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Come ho fatto a vivere senza Boris fino a oggi?

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“Occhi del Cuore esisterà fin quando esisterà un Paese chiamato Italia”

Dottor Cane

Boris, tra il 2007 e il 2010, ha provato con successo a raccontare uno spaccato del mondo dello spettacolo nostrano, in particolare di quello televisivo, con il format del “dietro le quinte”. Proprio questa struttura può far pensare a una serie fatta per essere apprezzata solo dagli addetti ai lavori, ma non è così: Boris crea un modo tutto suo di fare satira, di raccontare, di dire senza proferire parola che è, in realtà, accessibile a chiunque voglia cogliere i significati dietro la sua pungente ironia.

La sopracitata frase del Dottor Cane (Arnaldo Ninchi), il direttore di rete di fantozziana memoria, anche se pronunciata nel finale della terza stagione è a suo modo perfetta per inquadrare perfettamente il primo grado di polemica, se così si può dire, a cui la serie di Luca Manzi cerca di accedere. Infatti, la costante contrapposizione tra merda e qualità, altro non è che il fulcro narrativo fin dal primo episodio, in cui lo spaesato Alessandro (Alessandro Tiberi) crede di aver raggiunto il suo sogno iniziando a lavorare in un set, ma si accorge ben presto che non solo quel luogo è un inferno, ma che è anche la sede per i quotidiani funerali alla TV di qualità.

Boris

Ma questa fantomatica TV di qualità può esistere o no in Italia?

Fin dalla prima stagione iniziamo a capire che in Boris non c’è un vero e proprio protagonista, ma è innegabile che gli eventi ruotino maggiormente intorno al regista Renè Ferretti (Francesco Pannofino): l’uomo sembra aver ormai abbandonato ogni pretesa nel suo lavoro, e per sbarcare il lunario ha accettato in carriera, per usare le sue parole, ogni tipo di “monnezza“. L’ultimo dei “grandi” prodotti televisivi di cui è al comando è la fiction Occhi del Cuore, una evidente parodia delle serie tv italiane ricche di personaggi stereotipati, trame piegate alla volontà dei tradizionalisti e soprattutto un livello tecnico pietoso (si pensi allo smarmellamento del direttore della fotografia Duccio, cioè alla creazione della luce palesemente finta nelle immagini della serie).

Già nella prima stagione il rischio di cancellazione della fiction aleggia nella troupe, e Ferretti ha l’arduo compito di gestire gli umori, con il costante confronto con il delegato della rete Lopez (Antonio Catania). Tuttavia le cose vanno inaspettatamente per il meglio e Occhi del Cuore non solo si salva, ma si rivela un successo al punto da essere confermata per un sequel. Il che ci porta alla seconda stagione di Boris.

Anche in questo caso Ferretti percepisce sempre una situazione di instabilità, culminata con l’assegnazione della serie maledetta, Machiavelli: tutte le volte che è stata attribuita a un regista, infatti, ne è seguita la fine della carriera dello stesso, con il progetto che non è mai veramente partito. La seconda stagione dimostra di fare passi avanti da un punto di vista narrativo, intensificando il conflitto tra i personaggi e intrecciando le diverse sottotrame, come si dirà più avanti.

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La terza stagione segue questo flusso di maggiore complessità, facendo però lavorare Ferretti in una nuova Machiavelli: Medical Dimension. La serie segna l’approdo del regista nella Tv di qualità, il cui simbolo è dato dall’urlo a squarciagola della parola: “Scarto!“, a dimostrazione che Renè non è più disposto a considerare buona (o meglio, ottima) ogni scena che gira. Tuttavia qualcosa va storto: Medical Dimension è una trappola e quella che si verifica è una vera e propria epifania, che porta all’ingombrante ritorno della me*da.

Si potrebbe affermare che nel finale della terza stagione, in particolare nell’episodio 12 “Nella rete“, c’è l’esplicitazione di un passaggio di percezione degli eventi dal comico all’umoristico, per usare le parole di Pirandello. Quello di cui si ride spensieratamente fino a quel momento, diventa oggetto di un riso amaro. E quello di cui amaramente ridiamo è la condizione di Ferretti.

