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Una giornata (orribile) da dipendente di Gus Fring

gus fring

Immaginate di essere alla ricerca di un lavoro. Un part-time, magari, di quelli da affiancare allo studio. Un fast food sarebbe la soluzione migliore, non trovate? Ora immaginate di vivere nel New Mexico e di chiedervi dove potreste inviare il vostro CV per ottenere un colloquio. Beh, perché non provare da Los Pollos Hermanos? Perché? Ve lo diciamo noi dandovi una semplicissima motivazione: verreste assunti da nientepopodimeno che Gus Fring. Vi abbiamo già scoraggiati? Noi di Hall Of Series, però, non ci scoraggiamo e le sfide ci piacciono davvero molto. Spesso lavoriamo di tanta, tantissima, immaginazione per produrre scenari innovativi con protagonisti di Serie Tv di successo, come quelle di Vince Gilligan disponibili su Netflix. Quindi, oggi vestiremo i panni (ben stirati e inamidati) di Xiomara Sanchez, la povera dipendente del boss della droga cileno.

Routine

Sono Xiomara Sanchez, ho 24 anni e sono una dipendente di Los Pollos Hermanos. Il mio capo è il pignolo, imperscrutabile ed enigmatico Gus Fring. Posso dirvi, in totale onestà, che se dovessi fare un bilancio della mia esperienza fino a oggi non credo che potrei definirla propriamente positiva. La mia giornata comincia alle 4:30, quando la sveglia suona incessantemente e mi ricorda che sono quasi l’unica in piedi ad Albuquerque. Bello, per carità, niente traffico per arrivare al lavoro, niente gente che ti parla appena sveglia. Mi accorgo che sto divagando mentre mi costringo a trascinarmi dal letto al bagno con le palpebre ancora chiuse. Ho sbattuto contro qualsiasi cosa ci sia in casa, non comincia benissimo la mia giornata. La mia alimentazione stamattina, come tutte le mattine da quando sono alle dipendenze di Gus, è tutt’altro che varia: brioche stantia o ciambella, a seconda della fantasia del momento (in realtà a seconda di quello che avanza al bar all’angolo la sera) e un caffè un po’ annacquato che bevo al volo mentre sto salendo in macchina. La casa è un disastro, sarebbe meglio se non mi guardassi intorno, ho montagne di piatti da lavare, ma la divisa è impeccabile. Almeno quella! Pulita, inamidata e stirata. Esattamente come vuole il capo, lui a queste cose ci tiene da matti. Comunque, sono le 5 e sto uscendo per andare al ristorante. Oggi mi sento più rilassata: ieri, negli spogliatoi Maria, la temibile responsabile, ci ha assicurato che oggi Gus non ci sarà. 

Xiomara Sanchez VS Gus Fring

Gustavo Fring

Ore 5:30. La mia speranza è durata molto molto poco, grazie Maria per avermi illusa: Gus Fring è lì nel parcheggio, lo vedo. Sta pulendo la sua macchina con una cura maniacale. È piegato sul lunotto a togliere una piccola macchiolina mentre si tiene la cravatta. Come fa a essere fresco come una rosa e ad avere voglia di pulire il parabrezza a quest’ora? Io ho ancora gli occhi chiusi e ho quanto meno di lui, 20/30 anni? Se mi sentisse altro che divisa, avrei problemi ben più grossi. Ovviamente sto pensando tutto questo quasi ad alta voce mentre lo fisso. Oddio, mi ha vista, beccata! Stupida Xiomara che quando spii non ti nascondi mai come si deve. Non è la prima volta che mi ritrovo a spiarlo, a essere totalmente onesta. Quell’uomo ha un non so che di inquietante e quando ne parlo con le colleghe vengo presa quasi per matta. Ma, ecco, adesso entra. Ovviamente, prima di arrivare da me, anche se nella mia testa sono passati solo due secondi da quando l’ho visto comparire sulla porta, si è anche piegato a raccogliere uno scontrino per terra. Quel maledetto cliente di prima l’ha perso e ora lui incolperà me dicendo che questo posto non è pulito come dovrebbe, che bisognerebbe specchiarsi nel pavimento tanto da entrare con gli occhiali da sole e bla bla bla. Ma io sto ancora pensando al suo bla bla bla quando mi è di fronte, dall’altra parte del bancone: “Buongiorno signorina, tutto bene oggi?”. Ho il cuore in gola. Dopo lo scontrino, non posso farmi cogliere in fallo, non più almeno. In tre secondi, prima che entri in cucina, il mio sguardo a raggi laser analizza ogni centimetro del bancone, delle macchine per le bibite, del pavimento, dei tavoli e dei cestini. È tutto perfetto, non può dirmi nulla. Almeno teoricamente: uno come Gus Fring trova sempre qualcosa. Dai, di che parliamo, è uno che toglie le macchioline dal lunotto dall’auto! Mi dà l’idea di uno che potrebbe pulire una vasca da bagno con uno spazzolino da denti.

