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Gus Fring: vendetta vera

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“Revenge is a dish best served cold”. La vendetta è un piatto da servire freddo. Proverbio famoso in tutte le lingue. Usato come incipit di uno dei più iconici film del XXI secolo, Kill Bill. Ma la vendetta rappresenta da secoli un tema avvincente, in grado di portare dalla propria parte anche i più accaniti difensori del perdono. Persino loro si perdono nella narrazione di una giustizia sociale che cade spietata come una ghigliottina sul collo di chi ha fatto del male. E infatti fin dai tempi di Dumas abbiamo fatto il tifo per il Conte di Montecristo. Poi per le donne del Club delle Prime Mogli. E persino per il villain di Breaking Bad, Gus Fring.

L’uomo del mistero. Che ci viene presentato come il Walter White del pollo fritto, ma con meno ansie e decisamente zero emotività. A differenza del primo.

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E nella giustizia sovvertita cui ci siamo appassionati con Breaking Bad, all’inizio abbiamo provato una certa simpatia per Gus Fring, ambigua e combattuta come quella provata per Walter. E persino quando sono emersi i primi guai in paradiso, tra Gus e Walt, non abbiamo smesso di nutrire per il primo una certa simpatia. Forse perché umanamente non smettiamo mai di sentirci vicini a chi ha subito un grave torto. Un torto che nel caso di Gustavo sa di dolore, lacrime e sangue. Inflitti gratuitamente, senza pietà. Da chi paradossalmente invece abbiamo persino compatito all’inizio della serie: tìo Hector.

Quando ci viene mostrata la storia di Gus Fring, della sua imperturbabilità e della sua fermezza, mettiamo finalmente assieme tutti i principali tasselli della storia che incornicia le vicende di Walter White in Breaking Bad. Infatti quando in Better Call Saul vediamo finalmente i pezzi mancanti, finiamo per odiare Walt anche di più per aver messo fine alla vita di Gus Fring. Che di certo non era un buono, ma era sopravvissuto a persone e situazioni che sembravano ben peggiori di un professore di chimica in fin di vita.

E lì forse comprendiamo definitivamente lo spessore dell’audacia di Heisenberg. Il suo istinto di sopravvivenza, il desiderio di potere, di non perire dinanzi a nulla. E il pizzico di fortuna che lo ha accompagnato nella lotta a un gigante. Un gigante che in questo caso ha commesso solo un piccolo errore: sottovalutare il nemico. Un errore che Gus aveva fatto solo molti anni addietro, e che gli costò l’amore della sua vita. Stavolta invece gli è costata la vita.

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La stessa che ha speso interamente sul cammino che portava a una sola direzione: la vendetta.

La vendetta verso coloro cui aveva cercato di unirsi assieme a Max. Sottovalutando indole e pericolosità dell’ambiente che avrebbe dovuto conferirgli soldi e potere. L’abbiamo avvertita tutti la fitta al cuore del giovane Gustavo nel momento in cui ha visto Hector Salamanca uccidere Max. E quella che lo attraversava mentre Juan Bolsa lo teneva fermo affinché guardasse l’anima e la vita scorrer via dagli occhi del suo partner.

Nella casa di Don Eladio che tanto ai suoi occhi quanto ai nostri è stata simbolo di guai. Tanto in Breaking Bad quanto in Better Call Saul. Rivedere quella piscina nello spin-off di Vince Gilligan ci ha dato un brivido. Quello che ci ha fatto pensare a come anni dopo Gus Fring sarebbe riuscito a riempirla di nuovo di sangue, ma stavolta del suo nemico.

Nacho Vargas non poteva saperlo quando Lalo Salamanca ve lo ha condotto, sudante e impaurito al pensiero di dove il suo doppio gioco lo stesse portando. Ma noi sì, noi lo sapevamo quando abbiamo rivisto Don Eladio e la sua cricca di capi del Cartello pochi anni prima che Gus Fring arrivasse finalmente all’ultimo girone del suo cammino di vendetta.

Breaking Bad ha saputo raccontare in modo portentoso storie di trasformazioni e corruzioni morali. Di ascesa e caduta di antieroi decisamente più umani di tanti eroi visti in altre storie.

E tra queste ha saputo raccontare quella di Gustavo Fring. Nato in Cile e morto in Messico nella villa di Don Eladio. Per poi risorgere dalle sue ceneri come Gus, a guida di un impero che ha fatto della droga un potentissimo business, e della vendetta un sottobosco solido e duraturo, fondamenta di tutto ciò che vi era sopra. Da Los Pollos Hermanos a tutte le tribolazioni vissute con ogni collaboratore, incluso Walter White.