A guardare con un occhio più attento, infatti, si può cogliere come il personaggio di Pannofino sia il vero eroe tragico della storia di Boris.

È eroico nel modo in cui accetta e subisce tutti i dettami (e a tratti i soprusi professionali) provenienti dalla rete, mentre è tragico nella triste consapevolezza di non essere mai riuscito a fare ciò che avrebbe voluto veramente. Il riso amaro da cui siamo invasi vedendo la 3×12 ci ricorda che Ferretti ha un limite di sopportazione che lo spinge a esplodere e a convincersi, tristemente, di non essere capace di fare altro se non la merda:

“Io sono il re della merda!”.

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Non abbiamo dovuto aspettare la 3×12, tuttavia, per cogliere questo lato tragico di Renè. Infatti già nella seconda stagione, con gli episodi 2×11 e soprattutto 2×12 (chiamati rispettivamente L’Italia che lavora e Usa la forza, Ferretti), notiamo come il regista, alla ricerca di risposte in merito a Machiavelli, intraprenda un viaggio onirico simil-lynchiano che lo porterà poi all’ennesima delusione, dopo l’illusione di poter trasformare la serie in un vero prodotto di qualità.

In tutta la troupe di Occhi del Cuore, l’unica persona in cui Renè trova conforto è l’assistente alla regia Arianna (interpretata da Caterina Guzzanti): una macchina vivente, la donna senza la quale il set della serie cadrebbe in rovina in poche ore, l’unica che prende tutto ciò che fa con serietà e che si trova a gestire i capricci di attori incapaci e collaboratori svogliati. Il suo occhio è tuttavia spesso scettico, a dimostrazione del fatto che è conscia, per dirla alla Renè, della monnezza a cui sta lavorando.

Direttamente legato ad Arianna c’è Alessandro (Alessandro Tiberi) lo stagista schiavo: buona parte delle sottotrame ruotano attorno a questo personaggio un po’ illuso, speranzoso di imparare qualcosa sulla regia ma ben presto catapultato in un mondo di abusi e ordini senza possibilità di risposta, soprattutto da parte della sua responsabile Arianna. Proprio con lei, tuttavia, nasce una storia d’amore che, in particolare nella seconda stagione, crea quel tipo di conflittualità relazionale che spezza piacevolmente le vicende della trama principale.

Tra gli interpreti di Occhi del Cuore merita senza dubbio una menzione Stanis La Rochelle (interpretato da Pietro Sermonti): Stanis è senza alcun dubbio l’elemento comico-parodistico di Boris, talmente pieno di sè e ignaro delle sue incapacità attoriali da risultare oltre il ridicolo, un uomo permaloso e arrogante auto-dotatosi di una solennità costantemente fuori luogo e, proprio per questo, esilarante.

Ma quindi qual è il messaggio di Boris?

Sembrerebbe che, creando un paradosso o una narrazione a sua volta narrata, Boris giochi a nascondino con se stessa: infatti, la serie sostiene a più riprese che in Italia non si può parlare delle cose di cui essa stessa parla, e che non si possono fare in tv quelle cose che invece Boris stessa fa. La costante satira e critica al sistema televisivo italiano (ma spesso estesa all’intero sistema-Italia) ha posto Boris in quelle serie come percepite di nicchia, senza però realmente esserlo.

Di fatto, Boris è la prova vivente che la risposta alla domanda “Un’altra televisione è possibile?” è sì: mentre ci sta dicendo che non è possibile, la serie ci dimostra che invece lo è. Ed è paradossale affidare a uno degli sceneggiatori, uno dei principali esponenti di quella me*da tanto odiata ma al tempo stesso indispensabile per Ferretti, la frase più incisiva dal punto di vista sociale:

“Questa è l’Italia del futuro: un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”.

La verità, dunque, è una sola: basta non fare le cose alla c*zzo di cane, e un’altra televisione è possibile. E Boris è una serie di cui si può dire tutto, tranne che sia a c*zzo di cane. Una serie, in fondo, molto (poco) italiana.  

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Written by Alessandro Fazio

"Una vita basta a malapena per diventare bravo in una cosa, quindi devi stare bene attento a quello in cui vuoi diventare bravo" (True Detective). Seguire le passioni è la linfa vitale della mia esistenza.

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