Sembra sia andato, mi rilasso un attimo. Dopo pochi minuti lo sento tornare, riconosco i suoi passi lenti e misurati, quelli di un uomo enigmatico che quando ti prende alle spalle ti toglie dieci anni di vita. “Vieni con me, per favore?”, mi dice con tutta la calma di questo mondo. Quella calma che io faccio fatica a mantenere. Sono nel suo ufficio. Aprirei una parentesi per farvi capire che razza di fissato sia il mio capo. Partiamo dal presupposto che sono consapevole di quanto casa mia sia un disastro e probabilmente quella poco normale potrei sembrare io, ma qui è troppo. Nel suo ufficio c’è sempre odore di ammoniaca che, secondo me, Gus passa ovunque, anche sulle maniglie e i libri negli scaffali sono disposti geometricamente, organizzati in ordine alfabetico e divisi per argomento, autore e colore. Follia. Ma torniamo con i piedi per terra. Dopo aver esplorato il suo ufficio in lungo e in largo e commentato tra me e me, mi obbligo a guardarlo. La situazione, se vista da fuori, risulta abbastanza divertente: lui, mentre sorride e mi fissa, gioca con la penna che ha in mano mentre io sono attaccata al muro, pronta per la fucilazione. Prima che Gus Fring possa dire qualsiasi cosa la mia testa continua ad assillarmi con i soliti dubbi: Cosa vorrà da me? Perché mi ha chiamata nel suo ufficio? Interrompe i miei ragionamenti solo cominciando a parlare ed è lì che mi riporta alla realtà: “Xiomara, devi chiedermi qualcosa? -respira, sorride e mi fissa sempre più intensamente- Ti ho scoperto molte volte a osservarmi di soppiatto. Che succede?”. Mi ha beccata e quel finto buonismo nella sua voce nasconde un interrogatorio dal quale difficilmente potrei uscire in una posizione di vantaggio. Mi sono ritrovata a balbettare che non lo osservo, sono semplicemente curiosa. Di che poi, non si sa. La scusa non è credibile infatti e Gus non è convinto. La mia testa esplode: perché, perché ho inviato il curriculum in questo posto? Vale la pena sopportare un titolare inquietante e i suoi amici strani per 400 dollari a settimana? Me lo chiederò 200 volte al giorno, ma oggi ancora di più. Mentre ragiono lui mi osserva in silenzio poi, seccato per la mia distrazione, mi chiede di seguirlo. Ancora.

