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C’è qualcosa di umano in Stanis La Rochelle?

stanis la rochelle

Durante una conferenza stampa per la presentazione di Occhi del cuore 2, Lopez, delegato
di rete, passa la parola a Stanis La Rochelle, il quale dopo aver dato un giudizio sulla recitazione, afferma con
teatralità che, al termine delle riprese, si recherà in quella terra martoriata che è il Darfur a portare
la sua “umile solidarietà”. A uno scettico giornalista che gli chiede se sappia, almeno, dove si trovi il Darfur Stanis risponde, dopo un attimo di esitazione, appoggiandosi la mano al petto, all’altezza del cuore.

Probabilmente Stanis La Rochelle non ha la più pallida idea di dove si trovi il Darfur. Probabilmente tutta
la faccenda è stata concordata con l’agenzia che lo rappresenta, per far parlare di sé. E la faccia
commossa che mette su mentre si appoggia la mano sul cuore è una di quelle quattro o cinque
“faccette” che solo un artista come lui sa mettere su, di quelle che ti permettono di realizzare due
serie da ventiquattro puntate l’una, come dice René Ferretti.
Ma che importa. È il gesto che conta, no? Anche se, a dirla tutta, non abbiamo la minima
idea se poi ci sia stato o meno, non è dato sapere. Perché? Perché della vita privata di Stanis, in
realtà, non conosciamo che pochissime cose, quasi niente. E questo, certamente, è una scelta degli
autori che preferiscono concentrare le loro idee, geniali, tutte sul set di Occhi del cuore. Del resto
anche la vita privata degli altri personaggi è un mistero.

Stanis La Rochelle

Sappiamo davvero poco o niente perché Boris non ci ha mai voluto dire granché in questo senso, e quel poco in realtà non ci serve nemmeno per capire il carattere dei nostri eroi. Potrebbe anche non esserci, perché a conti fatti nemmeno ci interessa. Quello che ci occorre, quello che serve per farci ridere, ci viene servito su un piatto d’argento, una leccornia che non ci lascia mai a bocca vuota. C’è qualcosa di umano in Stanis? Se non fosse sufficiente il 20% dei suoi compensi a rispondere a questa domanda, potremmo spostare la nostra attenzione alla puntata durante la quale è
costretto a confrontarsi con suo padre, un adulto fallito, ancora più immaturo di lui. In questo
episodio è palese il disagio che Stanis prova nei confronti del genitore, un individuo che non prova alcun rispetto nei confronti del figlio e della sua carriera, e che anzi ne vuole approfittare a tutti costi mettendo palesemente Stanis in difficoltà. Una difficoltà che viene riscontrata e confermata da Arianna, la quale ammette di non averlo mai visto in
quello stato.

Che il rapporto famigliare tra Stanis e il padre sia complicato non ci vuole uno psicologo per
capirlo. Basta avere gli occhi, un po’ di sensibilità e andare oltre la linea comica. Perché fa ridere,
certamente, ma chi ha avuto un genitore così, e sono tanti quelli che si ritrovano con parenti che si
vogliono intromettere nella vita altrui, non può non sentire un fastidioso brivido freddo lungo la
schiena. Così come non ci vuole uno psichiatra per capire che Stanis La Rochelle abbia delle questioni da risolvere
abbia e che probabilmente un percorso terapeutico potrebbe non essere una cattiva idea.
Dobbiamo però tenere conto di una cosa: che lo Stanis che conosciamo è quello che ci viene
mostrato al lavoro, una scelta stilistica degli autori di Boris, e che il nostro giudizio su di lui non può che
essere parziale dal momento che, fuori dal set, lo conosciamo poco o nulla.
Certo, quel poco che conosciamo non gioca a suo favore: come a esempio quando prescrive
all’anziana barista una cura reale semplicemente perché il dottor Corelli, nella puntata X, aveva
curato un caso simile; oppure quando interviene per cercare di convincere una signora a firmare la
liberatoria perché entrata in scena e le firma una camicia fresca di bucato. Insomma, di episodi non
proprio edificanti
fuori dal set ce ne sono. Ma in un certo senso sono legati al suo lavoro, ai suoi
personaggi.