Noi non possiamo sapere come fosse il Gustavo Fring scappato dal Cile da giovane. Quello che ha conosciuto Max e ha avuto l’ardire di proporsi ai signori della droga con l’inganno. Ma possiamo immaginare da quello sguardo meravigliosamente rappresentato da un grandissimo Giancarlo Esposito, che quel Gustavo fosse molto molto diverso dal Gus che Breaking Bad ci ha presentato. Freddo, calcolatore, padrone del suo mondo e delle sue azioni quasi senza margine d’errore.

E tutto ciò che possiamo immaginare è che quel giovane, forse troppo incosciente, sia morto assieme a Max a bordo della piscina di Don Eladio. Sotto il piede arrogante di un Hector Salamanca che ha firmato inconsapevolmente la sua personale condanna a morte quando ha deciso di sottovalutare la furia di un uomo come Gus.

Una furia lenta, pacata e silenziosa.

Nutrita con la pazienza di chi ha aspettato anni per raggiungere quel grado di potere necessario a varcare nuovamente la soglia della villa di Don Eladio con la sicurezza di uscirne solo da vincitore. Better Call Saul ci ha mostrato dopo come questi anni di paziente attesa fossero stati tutt’altro che semplici e lineari come avremmo potuto immaginare quando abbiamo visto in Breaking Bad.

Lo spin-off di Vince Gilligan ci ha mostrato la vera faccia della pazienza di Gus Fring. Che ha poco a che veder col semplice lavoro di spaccio e riciclaggio di denaro. Ma si è nutrita di studio, calcolo, mosse d’azzardo e rischi giocati sulla pelle di un gran numero di persone. Mai come in Better Call Saul forse Gus Fring ci è sembrato tanto villain. E mai come in questa serie forse abbiamo apprezzato lo spessore della trasformazione che lo ha reso spietato e cieco a qualunque cosa che non fosse strettamente utile al suo unico e solo obiettivo: la vendetta.

In Breaking Bad abbiamo visto la potenza della sua furia nell’atto finale del suo percorso. Ma nel suo spin-off ne abbiamo conosciuto la costruzione. Il processo di raggiungimento che ha portato il nuovo Gus a esser colui che sventolava davanti agli occhi di un vecchio e bavoso tìo Hector il rosario di Don Eladio come il più bramato dei trofei. Ma privato del suo valore quando lo ha fatto scivolare nel taschino del pigiama sporco di un vecchietto paralizzato, incapace di rispondere a un tale affronto.

È lì che abbiamo visto chiudersi il cerchio di una storia di vendetta vera. In uno dei più soddisfacenti momenti di Breaking Bad.

Tanto intenso da riuscire a eclissare qualunque pensiero al vero protagonista della serie, alle sue tribolazioni e ai suoi problemi col protagonista di quel momento. Lì nella sala comune della casa di riposo in cui v’è il vecchio Hector Salamanca, si srotola come un prezioso papiro una delle più soddisfacenti liste di nomi delle serie tv: quella di coloro che anni prima avevano “ucciso e creato” l’attuale Gus Fring. Lo stesso mostro che poi, con la freddezza che loro stessi gli avevano imposto, li avrebbe rispediti dritti all’inferno.

Tutti, come dice lui a Hector. Don Eladio, Bolsa, Joaquin. Tutti i suoi nipoti. È così che un potentissimo cartello della droga e il nome di una delle sue più importanti famiglie si fanno sparire nel nulla. Così si serve la vendetta vera: gelata, su un piatto servito dopo vent’anni di paziente guerra fredda (ma non troppo).

Non sorprende che ci sia chi ha odiato Walter White per aver dato a Hector Salamanca la possibilità di una controvendetta finale che segnasse in suo favore il punto finale della partita. Gus Fring non meritava pietà, certo. Come non la meritava Hector. Ma è la sua storia che forse non meritava di incappare nella furia di un uomo che – nonostante tutto – aveva troppo da perdere. E il limite di Gus forse è stato proprio quello: aver sottovalutato Walter White dopo aver ottenuto la sua vendetta. Aver sentito in quel momento che non ci fosse più nulla da perdere.

Perché la vendetta vera è questa: è vita, per chi ne ha fatto l’unico obiettivo della propria così a lungo come Gus Fring.

Leggi anche: Breaking Bad – Il compromesso morale nell’universo narrativo della serie e di Better Call Saul

Written by Cinzia Bevilacqua

Ad una realtà di numeri ne preferisco una fatta di lettere. Tuttavia sopravvivo con la prima, ma vivo della seconda.

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