A Gus Fring non piace sbucciare le patate

Scendiamo le scale per arrivare al magazzino del locale, un posto dove nessuno di noi vuole mettere piede: è buio e puzza di chiuso. D’altronde, siamo sotto terra, non ci sono finestre ma solo tanti scatoloni. Mi concentro di nuovo: ma perché stiamo andando lì? Gus si ferma davanti al magazzino e mi fa segno di entrare. Io temporeggio e la mia testa insiste: ok, adesso ci fa fuori. Nessuno troverà più Xiomara, la ragazza che ha spiato l’uomo sbagliato. Mi viene quasi da ridere per il nervoso, il cuore mi batte all’impazzata, lo sento nelle tempie. So che devo tenere sotto controllo la mia ansia, fare un bel respiro e varcare la soglia. Non potrà farmi nulla, è sempre stato gentile. Le colleghe hanno ragione: ordine maniacale e aria inquietante non fanno per forza di lui un serial killer, dico bene? Quello che il mio sesto senso percepisce può essere ignorato. Comunque sta aspettando che io entri, quindi lo farò. Nella luce fioca dello stanzino vedo una montagna di patate. Ecco qual è il mio destino: pelare patate finché non mi verrà la nausea. Lo osservo mentre si muove nel buio della stanza illuminata solo da una piccola lampadina senza portalampada. Cosa diavolo starà cercando? Lo vedo che mi fissa, sta venendo verso di me sicuro e con qualcosa in mano. Sto già immaginando la scena del capo che mi punta la pistola in fronte, finché lo vedo chiaramente: certo, che stupida, è il pelapatate! Ho visto troppi film. “Tornerò tra due ore e 4 minuti. Voglio che siano tutte perfettamente sbucciate e, signorina Sanchez, un’ultima cosa: devono essere pelate in maniera continua, senza spezzettarne la buccia. Devono sembrare tanti bei ricciolini”. Un suicidio, impossibile. È evidente che a Gus Fring gli spioni non piacciono e nemmeno le patate visto che tocca a me pelarle tutte. È una giornata orribile, una delle peggiori qui, ma devo tenere duro. Lo vedo uscire mentre si sistema la cravatta e controlla di non essersi sporcato le mani di polvere aprendo tutti i vecchi armadietti di questa topaia per il pelapatate. Sono passati solo 5 minuti e già credo di essere in ritardo. Cosa diamine ci farà con le bucce intere? Finalmente ci sono riuscita: via una, sbucciata, via un’altra … L’agonia è quasi finita. Il timer che ho impostato segna 2 ore, 3 minuti e 55 secondi quando lo vedo entrare dalla porta. La precisione di quest’uomo è maniacale. Sembra soddisfatto del risultato, forse potrò andare a casa a dormire. “Signorina Sanchez, prima che io ti lasci andare a pulire casa, perché sarebbe necessario nonché doveroso eliminare i piatti della sera precedente, ti chiederei di seguirmi ancora”. Momento! Come fa a sapere cosa c’è nel mio lavandino? Mentre mi distraggo cercando di capire come possa sapere in che condizioni ho casa e mi scervello pensando alle storie che potrei aver caricato sui social, perché magari ho condiviso una foto ed è stato l’unico psicopatico a notare i piatti sporchi che ho alle spalle, mi scopro a seguirlo.

… ma ama torturare i dipendenti

Siamo in cucina appena dopo l’ora di punta. “Ecco a te -dice fiero porgendomi lo scopettino più piccolo mai venduto nei supermercati di tutto il mondo- ci sarebbero da scrostare tutte le fughe tra le piastrelle”. No, ma dico, scherza? Saranno 200 mattonelle. E sono certa che avrà una tecnica impeccabile anche per questo lavoro ingrato. E infatti, nemmeno il tempo di dirlo. Vedendo la mia espressione, un misto tra lo schifato e il punto interrogativo, il mio titolare Gus Fring, decide di mostrarmelo. Via la giacca e la cravatta, piegate e riposte sul mobile fuori dalla cucina per questioni igieniche, arrotolate meticolosamente le maniche di una camicia stirata con ogni probabilità quella stessa mattina alle 5, si tira leggermente su il pantalone dal ginocchio e si piega. Impugna lo scopettino e comincia a strofinare in senso antiorario, ci ha tenuto a precisarlo, e dall’alto verso basso. Ora non devo fare altro che copiarlo. Spero vada via e non resti a osservarmi perché sotto il suo sguardo vigile potrei confondermi anche tra destra e sinistra. Ho la stessa pressione di un chirurgo mentre opera a cuore aperto: niente e dico niente può essere preso alla leggera con il mio capo. Assistente, mi asciughi la fronte! Penso stupidamente tra me e me, ma non ho tempo di fantasticare un attimo che mi riprende: ”Dovresti metterci un po’ più di olio di gomito: le macchie non andranno via da sole. Destra, sinistra, giù e poi su. Strofinare strofinare”. Sapevo che non avrebbe mollato la presa. Ho capito l’antifona, boss: da domani mi faccio gli affari miei. 

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