Lo Stanis lontano dal set, in abiti civili se così possiamo dire, lo vediamo in un paio di
occasioni sempre spalleggiato dai suoi avvocati rivendicare qualcosa per sé e i suoi personaggi.
Oppure, nel film, quando chiama René per avere una parte ne “La Casta”. Lo vediamo solo, dentro
la sua vasca idromassaggio, che implora un personaggio da interpretare, minacciando il suicidio (che
poi proverà a mettere in pratica più avanti, proprio per attirare l’attenzione di un regista che
considera un amico e che, invece, non lo vuole con sé). Ecco, questa scena è piuttosto emblematica.
Agli autori, infatti, non sarebbe costato nulla mettergli accanto una ragazza oppure un paio di
squillo di lusso. Persino Martellone viene inquadrato per un attimo, intento a
festeggiare chissà cosa. Invece Stanis no. Stanis è solo con se stesso, quasi abbandonato, in un lusso
che, apparentemente, non sembra nemmeno mai interessargli ma che deve esserci perché fa parte
del suo apparire.

C’è qualcosa di umano in Stanis? Una vecchia storiella Yiddish racconta di un ufficiale delle
SS in un campo di concentramento che sta puntando la pistola in faccia a un prigioniero.
L’ufficiale millanta la grandiosa superiorità della tecnologia tedesca raccontando al prigioniero di
avere un occhio di vetro. In preda al delirio di onnipotenza più assoluto l’ufficiale propone al
prigioniero un gioco: “Se sei in grado di riconoscere qual è l’occhio di vetro ti lascio in pace.” Senza
esitare il prigioniero risponde: “Quello sinistro è l’occhio di vetro”. Al che l’ufficiale SS: “Come hai
fatto a riconoscerlo?”. E il prigioniero: “Ha uno sguardo così umano!”.

Se c’è umanità in un occhio di vetro non può non essercene in Stanis. Perché Stanis La Rochelle è umano
nella misura in cui lo siamo noi che lo guardiamo attraverso lo schermo. Ha le sue manie e i suoi
rituali che lo accompagnano nella vita quotidiana. Spesso farnetica, quasi sempre è sopra le righe, in
certi frangenti sembra del tutto privo di freni inibitori. È forte con i deboli e debole con i forti ed è,
per quanto detesterebbe sentirselo dire, molto italiano. Probabilmente uno bravo ne trarrebbe un’analisi globale talmente articolata da divenire caso di studio. Ma chi non ha le sue nevrosi? Nessuno, davvero nessuno.

È che noi siamo privilegiati perché lo vediamo da fuori, comodamente seduti in poltrona.
Ridiamo e scherziamo dei suoi eccessi: certi suoi atteggiamenti possono farci ridere, altri possono
irritarci a seconda di cosa ci risuona dentro. La nostra posizione ci permette di giudicarlo senza
esser da lui giudicati in un rapporto palesemente squilibrato come lo è la vita delle star televisive, in
un certo senso, sempre sotto la lente d’ingrandimento per evidenziarne più i difetti che le virtù.

Ma, nel giudicare Stanis La Rochelle, lo facciamo secondo quello siamo noi. E la profondità del nostro giudizio
viene, com’è ovvio che sia, chiaramente filtrata dalla nostra storia, dalle nostre esperienze, da
quello che siamo. Ci possiamo considerare migliori secondo quelli che sono i nostri difetti e i nostri pregi. Ma non
dimentichiamoci mai che non sappiamo cosa ci sia dietro Stanis, al di là di Boris. La sua umanità ci è volutamente
nascosta perché non era interessante né funzionale all’insieme dell’opera (così come non lo sono le
storie degli altri personaggi) ma esiste. E quelle rare volte che viene fuori rendono Stanis un
personaggio decisamente umano.

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