un finale, quello di Euphoria 3, che ricompone i pezzi. Che restituisce l’inevitabile destino a Rue, ma anche ad Alamo. E fa sì che a compierlo sia l’unica persona rimasta sulla terra che possa davvero dire di portarla dentro. Di guardarla, anche ora che è assenza. E quell’ultimo sguardo, alla fine della puntata, lo conferma. Quel grilletto non lo preme Ali: lo preme lei.

E non lo preme soltanto contro Alamo, ma contro tutto ciò che ha perduto. Contro la vita che le è scivolata dalle mani. La morte del padre, la distanza dalla madre, il lutto, il vuoto. L’abbraccio mancato con la sorella. L’incomunicabilità. Fezco sepolto in un carcere. Le dipendenze. Laurie. Wayne. Il liceo che non ha mai potuto vivere normalmente. Tutte quelle cose che negli anni le sono state negate. È tutto racchiuso in quella mano che stringe il grilletto, e passa tutto attraverso Ali, diventato ormai il suo Profeta.

Tutto si spegne e si accende anche per gli altri. Per Bishop, per esempio. Che in questo finale tradisce Alamo compiendone il destino senza una ragione apparente. Ma è quasi certo che anche lui, come Maddy e Cassie, fosse in debito con Alamo e che per questo alla prima occasione utile abbia messo fine al supplizio, permettendo a se stesso e agli altri di smettere di strisciare come il serpente intrappolato che ha ucciso Nate, per poter finalmente ricominciare.


Ricominciare come adesso dovranno fare Maddy e Cassie, finalmente libere da quel debito. Maddy si salva dall’impossibile, da un’esistenza passata al fianco del mostro; Cassie resta sola nella villa in cui un tempo regnava con Nate, quando il mondo sembrava un impero ai loro piedi. Quella vita si è frantumata, ma il castello è rimasto in piedi. E adesso una regina bionda lo abita insieme alla sua amica di sempre. Il mondo era ai suoi piedi nella quinta puntata: lei lo dominava. E adesso, invece, la casa in cui abita la inghiotte, rendendola minuscola.

Cassie nell' Euphoria 3

Ed è quando rimane sola, dopo aver attraversato l’inferno, che Cassie lascia cadere quella lacrima rimasta bloccata in gola per troppo tempo. Onlyfans, il matrimonio, i debiti: Cassie ha fatto di tutto pur di non guardare il vuoto logorante di ciò che le restava dentro. E adesso che c’è solo silenzio, in quella stanza vuota, comprende per la prima volta che Nate è morto davvero. E ricorda il sorriso di Rue, dopo averla derisa, accorgendosi della sua bellezza solo ora che è cenere. Ed è questa forse la promessa più grande che Euphoria lascia sul futuro di Cassie: il ritorno alla luce, la consapevolezza di ciò che esiste fuori e dentro di lei.

Euphoria 3 è finita, e ha chiuso un’epoca con uno dei pochi finali capaci di essere contemporaneamente dolorosi e giustissimi. Un’era si è sigillata. E in quel finale un pezzo di noi è rimasto lì, incatenato a una storia che a un certo punto ha smesso di essere finzione ed è diventata realtà. Lo ha fatto trasformando le leggerezze dell’adolescenza in conseguenze irreversibili. In un terreno fertile su cui diventare grandi a morsi. Con dolori e mostri che smettono di stare sotto il letto e cominciano a camminarti di fianco.


La puntata finale (adesso su Sky e in streaming su NOW e HBO Max) sembrava concepita per essere divisa in due: metà per Rue, metà per il resto del mondo. Ma alla fine si è capito che ogni cosa, in un modo o nell’altro, era legata a lei, che tutto passava dal suo corpo. L’abbiamo vista correre per l’intera stagione. A essere sinceri, l’abbiamo vista correre fin dal trailer. E non sapevamo mai da cosa scappasse, né quale fosse la meta. Ora lo sappiamo: stava andando incontro a sua madre, in quell’ultimo sogno fatto prima di addormentarsi per sempre. Stava andando verso la luce di casa sua. E stava andando verso Fezco, adesso libero in quel ricordo in cui giace insieme a lei nei campi mentre fuma una sigaretta.

Lo abbiamo detto prima: a un certo punto la verità e la finzione hanno smesso di essere distinguibili. I loro confini si sono dissolti, lasciando spazio a qualcosa di più raro, più profondo, più umano. È accaduto nel momento in cui abbiamo visto Rue e Fezco insieme, sospesi oltre il tempo e oltre lo spazio, in un luogo che apparteneva contemporaneamente al racconto e alla realtà. Ed è stato lì, nel cuore dell’episodio finale, che ogni cosa si è ricomposta con una chiarezza quasi dolorosa. Abbiamo capito che il finale, in fondo, non aveva più importanza. Non importava come quella storia sarebbe terminata, quali strade avrebbero preso i personaggi, quali risposte sarebbero arrivate. Perché ciò a cui stavamo assistendo era già diventato qualcosa di più grande della trama stessa.

Stavamo guardando un frammento di vita nella sua forma più fragile e più autentica. Un istante capace di attraversare lo schermo, di spezzare la distanza tra chi racconta e chi osserva, di imprimersi nella memoria con la forza delle cose vere. E in quell’istante abbiamo avuto una certezza assoluta: stavamo assistendo a un momento di vita che non avremmo dimenticato mai più. Non un semplice finale, ma un’eredità. L’ultimo, doloroso e meraviglioso regalo di Euphoria.